L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L'estasi continua

di Michele Olivieri

L’importanza di tale ripresa è racchiusa e tessuta nel rispetto dell’intenzione e dell’originalità del coreografo e dell’autore tanto da diventare, nel tempo, l’emblema del balletto esemplare.

Il Teatro alla Scala ha riproposto Giselle ,due atti di Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges da Théophile Gautier,nello storico allestimento di Jean Coralli e Jules Perrot con l’ormai iconica ripresa coreografica di Yvette Chauviré. Nei ruoli principali, durante la sesta rappresentazione, la coppia Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko. L’importanza di questo recupero è racchiuso e tessuto nel rispetto dell’intenzione e dell’originalità del coreografo e dell’autore tanto da diventare, nel tempo, l’emblema del balletto esemplare.

Una trasposizione spirituale tra le più incantevoli, che si inserisce a pieno titolo regina del periodo romantico, così caratterizzata da tendenze riconducibili ad un mondo sentimentale, appassionato, languido e sognante capace di suscitare quell’atmosfera suggestiva, fondata su un rapporto amoroso, vissuto con incantata trepidazione ma al contempo anche doloroso. Tragedia che si consuma per due volte nel corso della narrazione, nel primo atto prende le sembianze di Giselle, nel secondo atto quelle di Albrecht, coinvolgendo così emotivamente gli astanti, suscitando solo nel finale quel senso di candore seppur nel convincimento che tutto è perduto.

La coppia Manni-Andrijashenko porta con sé il senso del teatro, incanta per la sinergia e la totale empatia, lei è una Giselle impalbabile, morbida, pulita, lineare, matura nel piglio e nell’azione, delicata nel riconsegnare quella drammaticità dolente tra tecnicismo e mimica, in particolar modo nel secondo atto dando prova di un attento lavoro sulla cristallizzazione della figura femminile, idealizzata e positiva nell’impersonificare la contadina quanto la villi con senso di misura. Lui è uno slanciato e bellissimo Albrecht, dal convincente talento, supportato da forte presenza scenica e musicalità e dall’interpretazione raffinata, impreziosita da una tecnica costantemente ben controllata e determinata, riuscendo a donare al ruolo quell’eleganza armoniosa che mantiene inalterata la virilità del principe.

Marco Agostino è tecnicamente un efficace e sensuale Hilarion, vigoroso e deciso, davvero ottimo nel personaggio. Riesce ad emergere per le doti espositive finalizzate alla loro piena comprensione, dimostrando così una raggiunta maturità grazie all’intensità del gesto, alla sicurezza del portamento, al vivo e acuto sguardo oltre all’intenzione del cenno.

Il Corpo di ballo diretto con abilità dal maestro Frédéric Olivieri, nella pomeridiana si è avvalso di numerosi giovani e aggiunti – non tutti ancora congeniali alla parte – e di altri danzatori di più lungo corso che hanno saputo confermare l’autorevolezza richiesta dal palcoscenico scaligero, soprattutto nel “Ballet Blanc”, la caratteristica sezione tersicorea nella quale dominano personaggi fantastici ed eterei, rappresentati magicamente dai tutù bianchi indossati dalle ballerine in punta, che ben s’immedesimano in un ideale languido e decadente sulle architettoniche e crepuscolari costruzioni coreografiche.

Da citare Alessandro Grillo, Marta Romagna, Daniela Siegrist, Nicola Del Freo, Massimo Garon, Alessia Auriemma, Christelle Cennerelli, Benedetta Montefiore, Marta Gerani, Agnese Di Clemente, Camilla Cerulli, Alessandra Vassallo, Vittoria Valerio. Nota di merito per Caterina Bianchi. Qualche imprecisione tecnica sul ruolo maschile nel Passo a due dei contadini con i giovani Domenico Di Cristo (buona la presenza scenica) e con la promettente sicurezza di Linda Giubelli.

Ha diretto l’Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala David Coleman il quale ha assecondato i ballerini lasciando spazio ai singoli respiri, in una rilettura dalla partitura di Adolphe Adam che serve il passo ed è completamente al servizio della coreografia, sottolineando così il pathos, grazie anche alle evocative scenografie e ai celebrativi costumi di Aleksandr Benois, rielaborati da Angelo Sala e Cinzia Rosselli.

Applausi a scena aperta, e ripetute chiamate nel finale, per sancire una produzione immortale in cui tradimento e redenzione fanno da corona al capolavoro composto da limpidezza e nitidezza, peculiarità ormai rare sia in natura che nell’animo umano perché l’autentica magnificenza risiede intorno alla virtù del cuore.

 


 

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