L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

“E tu amasti? Soffristi?”

di Irina Sorokina

Esmeralda, sfarzoso capolavoro di Vladimir Burmeyster tratto dal lavoro di Petipa, continua ad affascinare dopo settant'anni dalla creazione moscovita, dimostrando di non essere affatto un pezzo da museo.

Mosca, 24 gennaio 2020 - Di salti nel passato ne abbiamo visti molti negli ultimi anni. Sui palcoscenici dei teatri d’opera più importanti della Federazione Russa da molto tempo si rievocano e ricostruiscono le glorie del passato, celebri balletti del repertorio. L’impresa è stata possibile dal momento dell’accesso alla Harvard Library Collection che conserva le notazioni dei balletti di Marius Petipa effettuate dal regista del Teatro Mariinsky Nikolay Sergeev. Da quel momento gli appassionati, il cui nome è legione, hanno visto La bayadère, La bella addormentata, Coppélia ispirate alla sceneggiatura originale, coreografie originali, bozzetti della prima etc.

Tra i balletti celeberrimi del repertorio del Mariinsky ce n'è uno celebre ma non troppo, se così si può dire. Risale addirittura all’epoca gloriosa del Romanticismo ed è legato ai nomi di Jules Perrot e Fanny Elssler. Nacque nel lontanissimo 1844 a Londra e mai morì. Ovviamente nulla rimane oggi dell’Esmeralda originale se non qualche descrizione dei contemporanei. Il saggio e prudente Petipa tornò al balletto di Perrot nel 1884 quando a San Pietroburgo arrivò la prima rondine che segnò la futura “invasione” delle ballerine italiane, Virginia Zucchi. Ispirato dal suo talento drammatico, inserì nel balletto il celebre Pas de six per Esmeralda, Gringoire e quattro zingarelle che è arrivato a noi e spesso fa onore ai gala di balletti. Nel 2009, non tanto lontano dal momento attuale, Mosca aveva onorato l’antico balletto ben due volte: al Bol’šoj l’aveva ricostruito Yury Burlaka, mentre al Teatro K. S. Stanislavsky e V. I. Nemirovich-Danchenko, secondo teatro d’opera e balletto moscovita, avevano rimesso in scena la versione di Vladimir Burmeyster del 1950. Dieci anni dopo, Esmeralda non è più in cartellone del Bol’šoj, mentre allo Stanislavsky continua a seminare trionfi.

E come potrebbe non seminarli? Ha tutte le carte in regola per piacere al vasto pubblico come agli intenditori, nonostante la veneranda età di circa settant’anni. Rappresenta un vero marchio del Teatro Stanislavsky e sembra non soggetta all’invecchiamento: per alcuni anni sparisce dal cartellone, poi viene ripristinata con qualche ballerina importante e suscita sempre un certo clamore. Piace al pubblico quel tipo di spettacolo che nei tempi gloriosi di Marius Petipa veniva chiamato le grand spectacle, e Esmeralda non è altro che un grand spectacle in stile sovietico. Quindi, scene dipinte grandiose, moltissimi ruoli elaborati per soddisfare le esigenze di una compagnia numerosa, tanto lavoro per il corpo di ballo maschile e femminile, struttura coreografica proveniente dal maturo Ottocento che include grand pas e pas d’action. Affascina tutti, grandi e piccini, che alla fine dello spettacolo applaudono all’unanimità.

Meritano ammirazione e suscitano tanti “ah” in sala le scene di Aleksandr Lushin, ricostruite da Valery Levental, altamente realistiche, ma per nulla prive di poesia. Il grandioso panorama della Parigi medievale è una capolavoro di scenografia, sembra di essere trasferiti all’interno di Notre-Dame de Paris, con le sue navate cupe, chimere pensierose e minacciose che ci osservano da lassù. Ma è bella soprattutto la curva di Senna che si intravede in lontananza. E poi, gli ambienti più intimi, come la stanza dove Febo porta Esmeralda, disegnati con amore e cura dei dettagli. Insomma, un viaggio nella Parigi da cartolina, fatto seduti comodamente in una poltrona. Potrebbe parlare della voglia di vedere grandi scene dipinte, quest’ammirazione del pubblico, che ormai vede troppi balletti brevi e astratti dei coreografi contemporanei. E, sicuramente, affascina l’occhio una grande varietà di costumi colorati disegnati dallo stesso Lushin e Natalia Kirillova.

Vladimir Burmeyster è un drammaturgo saggio e sapiente, e anche questa sua qualità è da sempre apprezzata dal pubblico. Sa raccontare la storia del “povero moscerino condannato” che desta tanto desiderio negli uomini diversi tra loro in modo dinamico e affascinante, gioca su contrasti e ambientazioni varie. Nel primo atto una scena coinvolgente in piazza davanti alla cattedrale, ritratto dei bass fondi di Parigi, con danze scatenate dei buffoni e l’incoronazione del mostruoso Quasimodo, nel secondo la rappresentazione del fidanzamento di Febo e Fleur-de-Lys in una casa elegante, con un grand pas classicissimo che contiene un pas de deux e parata di variazioni, nel terzo un’altra scena di massa che vede il supplizio di Esmeralda, vero apice dell’arte drammaturgica di Burmeyster. Tra esse gli episodi intimi nella taverna e in prigione dove è rinchiusa l’infelice eroina. E’ un balletto drammatico o, parlando “il sovietico”, “drambalet” Esmeralda, coreografata, però, senza uso eccessivo della pantomima. Un capolavoro del suo tempo che conferma il suo valore anche dopo settant’anni dalla première.

A vantaggio del capolavoro di Burmeyster va anche l’opportunità che concede a molti, moltissimi artisti. Ognuno brilla di luce propria a ogni ripresa della sua Esmeralda; nel nostro caso una luce davvero abbagliante viene emanata da Oxana Kardash nel ruolo del titolo. Alla ripresa del balletto vent’anni fa si era parlato del talento unico di Natalya Ledovskaya. Possiamo affermare che l’interpretazione del mitico ruolo da parte della Kardash non è da meno, anche se molto diversa da quella della Ledovskaya di cui si parla ancora. Sottile e sofisticata, si dedica all’esecuzione cristallina dei passi di danza classica, affascina per la perfezione delle pose, disegna un’Esmeralda quasi sublime.

Al suo fianco Febo a cui Ivan Mikhalyov dona una naturale eleganza accompagnata da una certa indulgenza del brillante ufficiale verso una povera danzatrice di strada. Rimane preferibilmente un danseur noble e buon partner di entrambe le ballerine, mentre Gheorghi Smilevski – Claude Frollo e Sergey Manuylov – Quasimodo raggiungono alte vette drammatiche nella loro interpretazione. Tutti gli altri interpreti, Gudula – Anastasia Pershenkova, i “re” – Evgheny Zhukov, German Borsay, Alexey Koryaghin, un buffone – Dmitry Muravinets, buffoni – Maxim Sevaghin e Gheorghi Smilevski figlio, una zingara - Maria Bek portano alto il nome della compagnia di balletto del Teatro Stanislavsky che da sempre si distingue sia dalla preparazione tecnica che dalla capacità di raccontare le storie passionali. Confermano l’alto nome della compagnia anche le ballerine classiche capitanate da una raffinata Kseniya Shevtsova nel ruolo di Fleur-de-Lys e Zhanna Gubanova, Natalia Kleymyonova, Elena Solomyanko, Anastasia Limenko – le sue amiche. Non passano inosservati Boris Zhuravlyov e Leonid Leontyev – due officiali se si distinguono per un’intesa perfetta in una difficile variazione.

Sul podio Roman Kaloshin assume il compito piuttosto difficile di dirigere la partitura che deriva dal lavoro di Cesare Pugni, storico collaboratore di Jules Perrot, la cui musica all’orecchio dell’ascoltatore contemporaneo suona decisamente come “magra” e povera (nulla da togliere all’indiscusso talento e un certo sacrificio del compositore italiano, autore di più di trecento partiture, senza il quale non avremmo avuto oggi molte coreografie celebri). Sulla locandina figurano anche i nomi di Reingold Glier e Sergey Vasilenko che negli anni hanno contribuito a migliorare la partitura dello storico balletto, e Kaloshin guida l’orchestra adottando i tempi sempre giusti e dosando attentamente i colori.

“E tu amasti? Soffristi?”, chiese Marius Petipa a Matilda Kshessinskaya, amante dell’ultimo imperatore russo Nicola II e regina assoluta del Teatro Mariinsky che detenne l’esclusiva di alcuni ruoli. Petipa, certo, non ebbe riserve nel fare questa domanda all’onnipotente favorita. Quasi un secolo e mezzo dopo Esmeralda ama e soffre ancora, il pubblico la segue e allo storico teatro moscovita si trovano artiste come Oxana Kardash o Natalya Somova che sanno amare e soffrire in scena. Il “drambalet”, coltivato in Unione Sovietica, è vivo. Quindi, evviva il “drambalet” e evviva Esmeralda. Vivrà ancora, anche se a Mosca si dice che l’attuale direttore artistico della compagnia di balletto Laurent Hilaire volesse archiviarla come un pezzo da museo.


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