L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Indimenticabile Romeo e Giulietta

 di Stefano Ceccarelli

La stagione estiva di Caracalla si chiude con un’indimenticabile produzione di Romeo e Giulietta per la regia e coreografia di Giuliano Peparini, che si dimostra geniale e istrionico interprete di una storia immortale. L’orchestra è diretta da David Levi, che fa un ottimo lavoro. Ciò di cui andare orgogliosi è che l’intera produzione vede coinvolti solo artisti del corpo di ballo capitolino, con la Salvi e Cocino nei ruoli del titolo, dimostrando l’altissima qualità del lavoro dei ballerini capitolini.

ROMA, 4 agosto 2018 – L’ultimo spettacolo ‘classico’ nel cartellone estivo di Caracalla è il balletto Romeo e Giulietta di Sergej Prokof’ev; ma è anche, aggiungerei, il migliore, ed è sicuramente fra i migliori in assoluto della stagione romana. L’immortale tragedia d’amore shakespeariana rivive nella musica complessa, a tratti graffiante, ma del tutto suggestiva di Prokof’ev e, soprattutto, in un allestimento che oscilla fra il classico e il contemporaneo e che sfrutta al meglio la suggestiva location, in particolare i bastioni in rovina delle suggestive terme di Caracalla. Un ulteriore merito è da ascriversi al fatto che tutti gli interpreti sono ballerini regolari del corpo di ballo capitolino: ciò che attesta, appunto, l’alto grado tecnico che, in questo momento, caratterizza i ballerini dell’Opera di Roma.

Ma il fautore principale di questa serata magica è stato certamente il coreografo Giuliano Peparini, che ha saputo interpretare il balletto di Prokof’ev con sensibilità e piglio contemporaneo. Non c’è un momento della serata che risulti noioso o monotono: tutta la coreografia scorre con grande originalità, brillantezza e dinamismo. Non è stato facile per il corpo di ballo, cui è stata richiesta precisione nelle scene d’insieme e attenzione alla coordinazione generale in quelle più affollate: ma il risultato è straordinario e piacevolissimo. Le scene di Lucia D’Angelo e Cristina Querzola prevedono una piattaforma neutra con delle scale d’accesso, dove i ballerini salgono e scendo ingenerando piacevoli scene di movimento. Questa pedana – a seconda delle esigenze – si arricchisce di elementi scenici semoventi: statue di classica bellezza (come la copia dell’Apollo e Dafne del Bernini che decorava il giardino dei Capuleti nella celebre scena del balcone), ma anche il letto di Giulietta e la chiesa di Frate Lorenzo, una sorta di gabbia con un crocifisso illuminato. Un eccellente lavoro fa anche Jean-Michel Désiré con le luci; come pure Frédéric Olivier con gli splendidi costumi, curatissimi nei particolari (si pensi solo agli abiti eleganti delle signore delle rispettive famiglie rivali). Impreziosiscono il tutto le proiezioni video di Albin Rosa e Thomas Besson – D (Labs): vediamo proiettarsi il testo del Romeo and Juliet di Shakespeare, varie figure (anche fantasiose), vetrate di chiesa e quant’altro. Insomma, tutto concorre a esaltare l’idea registico-coreografica di Peparini, improntata a un intelligente eclettismo, che si realizza mescolando a una base di classico altri stili, come le danze sociali (hip hop e break dance), utilizzate per caratterizzare lo stile sfrontato e aggressivo dei Capuleti. Questa ben dosata miscela insegna che un balletto classico può essere anche interpretato con un linguaggio coreutico più moderno: proprio l’uso dello stile contemporaneo, in tal senso, esalta la ruvidezza slava della corposa melodia del celebre ballo in casa Capuleti. Ma Peparini è capace di confezionare anche coreografie estremamente classiche, come i pas de deux dei due protagonisti. Un altro dono dell’arte di Peparini è la capacità di saper narrare senza sforzo; se si guarda attentamente lo svolgersi della sua coreografia si notano alcuni particolari, come il rapporto ambiguo fra Madonna Capuleti e Tebaldo, o la violenza di Padre Capuleti nei riguardi della moglie e della figlia, o ancora il delirio mistico di Frate Lorenzo, che impreziosiscono il dettato della musica: e lo fanno – val bene sottolinearlo – senza gravare sul chiaro svolgimento della storia. Peparini, peraltro, ricorre anche a alcune citazioni pop: la crocifissione mistica di Frate Lorenzo, dopo l’abuso della violenza del cilicio, occhieggia a quella di Madonna, che durante un famoso concerto sconcertò per l’audacia della sua trovata.

Insomma, Peparini regala una coreografia a dir poco geniale e piacevolissima, capace di esaltare ogni momento della partitura di Prokof’ev e dimostrando – contro le remore dei contemporanei del compositore – che la sua partitura è perfettamente danzabile. Lode all’intero corpo di ballo capitolino: la precisione, la mimica coreutica, la fisicità e grazia dei ballerini e delle ballerine sono state apprezzate da tutto il pubblico accorso. Claudio Cocino danza un Romeo tecnicamente ineccepibile, soprattutto nelle linee e nella fisicità: forse è poco spontaneo in alcuni momenti e, a mio avviso, potrebbe migliorare l’interpretazione emotiva – per così dire – del personaggio. Ma porta a casa la serata e i meritati applausi. La Giulietta di Susanna Salvi è un sinolo di grazia, bellezza, pulizia tecnica e profonda interpretazione del personaggio. La Salvi riesce a essere fresca, scontrosa, irata, gioiosa, disperata, a seconda della situazione, ma sempre con l’eterea grazia che l’immaginazione attribuisce a Giulietta; e riesce a comunicare tutto questo con la danza. L’ottima intesa con Cocino rende piacevolissimo non solo il pas de deux della scena del balcone, ma anche gli altri e, in particolare, lo straziante finale, in cui è brava a danzare sembrando inerte. Fra i comprimari brilla il Mercuzio di Alessio Rezza, istrionico e semplicemente perfetto nel personaggio dell’estroso Montecchi: la sua fisicità emerge tutta, ma anche la pulizia e l’armonia di una parte da squisito caratterista – si ricordi solo la scena della sua morte. Domenico Gibaldo ha la bellezza del physique du rôle per un piacente Paride e la grazia nel danzare. La Nutrice di Federica Maine è ben calata nel ruolo di protettrice di Giulietta e regala anche qualche gustosa scenetta. Il Tebaldo di Jacopo Giarda è teso e muscolare; la Rosalina di Sara Loro aggraziata. Marco Marangio stupisce nella bella scena da concerto pop di Frate Lorenzo, in cui viene appeso come se fosse crocifisso: Peparini ha, infatti, immaginato la componente sacra della pièce marcandone i caratteri mistici e di isolamento dal mondo (tanto da sembrare più monaci che preti). In generale, tutti i comprimari sono azzeccati nel loro ruolo: Antonello Mastrangelo (Padre Capuleti); Annalisa Cianci (Madonna Capuleti); Paolo Gentile (Padre Montecchi); Giacomo Castellana (Benvolio); Cristina Saso (Madonna Montecchi); Damiano Mongelli (Principe di Verona).

L’eccellente orchestra dell’Opera di Roma è diretta da David Levi, che legge con energia e piglio la proteiforme partitura del Romeo e Giulietta: è attento a soppesare le dissonanze, senza appiattire il dettato spesso ruvido voluto da Prokof’ev, che scolpisce una musica semanticamente tesa a far emergere l’ethos dei personaggi coinvolti nelle singole situazioni più che a descrivere brillantemente le situazioni stesse. Una serata, quindi, riuscitissima, fra le produzioni migliori della stagione.

foto Yasuko Kageyama