L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Rompere le barriere

 di Giuliana dal Piaz

In spazi raccolti, l'ultimo dramma storico di Shakespeare torna in scena a Stratford per raccontare il divorzio del sovrano Tudor da Caterina d'Aragona e l'ascesa al trono di Anna Bolena.

Stratford (Canada), 27 giugno 2019 - Parlando di sperimentazioni teatrali azzardate, con l’Henry VIII, ultima delle opere storiche scritte da Shakespeare – tra l’altro, in collaborazione con il giovane John Fletcher – ci troviamo di fronte a una messa in scena in scala ridotta (al momento della prima il Globe Theatre di Londra, di cui causò peraltro l’incendio, era tra le più grandiose e vistose della sua produzione, impossibile da presentare tal quale in un piccolo teatro come lo Studio Theatre della Straford canadese) ma che – almeno al pubblico in sala – appare perfetta dal punto di vista dello spirito e le intenzioni dell’originale.

Ne è protagonista il più noto dei sovrani Tudor, nel periodo del massimo potere e alla vigilia della propria personale “rottura di barriere”: privo di eredi maschi ma, soprattutto, invaghitosi di un’altra donna, vuole annullato il suo matrimonio con Caterina d’Aragona, adducendo a pretesto l’essere stata questa, almeno formalmente, sua cognata. Caterina rompe a sua volta le barriere, prima pronunciandosi apertamente contro l’amicable grant istituito dall’Elemosiniere reale, Cardinal Wolsey, per rifornire le casse dello Stato, e poi rifiutando di sottoporsi al giudizio di annullamento di un tribunale ecclesiastico presieduto dallo stesso Wolsey e dall’inviato papale Campeggi.

Ricca di personaggi e di avvenimenti, l’opera si avvale – all’apertura di due dei cinque Atti in cui è divisa – del racconto di due, e poi tre, gentiluomini anonimi che riassumono dei fatti importanti: il processo al Duca di Buckingham, condannato a morte per alto tradimento (in realtà per essersi opposto, anche lui, al potente Wolsey), all’inizio del II Atto; l’incoronazione della nuova regina Anna, segretamente sposata da Enrico VIII prima dell’annullamento del precedente matrimonio, all’inizio del IV Atto.

La regia di Martha Henry è filologicamente rigorosa, apparentemente semplice e scorrevole, ma in realtà scandita da una serie di movimenti accuratamente pianificati lungo i cinque accessi del pianterreno al palcoscenico e sulla balconata centrale del piano superiore, da cui due scalinate laterali portano a loro volta allo scenario. Questo è vincolato dallo spazio obbligato, con il trono reale sospinto avanti o ritirato secondo le esigenze della scena, mentre la balconata che ospita prima i dubbi, mentre Caterina riceve – con le sue dame tra cui la stessa Bolena e Jane Seymour (terza donna destinata a condividere brevemente il trono di Enrico) – l’inattesa e poco gradita visita dei cardinali, e poi il passeggero trionfo della nuova regina durante un’incoronazione vissuta come un sogno fuggevole.

Rispetto ad altre opere skahespeariane, il testo rivela qua e là la seconda mano al lavoro sul testo, non la mano inesperta di un novizio del mestiere, ma quella sapiente di uno scrittore capace, anche se privo della meravigliosa, universale e profondamente umana inventiva del Bardo.

Come fa giustamente osservare Alexander Leggatt, professore emerito di inglese dell’Università di Toronto, “in this intimate space we can watch the characters more closely and see the play not just as a spectacle but as a study of people driven by conflicting feelings, making moment-to-moment decisions that start at a personal level and go on to change the course of history” ("in questo spazio intimo, possiamo vedere i personaggi più da vicino e guardiamo l’opera non solo come uno spettacolo ma come lo studio di persone in preda a sentimenti contrastanti, che da un momento all’altro prendono a livello personale delle decisioni, che cambieranno poi il corso stesso della Storia").

Vediamo un Enrico VIII ancor giovane, non appesantito dalla malattia e dalle vicende, un Tudor già tirannico, ma ricco della vitalità, dell’humor e dell’intelligenza che gli storici gli riconoscono, ancora memore a tratti del grande amore portato a Caterina d’Aragona, altrettanto intelligente, sagace e prudente, nei vent’anni del loro matrimonio, ma ormai ossessionato dalla nuova passione per la Bolena e dall’urgenza di un erede maschio. Vediamo il gioco dell’ascesa e della caduta dei potenti, pedine che rotolano uno o più alla volta sullo scenario della storia, mentre quello che in altre pièce shakespeariane è il fantasma del passato, si presenta qui come il fantasma, l’aspettativa, del futuro. L’opera si chiude alla nascita della piccola Elisabetta, la futura grande Elisabetta I, col battesimo che per lei Enrico – pur deluso dal fatto di avere avuto ancora una volta una figlia femmina invece del maschio in cui sperava: cambierà la legge di successione al trono per permetterle di regnare – vuole officiato dall’Arcivescovo di Canterbury, il protestante Cranmer invano ostacolato dai nobili di corte.

Il lavoro degli interpreti è notevole: Jonathan Goad è un fantastico Enrico; la Caterina di Irene Poole è regale, combattiva e affascinante; il Cardinale Wolsey di Rod Beattie conferma le sue straordinarie doti di attore shakespeariano. Kim Horsman dà alla “Vecchia nobildonna” della pièce, di fatto la Duchessa di Norfolk, la verve della dama di corte a cui l’età non ha tolto né spirito né fascino. Alquanto opaca, invece, l’Anna Bolena di Alexandra Lainfiesta, che ho visto in miglior forma in altre occasioni. Adeguati in generale gli altri comprimari; ad alcuni di loro, come ad esempio al Lord Cancelliere Rod Lewis, manca chiarezza di dizione, togliendo efficacia a una presenza in scena altrimenti dignitosa.

Foto di scena: Emily Cooper

Henry VIII

opera storica di William Shakespeare (prob. 1613) – Studio Theatre, Stratford, dal 29 maggio al 12 ottobre.

Regia: Martha Henry. Scene: Francesca Callow. Luci: Louise Guinand. Combattimento in scena: Anita Nittoly. Direttore di movimento: Valerie Moore. Musica e regia del suono: Keith Thomas.

Personaggi e interpreti:

Enrico VIII – Jonathan Goad

Cardinale Wolsey – Rod Beattie

Caterina d’Aragona – Irene Poole

Anna Bolena – Alexandra Lainfiesta

Duchessa di Norfolk – Kim Horsman

Patience, Marchesa del Dorset – Jaclyn Francis

Jane Seymour – Oksana Sirju

Duca di Norfolk – Scott Wentworth

Duca di Suffolk – Wayne Best

Duca di Buckingham – Tim Campbell

Lord Ciambellano – Stephen Russell

Primo Gentiluomo/Cranmer, Arcivescovo di Canterbury – Brad Hodder

Sandys, Lord Cancelliere – Roy Lewis

Gardiner, Vescovo di Winchester – Qasim Khan

Sir Thomas Cromwell, Vescovo di Lincoln – John Dolan

Conte del Surrey – Jake Runeckles

Sir Thomas Lovell – Rylan Wilkie

Secondo Gentiluomo/Cardinale Campeius – Ron Kennel

Ispettore fiscale/Griffith/Dott. Butts – Shelly Antony


 

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