L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il diritto di scandalizzare

 di Stefano Ceccarelli

Arriva a Roma la Manon di Kenneth MacMillan, nell’allestimento Stanislavsky and Nemirovich-Danchenko del Moscow Music Theatre. La Abbagnato, che danza nel ruolo del titolo, ha avuto il merito di riportare a Roma un intero balletto di MacMillan dopo ben trentasei anni dal Romeo e Giulietta alle terme di Caracalla. Manon è una miscela di stile classico pennellato di linguaggio crudamente novecentesco. Gli interpreti (secondo cast) sono la brava Susanna Salvi, nel ruolo del titolo, e Cocino in quello di Des Grieux. Il corpo di ballo dà, al solito, il meglio di sé.

ROMA, 30 maggio 2018 – Se si dà un rapido sguardo al cartellone della stagione di danza del Teatro dell’Opera di Roma, si scopre piacevolmente una presenza importante, netta della danza contemporanea. Anche nel caso di un titolo come Manon, che a una lettura fugace potrebbe sembrare del repertorio ottocentesco. Invece, Manon è una creatura di Kenneth MacMillan. Ma MacMillan può anche ingannare, camuffandosi dietro a coreografie perfettamente classiche: è un po’ quello che accade anche per Manon, se non per decisivi quanto pervasivi particolari. MacMillan, infatti, amava infarcire le sue coreografie di allusioni sessuali ed elementi disturbanti, che fanno il sale del ‘900, del resto: amava scandalizzare, ma uno scandalo pacatamente istillato da pochi e ben dosati particolari. E ne aveva anche il diritto, come direbbe Pasolini.

Manon, in tal senso, è una miniera d’oro. La celebre storia, ideata da Prévost, narra gli amori di una bellissima e giovane ragazza, Manon Lescaut, usata dal fratello come merce per il successo, concupita da vecchi e ricchi, amata di puro amore dallo squattrinato Des Grieux: sappiamo tutti come andrà a finire. La ripresa della Manon di MacMillan, un abile pastiche di musiche da varie opere di Jules Massenet (che mostra l’arte del taglio e cucito musicale di una volta), è affidata a Karl Burnett e all’inossidabile Patricia Ruanne. Le scene e i costumi sono quelli, classici, del noto Nicholas Georgidis, che fu collaboratore di MacMillan in molte delle sue produzioni: per questa romana, Cinzia lo Fazio ne cura il riallestimento. Le scene sono di funzionale semplicità, ben architettate e non oberate di elementi d’impiccio. Il broccato delle mura della casa di Des Grieux, schizzata con un lungo letto a baldacchino e una modesta scrivania, è anche l’esterno delle mura della locanda nei pressi di Parigi, quando si apre l’opera fra i colori di una folta folla; la casa di Madame è schizzata con qualche specchio, dei separé e dei tavoli in proscenio, che suggeriscono un interno senza appesantire la scena; ma, a mio avviso, veramente stupenda è la scena del porto di New Orleans, con elementi lignei quasi in fantasia, vele e carichi appesi. Tutte le cromature sono esaltate dal sapiente gioco di luci di J. B. Read. Peccato l’ultima scena, quella della palude in Louisiana, giacché l’espediente di far calare delle liane dal soffitto risulta tutto sommato antiestetico (ma l’ultima scena. del resto, è anche quella più farraginosa da raccontare ‘mimeticamente’). Complimenti anche all’orchestra per la sua performance e al direttore Martin Yates, non solo per la buona concertazione, ma anche per l’attenzione ai ballerini.

Roma dovrebbe essere orgogliosa di avere un corpo di ballo fisso (che non è poco, di questi tempi, in Italia), un corpo di ballo di qualità. Tutti i ballerini, infatti, danzano bene le varie sezioni d’insieme, peccando solo qua e là di qualche fisiologica imprecisione: ma i tempi, la musicalità, i respiri, in sostanza il grande lavoro di preparazione, si percepiscono palpabilmente. Il Lescaut di Giacomo Castellana è energico, ma pure legnoso in qualche passaggio: dà il meglio di sé nel II atto, a casa di Madame, danzando un bel pas de deux (non poco ironico degli stilemi fissi del genere) con la brava Marianna Suriano nel ruolo della sua Amante – qui Castellana è bravo a simulare la pesante ebrezza di Lescaut. Guillot de Morfontaine è danzato da Manuel Parruccini, ballerino d’esperienza che sa incarnare un carattere baldanzoso, possessivo, geloso, schiavo dell’inebriante sensualità della giovane Manon. Il Des Grieux di Claudio Cocino è probabilmente un personaggio non completamente scolpito, ma certamente danzato con la consueta ottima tecnica e tenuta, tanto nei momenti d’assolo o nelle scene mimate, quanto nei bei passi a due con Manon. Di questi val bene ricordare quello che chiude il I quadro del I atto (cioè quando i due si conoscono); ma anche quello nella camera dello studente, come pure l’ultimo, preludente alla morte dei due. MacMillan è bravo a creare, con un linguaggio perfettamente classico, atmosfere fuori tempo, rese ancor più atemporali dall’intromissione di movenze e atteggiamenti contemporanei, che fungono da elemento straniante nel quadro settecentesco della vicenda. In tal senso, la parte di Manon è esemplare: e le rende certo giustizia Susanna Salvi, che sostituisce per tre date Eleonora Abbagnato nel ruolo del titolo. La Salvi è bellissima in scena e rende comprensibile una notevole profondità psicologica del personaggio. Nei primi quadri suggerisce l’adolescenza frivola, ma sensualissima della ragazza; mano a mano acquista consapevolezza del suo potere di donna: nel suo assolo del II atto, a casa della mezzana Madame, il suo sguardo diviene più sensuale, quando si fa trascinare dai molti uomini presenti, che sono come tanti partners che si alternano indistintamente, che la sollevano, la spostano, su una musica eroticamente orientaleggiante, e alla fine abusano anche di lei, in gruppo. Una sensualità che è rassegnazione in un altro topico momento di abuso (quando il linguaggio di MacMillan squarcia – novello Fontana – la tela della compostezza classica, non vergognandosi di scandalizzare): quando cioè il carceriere ne approfitta, prima di venire ucciso da Des Grieux. Nell’ultimo passo a due la Salvi ha la spettrale consistenza di una martire della vita. Gli applausi finali del pubblico in sala ripagano il lavoro di tutti.