Favola e basta

di Irina Sorokina

L'ultimo balletto di Čajkovskij, dalle travagliate vicende, torna in scena a Vladivostok in una smagliante versione firmata da Eldar Aliev, che privilegia l'aspetto favolistico e presto una cura speciale al primo atto, proprio quello che, al debutto del 1891, suscitò maggiori perplessità.

Vladivostok, 21 settembre 2019 - Il povero Marius Petipa non coreografò mai Lo Schiaccianoci. Lo abbiamo chiamato “povero”, il grande coreografo marsigliese, naturalizzatosi pietroburghese, per un senso di compassione. Merita molto di più il creatore del balletto classico, più onore e più rispetto e non l’ignoranza con cui viene trattato tutti i santi giorni quando una notevole quantità di assoli o altri pezzi vengono attribuiti a lui. È ora di fare chiarezza: Marius Petipa non coreografò mai il celeberrimo balletto Lo Schiaccianoci, un titolo “inevitabile” nel periodo natalizio, che gira in mille versioni per i teatri di tutto il mondo.

Se oggi Lo Schiaccianoci è una presenza immancabile sulla maggior parte dei palcoscenici del mondo, il merito va ad Ivan Alekseevič Vsevolozhsky, direttore dei teatri imperiali alla fine dell’Ottocento. Petipa e Čajkovskij avevano già prodotto insieme un capolavoro, La bella addormentata. Il francofilo direttore volle unirli ancora una volta e pensò allo Schiaccianoci, ma nel rifacimento edulcorante di Alexander Dumas che sostituì la tragicità e il grottesco hoffmaniani con buonismo ed ironia. I gusti del pubblico pietroburghese ai tempi correnti necessitavano di un lussuoso grand spectacle con scenografie grandiose, effetti speciali e, soprattutto, partecipazione di una famosa etoile, quasi sempre di nazionalità italiana.

Fu davvero difficile soddisfare tali esigenze. Il soggetto non forniva occasioni sufficienti ai momenti spettacolari e nel ruolo della protagonista era prevista una ragazzina. Lo stesso Vsevolozhskij nutrì dei dubbi e il 9 (21) agosto 1891 scrisse a Cajkovskij: “Ho provato un forte rimorso per averLe chiesto di scrivere questo balletto. So che non La attira. Lei ha un animo eccezionalmente gentile per dirmi di no”. Questa storia con un divertissment di dolci previsto nel secondo atto si collocava difficilmente tra i due capolavori tragici, l’opera La dama di picche e la Sesta sinfonia Patetica, ma solo apparentemente. Esse influenzarono sicuramente “la favoletta” dello Schiaccianoci: i pensieri del fato e della morte si insidiarono nella musica del balletto.

Nacque sotto cattiva stella, l’amatissimo Schiaccianoci. Il potentissimo Marius Petipa, vero padrone della compagnia di balletto del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, preparò il piano dettagliato del futuro balletto, come al solito, dettando al compositore il carattere della musica, metro musicale e quantità di battute. Alcuni anni prima aveva pensato già di usare il soggetto per la Scuola di Ballo della capitale del Nord. Tra gli appunti di Petipa si trovano delle cose ancor’oggi non decifrate: il padre di Clara viene chiamato “Presidente”, com’era solito nei tempi della Grande Rivoluzione Francese, è previsto l’uso della danza rivoluzionaria Carmagnola e si legge addirittura la frase “Evviva il rumore dei cannoni!”. Tutto questo fece pensare al grande coreografo russo e conoscitore del balletto classico Fyodor Lopukhov, che produrrà la propria versione dello Schiacciamoci, che il futuro balletto fosse legato al centenario della rivoluzione. Il fato volle che Petipa, dopo aver lavorato sull’idea e sulla sceneggiatura con tanti scrupolo e impegno, si ammalasse e la realizzazione dello Schiaccianoci fosse affidata al suo vice Lev Ivanov, destinato a vivere nell’ombra del brillante marsigliese. Il secondo coreografo si distinse per grande talento, spiccata sensibilità, eccessiva modestia e attaccamento alla bottiglia.

Il suo Schiaccianoci non ottenne un grande successo. Uno dei ballettomani pietroburghesi lo liquidò con le seguenti parole: “Per le danzatrici c’era veramente poco, per l’arte assolutamente niente. Addirittura la musica risultò abbastanza debole”. Un altro, addirittura, lo stroncò come “una rappresentazione noiosa e assurda”.

Tutto ciò non ci deve sorprendere. Il talento di Ivanov si “risvegliava” solo all’incontro con una grande musica; il primo atto, la festa di Natale non lo ispirò, mentre, coreografando il Valzer dei fiocchi di neve, la Danza cinese (Thè), la Danza russa (Trepak) e il Passo a due della Fata Confetto e del Principe Orgeat (Orzata), produsse capolavori. Nessuno pensò di conservare queste coreografie per i posteri.

Una cosa curiosa, il piano di Petipa non prevedeva il ritorno della protagonista nel mondo reale. “L’apoteosi rappresenta una grande alveare con le api che volano attorno e badano bene a proteggere il loro tesoro”,- si legge nel libretto in conformità alle idee dell’anziano genio: le prove sono superabili, i sogni raggiungibili e i desideri realizzabili. Tutto questo in aperto contrasto con le pagine più suggestive della partitura in cui si sente qualcosa simile alle trombe d’Apocalisse. Lo Schiaccianoci rimase un balletto irrisolto e finora non esiste una versione standard come accadde con La bella addormentata e Il lago dei cigni. Ecco perché ogni coreografo che si rispetti lascia la propria versione del celebre titolo, da Aleksandr Gorsky a George Balanchine, da Yuri Grigorovič a Matthew Bourne, e non ci sono i veri vincitori di questa difficile battaglia.

Alla fine del mondo, a Vladivostok che è molto più vicina al Giappone che la Russia di cui questa città fa parte, si vede la versione di Eldar Aliev, un uomo di molti talenti e mille facce. Uno Schiaccianoci altamente godibile che non scava più di tanto nella psicologia dei personaggi e tanto meno segue la strada psicanalitica, ma punta ad attirare in teatro un pubblico diverso e più vasto possibile. Uno Schiaccianoci per tutti, insomma, bellissimo da vedere e facile da capire. Aliev offre la sua versione della storia, modificando leggermente il libretto, e crea una vera favola dimostrandosi un formidabile mestierante per cui il balletto classico non ha segreti. Si avvale della collaborazione dello scenografo Semyon Pastukh e della costumista Galina Solov’yova, un tandem collaudato se c’è bisogno di produrre lo spettacolo dal quale non è possibile staccare gli occhi, e, oltre a creare coreografie, si occupa personalmente del disegno luci. Insomma, Eldar Aliev è un uomo completo di teatro.

Come nel libretto originale, Aliev sviluppa l’azione su due piani, reale e fantastico. Come in molte versioni, è Drosselmeyer il regista dell’azione. È lui che si siede sulla poltrona comoda a righe dietro lo scrittoio settecentesco con l’immancabile candela in una stanza piena di bambole. Per volontà di Aliev, lui è lo zio di Maša (Clara nelle versioni occidentali), amico di casa, costruttore di bambole e anche inventore di storie (notiamo tra parentesi che la sua mente vola): desidera comporre una favola per Maša, le idee gli vengono in continuazione e si realizzano immediatamente in scena. Nell’atto primo si vede la strada innevata con delle simpatiche casette tedesche, poi una bella e accogliente abitazione borghese, il suo tepore si percepisce fisicamente. I suoi pacifici abitanti sono dediti alle tradizioni, festeggiano il Natale con gioia e stile, vestono eleganti per l'occasione, osservano con dolcezza i bambini che ballano e giocano. Nessuno sa che sarà un Natale speciale, tranne Drosselmeyer. Vicino all’albero di Natale appare un castello e da lì fanno la loro apparizione la Fata Confetto e il principe Schiaccianoci, sostituiscono le bambole qualunque del libretto originale. La sensibile fanciulla può già percepire qualcosa riguardo il suo viaggio fantastico a Confiturembourg. Ma prima c’è la prova nel nome della nobiltà d’animo, vittoria del bene. Sotto gli occhi spaventati della fanciulla la malefica Krysilda (un nome pressappoco intraducibile, significa un topo cattivo di sesso femminile) trasforma il fidanzato della Fata Confetto principe Schiaccianoci in un brutto mostriciattolo. Tocca a Maša di prendere parte alla difesa e dare un contributo decisivo alla vittoria sull’esercito del Re dei topi. Tornato principe, lo Schiaccianoci esprime alla fanciulla la sua gratitudine e le offre un viaggio fantastico a Confiturembourg, il regno dei dolci.

Se l’atto primo non era stato capace di ispirare Lev Ivanov quasi un secolo e un quarto prima, con Eldar Aliev è stata tutt’altra storia. Il pubblico segue le faccende di Maša, della Fata Confetto e del principe Schiaccianoci col fiato sospeso, gli episodi pantomimici si distinguono per la loro naturalezza e vivacità e i topi e il loro Re fanno divertire parecchio il pubblico.

Conosciamo bene molte versioni del divertissment del secondo atto dello Schiaccianoci e dobbiamo riconoscere la grande abilità di Eldar Aliev. Le sue coreografie risultano armoniose e spettacolari, a cominciare dal Valse des fleurs dove vengono impiegate sedici ballerine e quattro ballerini e l’occhio viene affascinato dal contrasto tra le donne e uomini: le prime formano le bellissimo figure par terre, in perfetta sintonia col dolcissimo primo tema musicale, mentre i secondi si impegnano in salti vigorosi sul tema drammatico in minore.

Le danze del divertissment sono coreografate con grande gusto e fantasia, Aliev taglia Le danse des mirlitons, meglio noto come La Pastorale, e La Mère Gigogne et les polichinelles, che non si vede quasi mai, e si concentra su quattro danze pensate da Čajkovskij come quelle di carattere: Le Chocolat (Danse espagnole), Le café (Danse arabe), Le thé (Danse chinoise), Trepak (Danse russe). Nella versione di Aliev sono pezzi eleganti e virtuosi di stampo accademico con delle leggere allusioni al loro carattere nazionale.

La presenza nel repertorio dello Schiaccianoci è sempre un regalo non soltanto al pubblico, ma anche agli artisti, visto che il celebre balletto prevede la partecipazione di un numeroso corpo di ballo, corifei, solisti, primi ballerini, ragazzi e bambini. E così è, ogni artista dà il meglio di sé nei ruoli grandi e piccoli. Anna Samostrelova è una brillante Fata Confetto, sicura e radiosa in un ruolo che le calza a pennello. La ballerina si distingue decisamente dal punto di vista tecnico e letteralmente incanta il pubblico con i suoi virtuosismi. Nel ruolo del suo cavaliere, il principe Schiaccianoci, un Viktor Mulygin pressappoco formidabile conquista dall’inizio per la sua nobile maniera e un certo spirito sereno; è un ballerino armonioso, dalle movenze morbide ed eleganti, e con altissima qualità di batterie e pirouettes.

Dinamico e vertiginoso il valzer finale che funge da gran coda gioiosa. Con essa si termina il fantastico viaggio della sensibile e nobile Maša, la luce timida cade sulla poltrona dove la fanciulla dorme abbracciata alla bambola Schiaccianoci, un finale semplice e toccante.

Oltre alla bravura tecnica dei primi ballerini, un elogio speciale va a Sergey Umanets, un autentico grande artista che disegna un Drosselmeyer nobile, saggio, maestro di vita pieno d'amore e ottiene un grande successo personale.

Non nominiamo tutto il numeroso e bravissimo cast del balletto e ci limitiamo a parole di ammirazione per gli interpreti del Danse espagnole ( Anastasia Baluda e Denis Golov, entrambi debuttanti), Danse arabe (Darya Tikhonova, debuttante, e Alejandro Cabezas), Danse chinois (Dzyunko Tanaka e Shunyo Mori), Danse russe (Natalya Dem'yanova e Oleksy Slalyun).

Anton Torbeev che in un solo giorno è salito sul podio ben due volte, alle due del pomeriggio e alle sette di sera, si mette al serivizio dei danzatori e dirige la celebre partitura con tempi e dinamiche giusti.

Gli amanti di balletto in tutto il mondo si dimostrano sempre stupiti quando apprendono che le rappresentazioni dello Schiaccianoci in Russia non sono legate al periodo natalizio. Per un inglese o italiano vedere l’ultimo balletto di Cajkovskij in settembre o luglio è un nonsense, per il pubblico russo è un’ordinaria amministrazione. A Vladivostok nella stagione in corso Lo Schiaccianoci è stato rappresentato alla fine di settembre, ed è solo l’inizio di una lunga serie di repliche. Amore incondizionato, amore infinito.