L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

La danza come metafora

di Michele Olivieri

L’emergenza sanitaria ancora in atto ci ha imposto un nuovo comportamento. Non si può andare a teatro ma questo non significa sospendere ogni attività e non coltivare più gli interessi, bisogna solo fruirne in maniera differente. Grazie al web e alla televisione importanti proposte arrivano direttamente a casa dando una mano alla cultura, alimentando quel senso di aiuto per ciascuno di noi. Sulla pagina Youtube del Teatro dell’Opera di Roma è stata trasmessa la prima assoluta di Pandora di Simone Valastro.

ROMA29 gennaio 2021 – L’arte della danza digitale è tornata per la terza volta (sicuramente la meglio riuscita) in diretta streaming, nel cartellone dell’Opera di Roma, sul palcoscenico del Costanzi con un debutto assoluto firmato da Simone Valastro, in scena i danzatori del Corpo di Ballo diretto da Eleonora Abbagnato, sulla musica di John Adams, eseguita dall’Orchestra dell’Opera diretta con piglio da Carlo Donadio. Il titolo del balletto – di una durata di circa trenta minuti – riconduce il pensiero agli elementi della mitologia greca ancora oggi pregni di fascino e di carisma, più volte ripresi nella cultura moderna e contemporanea, sebbene la leggenda venga per lo più variata riadattandola al contesto in cui è inserita. Valastro, con mano capace mossa dalla sua accademica storia artistica, abbandona “il vaso” e mediante la psichedelica partitura del compositore statunitense trasporta lo spettatore in un viaggio metaforico, interrogandosi sulla dialettica tra temporalità e identità della forma, lasciando protagonisti i corpi degli espressivi danzatori, che appaiono così come figure variate nella struttura dall’alterazione dello spazio che li accoglie. Quindi, troviamo una simmetria in grado di formulare il gesto delineando estetiche calibrate sull’accento quale elemento ritmico. Come con molti spettacoli di questo genere, il risultato appare efficace grazie alla sua architettura formale, adatto a mutare la consistenza in una successione coreologica sull’aumento e il rallentamento in egual misura.

Simone Valastro presta attenzione al subconscio, sfruttando appieno le capacità tecniche del Corpo di ballo di Eleonora Abbagnato, soprattutto nell’evoluzione dell’intenzione stilistica. I solisti si fondono sul vocabolario autonomo del creatore (e creativo), e su quel minimalismo che grazie agli accordi pulsanti, oscilla avanti e indietro in mezzo ad ipotetiche cascate e cortine di fumo, restituendo allo spettatore una visione delicata nel sentimento e al contempo interrogativa su tutto ciò che si oppone al bene, alla virtù e alla morale. I ballerini si muovono come le maree, mentre le voci femminili intonano una melodiosa coerenza; la danza si rincorre, proprio come la musica, una leggermente dietro all’altra, conferendo all’esecuzione un passo unico e mai statico, un flusso senza pausa, come fosse un’oscillazione che pur nella sua ripetizione spinge il finale.

Nei ruoli principali, intense e versatili, le étoile Alessandra Amato e Rebecca Bianchi, e il primo ballerino Claudio Cocino, a ogni esibizione sempre più ricco di temperamento e suggestione. Da citare inoltre con attitudine Claudia Bailetti, Francesca Bertaccini, Eva Cornacchia, Micaela Grasso, Claudia Marzano, Viviana Melandri, Roberta Paparella, Giovanna Pisani, Chiara Teodori, Martina Sciotto, Giovanni Bella, Andrea Forza, Fabio Longobardi, Antonello Mastrangelo, Emanuele Mulè, Massimiliano Rizzo, Giuseppe Schiavone, Annalisa Cianci, Silvia Fanfani, Francesca Manfredi, Damiano Mongelli. Le parti vocali sono state affidate ai talenti di “Fabbrica” Young Artist Program Agnieszka Jadwiga Grochala (soprano), Marianna Mappa (soprano) e Angela Schisano (mezzosoprano). Le scene fantascientifiche sono di Andrea Miglio, i costumi tono su tono di Anna Biagiotti, le luci ottimamente disegnate di Fabrizio Marinelli. La riscoperta della musica di John Adams affresca un involucro che avvolge la coreografia, e i corpi, su scenari dove compaiono altri mondi, permettendo a Valastro di usare un lessico astratto che in qualche modo vuole trascendere le ataviche forze della natura con una personale visione di chi vive e opera nell’età presente.


 

 

 
 
 

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