L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

L’incantesimo del Lago

di Stefano Ceccarelli

La stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma al Circo Massimo prosegue con l’allestimento di Benjamin Pech de Il lago dei cigni di Čajkovskij. I due ruoli principali (Odette/Siegfried) sono splendidamente danzati da Rebecca Bianchi e Michele Satriano. L’orchestra del Costanzi è diretta da Andryi Yurkevych.

ROMA, 2 luglio 2021 – La stagione estiva del Costanzi al Circo Massimo presenta in scena un unico balletto, un grande classico: Il lago dei cigni di Pëtr Il’ič Čajkovskij, che fu coreografato nella sua première da Marius Petipa e LevIvanov. Il Teatro dell’Opera di Roma riporta in scena la coreografia approntata appositamente per questo teatro da Benjamin Pech, da me già recensita nell’ultimo allestimento visibile prima dello scoppio della pandemia di Covid-19 (leggi la recensione). Le scene e i costumi sono quelli, ormai classici, di Aldo Buti; in particolare, le scene, che citano L’isola dei morti di Böcklin (II e IV atto) e gli archi della Mezquita di Cordoba che si aprono su una fantasia architettonica, lo stesso Circo Massimo, sono proiettate sul maxi-schermo che ha fatto da sfondo anche al Trovatoredi Verdi (leggi la recensione).

Pech rilegge in maniera alquanto originale la trama del Lago e ne snellisce la coreografia di Petipa/Ivanov con l’intento – esplicitamente dichiarato – di modernizzarla. L’esito è certamente gradevole su un piano generale: gli elementi di pantomima sono più immediati e si lasciano comprendere con una certa agilità. Pur non essendo favorevole ai tagli, su un puro piano di principio, in un balletto come Il lago, capisco le esigenze che hanno portato Pech a operarli: in effetti, la pura narrazione ne giova, così come la sua personale idea di sfrondamento coreografico. Parlando, invece, della sua rilettura complessiva della trama, mi pare affascinante e innovativa per talune scelte, discutibile, se non narrativamente debole, per altre. L’elemento più interessante è certamente il personaggio di Benno che assorbe anche quello di Rothbart; è Benno, infatti, che per invidia tradisce il principe Siegrfied, maledice alcune ragazze trasformandole (almeno parzialmente) in cigni e fa innamorare Odette di Siegrfied, facendo in modo che quest’ultimo la tradisca, poi, con il di lei doppelgänger Odile. Insomma, Benno, invidioso dello status di Siegrfied e di lui anche innamorato, muove occultamente le fila della trama. Il tema dell’omosessualità è, dunque, fondante nella rilettura di Pech, dato che Siegrfied, innamorandosi di una donna/cigno, in realtà svelerebbe semplicemente la sua impossibilità di amare una donna reale, proprio in virtù del suo essere omosessuale (evidente alter ego di Čajkovskij). Tale lettura di Pech, benché affascinante su un piano puramente teorico, è poco funzionale alla narrazione, non essendo immediatamente perspicua per chi non abbia prima letto le note di sala; in particolare, poi, Pech crea un finale francamente poco d’effetto. Nella scena finale, infatti, Pech mette in scena Siegfried che, tentando di colpire Benno con la balestra, trafigge invece Odette, la quale spira mentre Benno si pente, incontrando persino il perdono di Siegrfied. Tutto questo complesso torno di sentimenti è effettivamente opaco guardando la coreografia; ma soprattutto, rimango nostalgicamente fedele all’idea che i due amanti debbano morire assieme, inghiottiti dalle acque del lago, mentre i cigni volano in lontananza (com’era l’idea originale di Čajkovskij).

Al netto delle varie opinioni sulle scelte registiche di Pech, il coreografo fa un ottimo lavoro sull’intero corpo di ballo. Le coreografie delle danze di carattere del I e del III atto sono tutte efficaci e ben eseguite: lo stesso corpo di ballo, peraltro, si mostra in forma eccellente, concorrendo all’esito positivo della serata. Gli atti II e IV sono caratterizzati da delicatissime coreografie, che valorizzano l’aspetto aereo ed elegiaco delle cigne: splendido l’effetto in cui Odette sparisce e riappare fra le compagne cigne durante le evoluzioni delle coreografie ‘a croce’ – in questi atti del balletto, forse più che altrove, la mano di Pech è più efficace nel plasmare le sequenze coreutiche.

Nel ruolo di Odette/Odile si esibisce Rebecca Bianchi. L’interprete offre una performance straordinaria, sia in termini di pulizia delle linee, delle posizioni e delle figure, come pure sul piano dell’intensità drammatica. I suoi pas de deux con Satriano sono splendidi e commoventi per le emozioni che gli stessi interpreti profondono nell’eseguirli: se il cosiddetto passo a due ‘del cigno nero’ è un tripudio di tecnica, i due ‘del cigno bianco’ sono tutti volti alla ricerca di una delicata espressività.

Michele Satriano danza un Siegrfied elegante, tecnicamente pulito, che coniuga al vigore della parte una delicatezza notevole in più punti della partitura; le mani, gli appoggi, le posizioni, tutta la sua performance è intensa e tecnicamente ottima. Cosa da notare – come ho già detto – è l’intesa con la partner Rebecca Bianchi.

L’orchestra ha ben eseguito la partitura, almeno per i primi tre atti: per il IV non potrei giudicare, visto che il tifo per la vittoria dell’Italia ha sostanzialmente invaso (almeno a livello sonoro) tutte le strade che circondano il Circo Massimo, rendendo veramente arduo non solo il lavoro del direttore, ma pure quello dei danzatori. Come che sia, Andriy Yurkevych ha buon polso nell’accompagnare i ballerini, stando molto attento alla congruenza fra agogica musicale ed esecuzione coreografica. La magia de Il lago dei cigni, quindi, torna ad incantare il pubblico romano in una rumorosa notte estiva nella capitale.


 

 

 
 
 

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