L’ape musicale

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L’ultimo Corsaro

 di Stefano Ceccarelli

L’Opera di Roma riesce a mettere in scena solo tre serate de Il corsaro prima che la diffusione del COVID-19 obbligasse alla chiusura dei teatri e delle sale da concerto. Un vero peccato, naturalmente, giacché questa edizione del Corsaro è veramente bella e avrebbe meritato sorte migliore. In particolare, spicca la performance della Novikova nel ruolo di Medora.

ROMA, 4 marzo 2020 – Non ho mai visto il Costanzi così vuoto. Le persone si guardavano con sospetto, mantenendosi a distanza. La sala era quasi del tutto vuota, sembrava più una prova a porte chiuse. Inoltre, il dubbio, anzi la quasi totale certezza, che avrebbero chiuso completamente i teatri e che questa sarebbe stata l’ultima recita, rendeva il tutto ancora più surreale.

Ciononostante, tutte le maestranze del Costanzi, il corpo di ballo e l’orchestra, nonché i ballerini ospiti, hanno dato vita a una splendida serata. L’allestimento scenico dell’Opera di Roma per Le Corsaire di Adam (con pezzi musicali pure di Pugni, Delibes e Drigo), infatti, è veramente molto bello, in particolare il I quadro, dove una città orientale si staglia sullo sfondo, fra minareti e moschee. Un colorato interno arabeggiante fa anche da sfondo all’harem del pascià Seyd, dove cuscini e divanetti esotici incorniciano la scena. Pure i quadri naturalistici sono belli, soprattutto l’isola dell’antro del corsaro: peccato per il mare, che appariva un po’ troppo finto. Le scene e i costumi di Francesco Zito, quelli per la produzione del 2008 (con coreografia di Khomyakov), che peraltro costituì di fatto il debutto dell’intero balletto al Costanzi, piacciono e sicuramente conquistano un pubblico amante del classico. Le coreografie di José Carlos Martínez sono assai piacevoli, essendo molto aderenti alla tradizione classica e sfruttando a piene mani l’intero campionario estetico che la danza classica sa offrire: inoltre, si deve segnalare che questa versione di Martínez, coadiuvato dal direttore Baklan, è, appunto, del tutto nuova e ha, dunque, piena dignità internazionale. Dall’intervista nel programma di sala, infatti, si possono facilmente chiarire le scelte di Martínez circa il suo Corsaro: chiarezza narratologica (mediante l’uso di raccordi pantomimici), taglio di variazioni e personaggi secondari (certe superfetazioni antiquarie, per così dire) e lo spostamento del naufragio nel finale – naufragio, peraltro, ‘narrato’ mediante una proiezione video. La versione presa a modello generale, comunque, è quella di Kostantin Sergeev (1973). Come dicevo, questa versione di Martínez, congegnata a braccetto con il direttore Alexei Baklan, che ha creato un collage di pezzi per tale nuova versione, piace assai ed è un peccato che sia rimasta così poco in scena.

Medora è danzata da Olesja Novikova. È difficile immaginare un ruolo che calzi così a pennello per lei, bella, sinuosa, elegantissima, ma sensuale al punto giusto per interpretare il ruolo di una schiava e di un’amante. Linee, passaggi e diagonali sono pulitissime: insomma, una vera lezione di danza. Ma non si dimentichi, certo, l’interpretazione, come nel pas de deux finale, a séguito del naufragio. Naturalmente, doti, energia ed eleganza della Novikova emergono nel celebre Gran pas de deux (II atto), dove la variazione è splendida. Il Conrad di Leonid Sarafanov non è all’altezza della Novikova, non tanto per questioni prettamente tecniche, quanto per l’interpretazione un po’ legnosa, soprattutto nei momenti in cui Martínez richiedeva una resa più ‘mimica’ dell’azione. Comunque, i salti e i virtuosismi aerei, le linee pulite, la muscolatura tesa e marmorea delle posizioni ci sono; manca, ecco tutto, un po’ di interpretazione realmente teatrale, che non sia troppo stereotipa o di maniera. Marianna Suriano danza un’elegante ed esoticamente erotica Gulnara: buona la tecnica, come pure la lettura di un personaggio un poco secondario ma che può dare soddisfazione a chi lo danzi. In particolare, val bene citare il pas d’esclave del I atto, dove la Suriano danza con sensualità ma pure con pulizia di linee la sua variazione; e, certamente, anche la scena del jardine animé (sulla musica di Delibes), dove la si può ammirare in pose più classiche. Virile, energico e scattante è il Lankedem di Walter Maimone, che mostra la sua abilità nei salti e nella verticalizzazione, soprattutto nel citato pas d’esclave. Il Birbanto di Giacomo Castellana si distingue per energia e buona recitazione.

Un plauso incredibile va alle maestranze del Costanzi. In situazioni di lavoro precarie (e, diciamolo pure, pericolose per la salute di ognuno) hanno dato il massimo, danzando splendidamente e dimostrando quanta perizia e quanto impegno ci sia nel lavoro di questo corpo di ballo, tra i pochi in Italia in grado di offrire questo tipo di performance. Sorvolo, quindi, sulle ottime rese delle singole compagini, che sono ovunque eccellenti.

La direzione musicale di Alexei Baklan è molto buona e l’orchestra regala una smagliante esecuzione. Peraltro, come ho già avuto modo di ricordare, Baklan è pure l’autore della versione coreografata da Martínez, dimostrando che si può ancora lavorare sulle opere e i balletti in maniera ottocentesca: cioè con notevole libertà nella manipolazione dei contenuti. È un peccato – dicevo – che Il corsaro sia finito in così poche recite. Speriamo venga ancora ripreso. Certo, seppur poco, il pubblico in sala si è fatto sentire in un applauso caloroso e sincero.


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