L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Omaggio a Patrick Dupond

di Michele Olivieri

L’emergenza sanitaria ancora in atto ci ha imposto un nuovo comportamento. Non si può andare a teatro ma questo non significa sospendere ogni attività e non coltivare più gli interessi, bisogna solo fruirne in maniera differente. Grazie al web e alla televisione importanti proposte arrivano direttamente a casa dando una mano alla cultura, alimentando un senso di aiuto per ciascuno di noi. Sul sito ufficiale del Teatro dell’Opera di Parigi è stato trasmesso il filmato del Lago dei Cigni (on line gratuitamente fino al 21 marzo) in omaggio all’étoile Patrick Dupond, scomparso recentemente.

PARIGI – Tra le numerose partner artistiche avute nella splendida carriera di Dupond, ricordiamo Noëlla Pontois, Carla Fracci, Isabelle Guérin, Sylvie Guillem, ma anche Marie-Claude Pietragalla in particolare nel Lago dei Cigni messo in rete dalla direzione dell’Opéra di Parigi  in memoria del grande ballerino, uno dei più celebri che la Francia abbia avuto, nello storico allestimento di Vladimir Bourmeister che aveva visto il debutto a Mosca al Teatro Accademico di Musica di Mosca Stanislavsky e Nemirovich-Danchenko il 24 aprile 1953 con Violeta Bovt; ripreso poi all’Opéra di Parigi il 21 dicembre 1960 con Josette Amiel e più volte riproposto per il Palais Garnier (in repertorio anche al Teatro alla Scala) in questa occasione registrato il 18 luglio del 1992 all’Opéra Bastille. La versione di Bourmeister nasce con la limpida intenzione di restituire la sequenza originale della musica pensata da Čajkovskij, qui eseguita dall’Orchestre de l’Opéra National diretta da Jonathan Darlington. Malgrado l’attento studio da parte del coreografo bielorusso sul manoscritto - conservato presso la Casa-Museo Čajkovskij situata a Klin (85 chilometri a nord-ovest di Mosca) dove il compositore visse dal maggio 1892 fino alla sua morte avvenuta nel 1893 - è stato quasi impossibile recuperare con persuasione e convincimento la sequenza testuale in quanto smarrita nel tempo insieme alla fedele partitura. Malgrado ciò Bourmeister, forte degli studi e delle ricerche, aggiunse un prologo al balletto dove la principessa, in questo caso l’eterea Marie Claude Pietragalla (nel doppio ruolo di Odette/Odile) in tutù lungo arricchito da un disteso velo e dal diadema, raccoglie dalle aiuole un bouquet di fiori venendo così catturata dal mago Rothbart (Olivier Patey) il quale la rapisce con il battito delle sue grandi ali, trasformandola simbolicamente in un cigno dal tutù corto. Nel primo atto introduce un nuovo ruolo, quello del buffone (Eric Quilleré) in scena costantemente al fianco del principe Siegfried (l’incantevole Patrick Dupond) per infondere maggiore chiarezza al carattere frivolo della nobile figura. Bourmeister (1904-1971), imparentato alla lontana con lo stesso Čajkovskij, fu direttore del corpo di Ballo al Teatro Stanislavskij di Mosca per diversi decenni, malgrado la sua presenza sia da annoverare presso le maggiori compagnie europee, essendo il primo coreografo sovietico a cui fu concesso di viaggiare in Occidente per lavoro. In carriera creò circa venti balletti, anche se il Lago rimane il suo maggiore contributo all’arte coreutica. Nella visione e nell’estetica artistica di Bourmeister si desiderava lasciare in eredità agli spettatori l’emozione e il temperamento piuttosto che la pura e spettacolare tecnica, tanto da volere il “balletto per eccellenza” quale produzione prettamente psicologica nelle variegate sfumature della mente, immettendo parti musicali sconosciute, pur conservando integri gli atti bianchi di Petipa e Ivanov. Da sottolineare che la partitura che oggi conosciamo è in parte differente dall’originale del 1877, data la rielaborazione firmata in seguito da Riccardo Drigo e Modeste Čajkovskij per la produzione del Mariinsky datata 1895. Nel 1871, Pëtr Il'ič Čajkovskij aveva trascorso una vacanza estiva con la sorella Aleksandra Il’inična Davydova e ai suoi figli Tatyana, Vera, Anna, Natalya, Dmitry avuti dal marito Lev Davydon (in seguito videro la luce anche Vladimir e Yury) nelle loro tenute situate a Kamenka e Verbovka dove furono create numerose delle sue opere. Compose quindi una miniatura in balletto ben appunto chiamato Il lago dei cigni, che rimaneggiò quando venne ingaggiato dal Bolshoi, immettendo frammenti minimi da un’altra sua opera intitolata Undina. La nuova partitura fu completata nell’aprile 1876.

Ad ogni modo, Il lago dei cigni rimane un capolavoro assoluto del balletto classico che onora il genio di Čajkovskij ed un caposaldo per coloro che si accostano alla coreutica, tante le versioni coreografiche più o meno riuscite nel corso della storia (particolarmente amata quella di Nureyev che ben si discosta per virtuosismo ed evoluzione da questa di Bourmeister più statica sul versante danza). La storia a grandi linee è ben conosciuta, troviamo nel primo atto una accademica serie di danze che precede l’entrata della regina, ma a seguire scopriamo un pas de quatre al posto dell’abituale pas de trois. La Pietragalla è un meraviglioso cigno, i suoi port de bras fanno rivivere quel movimento languido delle ali in totale suggestione. Dupond tratteggia con estremo lirismo il ruolo del principe rendendolo ricco di pathos, tecnica cristallina e linee architettonicamente irreprensibili. Nell’aria volteggia una piuma a chiudere il secondo atto, riaprendo così il terzo con le coinvolgenti e colorate danze di carattere, e gli irrinunciabili fouettés. Il quarto atto, fedele alla tradizione, presenta uno dei finali alternativi proposti nel tempo, e cioè quello positivo esemplare dell’era sovietica dove il bene trionfa sul male, con Odette che torna ad essere una principessa, vestendo nuovamente il tutù lungo (costumi di Tomio Mohri) già visto nel prologo, e appare dalla scenografica scalinata (Roberto Plate) con i coinvolgenti tagli di luce che creano idonee atmosfere (Maurizio Montobbio). Il Corpo di Ballo dell’Opéra con i suoi primi ballerini si è esibito con luminosa chiarezza grazie all’abilità che necessita un tale capolavoro, rendendo veridicamente l’interiorizzazione dei ruoli. Patrick Dupond ha preso parte ai più celebri balletti creati dai maggiori coreografi internazionali, rendendo la sua danza carismatica e accessibile al grande pubblico che lo ha sempre ripagato con gratitudine e gli ha tributato successo ad ogni chiamata alla ribalta ed incessanti applausi indirizzati al suo essere artista a tutto tondo, un eterno fanciullo arricchito da un animo attento ai dettagli, capace di esprimersi con dolcezza e determinatezza, caratterialmente forte nel cogliere la naturalezza della comunicazione tramite il linguaggio del corpo, nello studiare rigorosamente i gesti che hanno poi reso la sua arte esclusiva. Con Dupond non esisteva un movimento che non avesse un autentico significato emozionale.


 

 

 
 
 

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