L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L'anima di Jennifer

 di Isabella Ferrara

Dal 25 ottobre al 10 novembre al teatro Bellini Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello, per la regia di Gabriele Russo, con Daniele Russo nelle fascinose vesti di Jennifer e Sergio Del Prete nell’ombroso ruolo di Anna

Lo spettacolo inaugura la nuova stagione del teatro Bellini, con un testo dell’attore, commediografo e regista teatrale napoletano Annibale Ruccello. A lui sarà dedicato un progetto che vedrà in scena anche altri suoi due lavori: Notturno di donna con ospiti e Ferdinando.

Entriamo in scena insieme a Jennifer. Non è a suo agio negli abiti da uomo che indossa, rientra in casa e nervosamente risponde al telefono, a un’altra telefonata sbagliata. Non è quella che aspetta, non lo è mai. Un gioco di interferenze telefoniche nel quartiere in cui vive immette nella sua vita voci e parole di sconosciuti; sono interferenze al suo sogno, alla sua quotidianità di gesti in attesa del suo Franco, l’ingegnere genovese che ama.

Si spoglia degli abiti maschili e, in calze a rete e body rosa, finalmente si sente se stessa, le sue movenze cambiano, si trasforma in una rosa, con volant e rouches. Una sua personale interpretazione di delicatezza ed eleganza invade l’intero teatro, insieme a un profumo di rose, e alle canzoni di Mina trasmesse dalla radio. Le frequenze sono quelle delle dediche d’amore, quelle di ascoltatrici fedeli che in onda mandano il loro bisogno di amore.

Noi ci troviamo spettatori che spiano nell’intimità di una casa. È come guardare da una serratura, come cercare di individuare oggetti, movimenti, parole, sentimenti, guardando attraverso le trasparenze di una tenda che a malapena copre un vissuto che si nasconde fra le pareti di una stanza. Il mondo è chiuso fuori; il tentativo è quello di tenere a bada la realtà più cupa e triste, cercando di mascherarla con trucchi e colori e canzoni. Fuori c’è un killer che continua a uccidere nel quartiere napoletano dei travestiti; fuori ci sono gli sguardi della gente, le lusinghe e le parvenze; la violenza dei giudizi e dei pregiudizi.

Dentro, in casa, sul palco, c’è Jennifer che si veste, si trucca, si traveste da se stessa; e c’è la sua ombra, la sua anima nell’ombra, che sembra rappresentare quella parte consapevole che si manifesta quando non si riesce a fuggire una realtà sofferente.

Daniele Russo è una Jennifer bellissima. Tra amara comicità, senso del tragico, dolorosa fuga dall’ombra attraverso colori sgargianti, movenze raffinate e goffe, quanto è difficile farle coincidere e convivere. Il suo volto è una maschera in continua evoluzione, le sue espressioni danno il senso ai fatti. I pochi fatti che accadono possono sembrare ripetitivi, come la nostra quotidianità, ma sono un susseguirsi naturale verso l’epilogo; una concatenazione di volatili certezze che lentamente dal buio vengono alla luce, per poi riportare tutto e tutti nel buio.

Sergio Del Prete è Anna, sembra non essere sul palco e invece, eccola! È ovunque in ogni momento. È l’anima di Jennifer? Una vicina altrettanto sola e disincantata che cerca il calore di una compagnia? Una pazza assassina che gira con un coltello? È un’altra Jennifer che vive il suo disagio sociale, quello di coloro che sono diversi, a qualsiasi titolo, per razza o per genere, per stile di vita o di abbigliamento, sono quelli che non riescono a seguire la corsa dei cambiamenti sociali, o che la anticipano inconsapevoli e ne restano paradossalmente fuori. Sono i caratteri che Annibale Ruccello delineò nel suo teatro nascente, interrotto prematuramente.

Simboli di una società dell’incomunicabilità, della solitudine nella moltitudine, della diversità esaltata eppure emarginata. Quella in cui anche oggi si aspetta una telefonata, che provenga da un apparecchio a tastiera o da un display a pixel non importa. Anche, e ancora, oggi si rischia di inseguire sogni che non hanno riscontro nella realtà che teniamo fuori dalla porta; inconsistenze che giustifichino paure, fragilità che garantiscano fallimenti.

Questa attualità di un testo pure datato, è del 1980, si respira in quelle sospensioni temporali in cui luci e suoni e movenze degli attori sul palco ci mettono come di fronte a un rallenty, quelli che servono per fermare un pensiero, per capire meglio una scena, o solo per far vagare lo sguardo. Sono momenti di una regia attenta, fedele, ma anche forte del suo bisogno di contestualizzare, di attualizzare, per restare ancorati alla realtà. Le luci, e le ombre, le scene, i costumi, le musiche, le voci alla radio, concorrono a raccontare la storia di un sogno chiuso in una casa, in un animo, in un disagio, rappresentandone così anche la sua distruzione nel ripiegamento su se stessi.


 

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