L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Riprese e debutti

di Michele Olivieri

Legris, Lukács, Bubeníček, Ratmansky fanno rivivere il teatro in presenza trascinando il Corpo di Ballo della Scala, e gli spettatori

MILANO, 11 giugno 2021 - L’arte della danza è un’architettura tridimensionale in movimento, la quale si esprime concettualmente nel suo fluire. Niente parole estratte da un lessico ordinario, bensì un ancoraggio ad un vocabolario esplicito, con regole e codici espressivi che si perfezionano a volte con maggiore incisività, a volte con meno persuasività, ma pur sempre circoscritti ad una tradizione, che sia storica o contemporanea.

La direzione della Scala ha presentato la serata a quattro firme lasciando emergere un ritrovato rituale, che ha riportato il ritmo e l’afflato dello spettacolo dal vivo. Ritorno che si lega immediatamente al recente passato, forse con la consapevolezza che un qualcosa è finito, ma anche di una rinascita orientata a mantenere ciò che di bello le forme sono capaci di offrire. Un nuovo “corso” che dopo la radicalità dei mesi passati ora si ritrova in totale autenticità. All’infuori di una cultura tradizionale e cattedratica, non bisogna aver paura di aprire l’orizzonte al nuovo. La danza è da sempre in perenne evoluzione, e così dev’essere il pensiero, la progettualità, la ricerca e la sperimentazione. Il compito di oggi è proprio quello di riconoscere il rito del teatro e del balletto con una funzione di legame armonico nel promuovere inedita creatività. Serata Quattro Coreografi è stata la sintesi giusta tra tradizione e presente. Il Corpo di Ballo, i tecnici, gli orchestrali, e via via tutte le maestranze scaligere hanno ritrovato il pubblico con un programma interessante nel segno dell’ispirazione sui grandi compositori, sugli stili coreografici e su quelli musicali. Ad aprire le danze la ripresa, rivista ed ampliata del Direttore Manuel Legris, di  Verdi Suite , con un divertissement in puro stile école de danse , una vetrina accademica su tutto ciò che la danza classica racchiude nell’imprescindibilità della disciplina. La coreografia si sviluppa su alcune sequenze musicali di Giuseppe Verdi, i cosiddetti ballabili scritti per le opere Les vêpres siciliennes , Jérusalem, Le trouvère e Don Carlos . Il risultato è brioso, allegro, una combinazione di assoli, passi a due, danze di gruppo di matrice virtuosa, dall’elegante profumo di un tempo (o di un fasto) quasi del tutto archiviato (interpreti Martina Arduino, Virna Toppi, Nicola Del Freo, Marco Agostino, Mattia Semperboni, Maria Celeste Losa, Garbeile Corrado, e il Corpo di Ballo, con le scene e costumi di Luisa Spinatelli).

Non poteva mancare l’assoluta modernità di Igor’ Stravinskij nel cinquantesimo anniversario della scomparsa, in consonanza con lo spirito e il gusto dei tempi odierni. Il coreografo András Lukács ha portato (quale novità per Milano) Movements to Stravinsky trovando ispirazione in Pulcinella Suite , Les Cinq Doigts , Apollon Musagète, Suite Italienne . La produzione è risultata il fiore all’occhiello della Serata. Astratta, carismatica e minimalista la coreografia si è lasciata condurre dalle atmosfere della Commedia dell’Arte fino al Rinascimento, mostrando un “classico” rinnovato con intelligenza e raffinato gusto estetico. Lukács ha intessuto un filo, un filo del destino, mostrando ciò che dovrebbe accadere nella vita e ciò che dovrebbe accadere nell’arte. La sua creazione è un incastro che non lascia nulla al caso, ogni intenzione si adagia sull’altra con grazia. Una poesia dove gli elementi predominanti - coreografie, scenografie, costumi, luci, esecutori - mostrano un incredibile talento. Affascinanti i ballerini (Nicoletta Manni, Timofej Andrijashenko, Vittoria Valerio, Mick Zeni, Agnese di Clemente, Edoardo Caporaletti, Chiara Fiandra, Eugenio Lepere, Emanuela Montanari, Matteo Gavazzi, Antonella Albano) estremamente ben preparati, all’unisono sia tecnicamente sia emotivamente. Nel pezzo predominano quali simbologie il bianco e il nero, oltre al temperamento di Davide Cabassi al pianoforte e Sandro Laffranchini al violoncello. Gli uomini indossano gorgiere al collo, le donne appaiono in stilizzati tutù. Lukács (qui anche scenografo, costumista e ideatore luci) sa piegare il corpo dei ballerini come fosse metallo fuso nelle sue mani, plasmandoli! Lode ad Andrea Risso, magnetico nell’incedere regale. Movements to Stravinsky sopravviverà al tempo, alle mode e a chi verrà dopo perché è ciò che il pubblico si aspetta in alternanza ai grandi titoli del repertorio, e cioè un misto di passione ed innovazione, senza tralasciare il sentimento.

Per la prima volta alla Scala anche la danza di Jiří Bubeníček con Canon in D Major , il quale permette all’affiatato trio maschile formato da Nicola Del Freo, Gioacchino Starace e Mattia Semperboni, sulla musica di Johann Pachelbel, di rendere omaggio al ciclo della vita. In ogni cosa che finisce c’è l’inizio di qualcos’altro. La coreografia rappresenta l’anima, che appartiene all’esistenza: l’ordine naturale del mondo deve essere seguito. L’ispirazione coreografica nasce dai disegni di Leonardo da Vinci (proiettati sul fondale). Nella vita l’uomo infonde particolare peso alle cose materiali, identificandosi con queste, trascurando per lo più il valore interiore. Bubeníček rivelando la sua fresca danza conduce lo spettatore ad un rapido viaggio dentro sé stessi , sperimentando il collegamento con quella parte che riesce a sopravvivere in ogni circostanza, quella dimensione trascendentale che è insita nell’umano, e di conseguenza nell’arte. La coreografia si evolve in scena, per completare fino alla fine il suo compito, attingendo al principio dell’immaterialità .

In chiusura Alexei Ratmansky ha proposto Concerto DSCH , sulla musica di Dmitrij Šostakovič. Coreografia che lascia emergere un sentimento di esultanza, dispiegata con una danza vivace e virtuosa dove si possono ritrovare numerosi stili e differenti linguaggi i quali hanno segnato la storia coreutica, miscelati in una inedita originalità. Rispondendo allo spazio, alla pulsazione, al tempo Concerto DSCH cresce su terreni più disparati, catturando l’essenza di altri movimenti, tramutandoli in foggia originaria (in scena Nicoletta Manni, Timofej Andrjashenko, Valerio Lunadei, Domenico Di Cristo, Alessandra Vassallo e il Corpo di Ballo). Nota di merito all’Orchestra del Teatro alla Scala, che, malgrado l’uso delle mascherine e il posizionamento in platea, ha eseguito le partiture con accuratezza, sotto l’appassionata e trascinante direzione del maestro Kevin Rhodes. Una serata che nella sua totalità ha saputo soddisfare per la piena destrezza dei danzatori, per le equilibrate creazioni che come grandi tele hanno lasciato spazio all’immaginazione, andando oltre, ricomponendo negli applausi il quadro della ritrovata libertà.

 


 

 

 
 
 

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