L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Oltremisura

 di Andrea R. G. Pedrotti

Ben strutturato, con l'inserimento di proiezioni ben studiate, e splendidamente reso dai complessi della Staatsoper, il Galà di danza dedicato a Rudolf Nureyev pecca però nelle proporzioni eccessive del programma, che supera le quattro ore complessive.

VIENNA, 28 giugno 2018 - Di fatto con il Nurejew Gala si conclude la stagione 2018/2019 dell'Opera di Vienna, la stagione celebrativa dei centocinquant'anni dall'inaugurazione dell'edificio che, ancora oggi, ospita l'istituzione.

La struttura del Gala è interessante, con uno schermo a scendere, innanzi al sipario tagliafumo calato, con un breve filmato delle prove della coreografia, prima che questa venga eseguita dagli interpreti. In apertura, il Delirien-Walzer di Josef Strauss, viene preceduto da un filmato leggermente diverso da quelli che lo seguiranno, ossia una carrellata di immagini (molto nello stile degli intermezzi televisivi del Concerto di Capodanno) a raccontare i momenti salienti della storia del teatro, con una cronologia che parte dalle fotografie del cantiere, fino a giungere ai giorni nostri. L'immagine di sfondo che appare a presentazione terminata, invece, è una stampa della Staatsoper dall'Opernring che mescola in un bel connubio visivo i diversi ambienti e i diversi esempi di vita sociale che l'Opera di Vienna ha visto dal 1869 a oggi.

La coreografia di Roland Petit, interpretata da Natascha Mair e Davide Sato, risulta adatta all'idea visiva e ben accompagna il pubblico al Gala, giustamente aperto da un ulteriore omaggio alla storia della Wiener Staatsoper.

Sul resto della serata permane qualche perplessità, non tanto sulla qualità delle coreografie (eccezion fatta per la Artifact Suite di William Forsythe su musiche di Bach), interpretate da uno dei primissimi corpi di ballo al mondo, ma la quantità delle stesse. Chiaramente le tre parti in cui il Gala era diviso dovevano comporsi di un'offerta diversificata, che andava a chiudersi, come nella termine d'un atto, in una grande scena d'assieme. Il problema vero e proprio è stato la durata complessiva che, compresi i due intervalli, è giunta alle quattro ore e trenta minuti. Proporzioni wagneriane per un centone di numeri chiusi scollegati fra loro ci sono apparse invero esagerate.

Può andar bene inserire una serie di Pas à Deux nelle prime due parti, per mostrare agli astanti frammenti degli spettacoli andati in scena alla Wiener Staatsoper, ma è apparso eccessivo proporre, come terza parte, l'intero terzo atto di Sylvia (circa cinquanta minuti), con scenografia completa e coreografia dello stesso direttore del corpo di ballo della Staatsoper, Manuel Legris. La coreografia era senz'altro piacevole, a tratti troppo manierata, ma piacevole. Magari non era il caso di rappresentarla dopo tre ore di spettacolo.

Alla termine, il grande successo è garantito dall'eccellenza dell'Ensemble della Staatsoper e dalla precisa, quanto intensa, concertazione di Kevin Rhodes, il quale ben guida l'organico orchestrale prestando minuziosa attenzione agli interpreti in palcoscenico.

Il teatro gremito ha, così, salutato l'ultimo atto della stagione prodotta dalle maestranze viennesi, in attesa di riprendere le attività in settembre e di conoscere quale sarà il nuovo corso della Wiener Staatsoper e di aver maggior chiarezza circa le idee genericamente esposte dal successore di Dominique Meyer, Bogdan Roscic.

foto Wiener Staatsballett / Ashley Taylor


 

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