L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il buio oltre la siepe

 di Giuliana Dal Piaz 

Ancora di sconvolgente, drammatica attualità, il romanzo di Harper Lee approda sulle scene teatrali in un allestimento che ricalca il celebre film con Gregory Peck, anche se il confronto si rivela per gli attori sovente impietoso. Si distingue, comunque, la giovanissima Clara Poppy Kushnir nei panni di Scout.

Stratford, 9 giugno 2018 - C’era una volta un cinema che non aveva bisogno di grandiosi effetti speciali o di messinscena particolarmente ingegnose per catturare l’attenzione e l’amore del pubblico. Non aveva nemmeno colori per le proprie immagini, eppure era grande cinema. Ci volevano, questo sì, un’importante idea di base e degli attori incredibilmente bravi. La trasposizione cinematografica del romanzo To Kill a Mockingbird (Uccidere un usignolo) arrivò in Italia alla fine del 1962 con un titolo del tutto diverso, che concentrava l’attenzione sulla misteriosa casa sempre chiusa degli Harding, dove la leggenda paesana voleva vivesse un mostro feroce e deforme.

Un adattamento teatrale dello stesso romanzo va in scena allo Stratford Festival sessantasei anni dopo, eppure sembra portare, nelle intenzioni dei suoi produttori, nell’impostazione data al racconto e nell’accoglienza che il pubblico gli riserva, un messaggio ancora molto attuale. Quasi un secolo è passato dagli avvenimenti descritti da Harper Lee come scenario della sua infanzia (1930), una guerra mondiale e cento altre guerre locali più o meno piccole sono scoppiate nel mondo, eppure le cronache dagli Stati Uniti continuano a parlare oggi di problemi razziali e di discriminazione, mentre il mondo occidentale è scosso da flussi migratori eccezionali e dal problema dell’altro come ai tempi delle colonie. Forse è semplicemente la natura umana che non cambia mai.

E il nostro mondo di oggi è pieno di dualità come quello della piccola Scout quasi un secolo fa. Come scrive nella presentazione della pièce Donna-Michelle St. Bernard, “maestro di cerimonie” e sceneggiatore stabile del Theatre Passe Muraille di Toronto, “...[le] dualità giocano un ruolo quotidianamente nell’ambito domestico, istituzionale e internazionale. [...] le realtà periferiche sono sempre presenti ma riconosciute come tali di rado, ad esempio quando risultano utili per contrasto: la famiglia Ewell è così in basso da non essere meglio dei negri; Atticus è un uomo così degno di onore da prendere le parti di chiunque, anche di un negro. [...] La Contea di Maycomb è una comunità che si afferra alle distinzioni di classe nella povertà generalizzata dell’epoca post-depressione [...] tanto che anche una bambina ignara dell’imperante ‘ansia economica’ se ne rende conto istintivamente”. E ancora: “La visione che Scout ha del proprio mondo è conformata dalle storie che le sono periferiche [...] Ogni esistenza emarginata viene alla luce solo in quanto prossima alla famiglia Finch”.

Un mondo ristretto, che appare più leggibile solo a Scout diventata adulta, anni più tardi. La voce narrante non è più, infatti, quella della bambina ma quella della giovane donna in cui Scout si è trasformata all’epoca in cui ha inizio il romanzo (e la produzione), dopo l’assassinio di Martin Luther King Jr.: è Jean Louise ormai adulta che ripercorre, raccontando in prima persona, le vicende di quell’estate-autunno a Maycomb.

Presentato nel Festival Theatre di Stratford –il più grande tra quelli gestiti dallo Stratford Festival con più di milleottocento posti – To Kill a Mockingbird è prodotto dalla “Schulich Youth School of Business”, dimostrandosi in realtà uno spettacolo per famiglie, malgrado la delicatezza dell’argomento centrale, con l’accusa di stupro di Mayella da parte del nero Tom Robinson e il tentativo di linciaggio dell’imputato da parte di un gruppo di cittadini (qui presentati come membri del Ku-Klux-Klan). Il teatro era al completo, domenica 9 giugno, con molti giovani e giovanissimi tra il pubblico. Non si tratta di una produzione di grande livello teatrale: essa è il film del 1962, portata però su un palcoscenico e quindi a colori. Tutto vuole essere come nel film, dalla vicenda all’abbigliamento dei personaggi, alle caratteristiche fisiche superficiali degli interpreti. Peccato che non vi siano né Gregory Peck (Atticus), né la straordinaria Mary Badham (Scout bambina) né Robert Duvall (Boo Harding). La giovanissima Clara Poppy Kushnir è molto brava e promette di diventare un’attrice di successo, ma gli altri interpreti lasciano parecchio a desiderare. Forse solo Randy Hughson (Bob Ewell) riesce a rendere a sufficienza il personaggio del suprematista bianco accusatore del negro. Irene Poole (Scout adulta) è eccessivamente declamatoria, incapace di trasmettere quello che, per lei ragazzina, era stata la rivelazione di un mondo al di fuori delle mura domestiche. Jonathan Goad fa del suo meglio per imitare Gregory Peck, senza averne l’incredibile forza tranquilla ed il carisma. Buona la gestione dello spazio teatrale.

 

Foto di scena: David Hou

 

TO KILL A MOCKINGBIRD, sulla base del romanzo omonimo di Harper LEE (1960) adattato per la scena da Christopher Sergel. In scena al Festival Theatre, Stratford, Ontario dal 12 giugno al 4 novembre 2018.

Regia: Nigel Shawn Williams. Scenografia e costumi: Denyse Karn. Luci: Michelle Ramsay. Musica: Alesandro Juliani. Suono: Verne Good. Maestro di scherma: John Stead.

Personaggi principali e interpreti:

Atticus Finch: Jonathan Goad

Jean Louise Finch (Scout adulta): Irene Poole

Jean Louise Finch – Scout : Clara Poppy Kushnir

Jem: Jacob Skiba

Dill: Hunter Smalley

Calpurnia: Sofia Walker

Sceriffo Heck Tate: Tim Campbell

Tom Robinson: Matthew G. Brown

Giudice Taylor: Joseph Ziegler

Mayella Ewell: Jonelle Gunderson

Bob Ewell: Randy Hughson

Arthur Radley (Boo) / Nathan Radley: Rylan Wilkle