L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La saggezza di Nathan

 di Giuliana Dal Piaz

Il più celebre lavoro teatrale di Gotthold Ephraim Lessing conferma la sua attualità nella produzione del Festival di Stratford. 

Stratford, 29 giugno 2019 - Può un dramma tedesco del XVIII secolo apparire particolarmente attuale nel XXI? La risposta è positiva trattandosi di Gotthold Ephraim Lessing, scrittore, filosofo e drammaturgo dell’Illuminismo tedesco che aveva assorbito le posizioni intellettuali di pensatori come Spinoza o Voltaire, pre-ipotizzando la presa di coscienza che la borghesia avrebbe sviluppato della propria identità e della propria forza sociale.

È sua l’affermazione di preferire la ricerca della verità al raggiungimento della verità stessa: tutto il suo pensiero è rivolto al rifiuto del dogma e all’apertura verso nuove soluzioni. Mise in scena il primo dei suoi scritti per il palcoscenico, Il giovane erudito, quando aveva appena diciannove anni. Ma è proprio con Nathan il saggio, celebrato alquanto semplicisticamente come “un cantico di tolleranza ed umanesimo”, che continuò a essere rappresentato, in Germania e poi in altri paesi, lungo tutto il XX secolo e i primi anni duemila. Dopo il crollo del regime nazista, il Berlin Deutsches Theater riprese con questa pièce la sua attività, per rimettere il pubblico in contatto con il passato prenazista: per la regia di Fritz Wisten (che aveva interpretato il Derviscio, nell’ultima presentazione realizzata a Berlino nel 1933 da una compagnia totalmente ebrea per un pubblico ebreo), la produzione rimase in scena per duecentoquarantacinque repliche, fino a quando l’interprete del protagonista, Paul Wegener, morì praticamente sul palcoscenico nel luglio 1948.

Inno a un’utopistica tolleranza, l’opera è anche pervasa di profondo scetticismo. E il mondo che essa descrive è ancor più un’utopia oggi che ai tempi di Lessing. Nell’accurata e ragionata presentazione dello spettacolo, Holger Schott Syme, professore associato e direttore del dipartimento di drammaturgia presso l’Università di Toronto, scrive: “In un certo modo, la visione [di Lessing] è ancora più avulsa dalla realtà oggi che nel 1779. La sua Gerusalemme, il suo Medio Oriente non sono quelli di oggi. Come spiegare quindi la persistente importanza della sua pièce? [In Lessing] la supremazia della Bibbia come verità rivelata non lascia spazio ad altre opinioni o pratiche religiose. Perfino il più umile dei Cristiani della pièce, il Converso, ne è preda. Ha saggezza – o ragione – sufficiente per riconoscere la debolezza delle proibizioni dottrinarie: crescere da ebrea una bambina cristiana, gli viene detto (nel testo originale di Lessing ma non nella traduzione di Edward Kemp usata in questa produzione), è ‘il peccato più grave’, ma si rende conto del fatto che nessuno ‘sa veramente in cosa consista quel peccato’; sa anche che ‘nostro signore Gesù Cristo era un ebreo’. Ma che quella bambina, comunque sia stata cresciuta, deve prima o poi diventare Cristiana appare doveroso anche a lui, così come la bontà di Nathan lo rende di fatto ‘un cristiano’. Il fondamento della virtù, per i personaggi cristiani, non è un ideale svincolato da legami dottrinari, ma il Cristianesimo stesso. [...]La combinazione di fervore polemico e sobrio pessimismo dà forma alla struttura stessa dell’opera: gli argomenti di Nathan a favore della tolleranza hanno risultati notevolmente limitati. [...] A livello della situazione, nulla è cambiato e nulla sembra avere la probabilità di cambiare. Il Patriarca vuole ancora bruciar vivi gli ebrei; il Sultano osserva (anche qui in un passo escluso dalla traduzione di Kemp) che ‘i Templari si stanno agitando di nuovo’ e ‘la situazione non è sicura vicino al Libano’. [...] Cristiani e Musulmani sono riuniti solo a livello di un nucleo familiare, zio e zia con i nipoti [...] E l’ebreo rimane solo, come lo è stato fin dal massacro della sua prima famiglia. [...] La spiegazione viene forse dalla sua peculiare composizione di obiettivi straordinariamente elevati con risultati inaspettatamente modesti, perfino privati, e raggiunti quasi per caso. Gli obiettivi di Lessing permangono avvincenti e pressanti come lo erano 240 anni fa. [...] Nathan il saggio continua a provocarci... a pensare con la nostra testa ai modi in cui concretizzare la sua speranza in un rapporto tra gli esseri umani più razionale, più simpatetico e più illuminato”.

All’inizio dello spettacolo, mi aveva lasciato perplessa la scelta di una donna per la figura di Nathan: mi era parsa solo l’ennesima decisione di un’interprete femminile in un ruolo maschile. Il motivo può essere stato questo, ma Diane Flacks è perfettamente plausibile, bravissima, arguta e duttile, saggia proprio come il suo personaggio – malgrado una gestualità alquanto esagerata, più vicina allo stereotipo dell’italiano che dell’ebreo.

Molto bravi anche gli altri interpreti: l’irriducibile, “buona, cattiva” Daya, che vuole a tutti i costi il ritorno della sua Rachele al mondo cristiano/europeo; il Sultano, relativamente tollerante – “in my garden the trees bear many kinds of fruit” ("nel mio giardino, gli alberi danno molto tipi di frutta") – ma solo quando la realtà dell’altro risulta essere parzialmente sua; il Templare, i cui personali pregiudizi vengono scossi solo per un momento dall’estremismo religioso del Patriarca, ma continua a considerare il proprio credo superiore a quello degli altri; il Derviscio, che decide di lasciare il mondo dei tre monoteismi in conflitto; la giovane sorella del Sultano, Sittah, che non sottoscrive conflitti ma ricorre alla soluzione pratica, concreta, non ideologica. Convincente la giovane Oksana Sirju, appena alla sua seconda stagione con lo Stratford Festival, la cui Rachele è il cuore del conflitto in scena, ma come persona ha un ruolo marginale.

Bella la semplicissima scenografia, caratterizzata da tre pannelli dai bordi irregolari – le pareti esterne della casa di Nathan, il Muro del pianto in cui l’occasionale devoto ebreo inserisce idealmente i bigliettini di preghiera, le mura del palazzo del Sultano – e uno stilizzato albero metallico, le cui radici si contornono in una sorta di sedile, oltre ad una panca che, sul lato destro dello scenario, ospita la partita a scacchi tra Saladino e sua sorella Sittah, o il vassoio del tè che il Sultano offre ripetutamente ai suoi ospiti. Il gioco di luci simula l’incendio, col Templare che balza all’interno per salvare la figlia di Nathan, la casa del ricco ebreo, l’atmosfera del palazzo arabo o la sede del Patriarcato di Gerusalemme. Indovinati i costumi che rappresentano le tre diverse comunità coesistenti nella Città, sacra alle tre religioni monoteistiche.

Il pubblico che riempiva lo Studio Theatre ha applaudito con grande entusiasmo.

Foto di scena: David Hou

 

NATHAN THE WISE (NATHAN IL SAGGIO), di Gotthold Ephraim Lessing (1779), versione di Edward Kemp (2005) – Studio Theatre, Stratford, dal 25 maggio all’11 ottobre.

Regia: Birgit Schreyer Duarte. Scene: Teresa Przybylski. Costumi: Michelle Tracey. Luci: Steve Lucas. Regia del suono: Debashis Sinha.

Personaggi e interpreti:

Nathan, ricco ebreo – Diane Flacks

Rachele, sua figlia – Oksana Sirju

Il cavaliere Templare – Jakob Ehman

Al-Hafi, il derviscio – Shelly Antony

Daya, donna cristiana – Sarah Orenstein

Bonafides, il Converso – Ron Kennell

Saladino, il Sultano – Danny Ghantous

Sittah, sua sorella – Miranda Calderon

Il Patriarca di Gerusalemme – Harry Nelken


 

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