L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Troppe frecce, senza bersaglio

di Roberta Pedrotti

G. Verdi

Nabucco

Enkhbat, Hernandez, Pertusi, Stroppa, Magrì

direttore Francesco Ivan Ciampa

progetto creativo Ricci/Forte, regia Stefano Ricci

orchestra Filarmonica Arturo Toscanini

coro del Teatro Regio di parma, maestr del coro Martino faggiani

Parma, Teatro Regio, 29 settembre 2019

DVD Dynamic 37867, 2020

Leggi la recensione della recita in teatro Parma, Nabucco, 03/10/2019

Pubblicato in DVD, il Nabucco andato in scena nel 2019 nell'ambito del Festival Verdi conferma i dubbi sorti in teatro, con un'eccezione non da poco: se un anno fa l'alternanza imprevista ci fece incappare in uno Zaccaria non proprio felice, almeno qui abbiamo testimonianza della prova di Michele Pertusi - giunto per almeno un paio di repliche a soccorrere il teatro della sua città dopo la cancellazione del basso inizialmente previsto. Abbiamo allora un profeta di nobile allure scenica, dall'accento severo e ispirato, maesto di stile nel rendere il legato mordente e nel tornire il velluto timbrico nell'incisività della parola, incalzante nella cavatina, meditativo in "Vieni, o Levita", fremente e visionario in "Del futuro nel buio discerno", senza bisogno di armare la sua intelligenza e il suo carisma di artiglierie pesanti per emergere anche in un contesto atipico, con il pubblico sul piede di guerra. E, in effetti, se non condividiamo preconcetti e pregiudizi passatisti (e se la bagarre può far parte del gioco della sperimentazione, sebbene non tutti gli spettacoli che sollevano rumorosi sdegni siano poi una Sacre du printemps...), la messa in scena di Ricci/Forte continua a ridestare le medesime perplessità. Magari, a differenza di certi spettatori più tradizionalisti, possiamo addirittura dire che il problema dello spettacolo sia proprio quello di non aver osato abbastanza, di aver messo troppa carne al fuoco senza tessere rapporti e sviluppi convincenti, di aver poi lasciato i solisti schierati in fila nei concertati come nelle vignette di cent'anni fa, ma il risultato non cambia: questo Nabucco non colpisce nel segno, anzi, dopo poco stanca e pare inconcludente.

Peccato, perché l'idea del richiamo al dramma dei migranti e di Nabucco che si converte osservando quel che sembra il corpo di un uomo annegato mentre esclama "Son pur queste mie membra" avrebbe potuto essere un'immagine potente. Peccato perché l'ipocrisia della propaganda e dei media (Abigaille che finge di portar doni ai reietti in favor di telecamera) avrebbe un suo perché. Peccato, perché il tema dell'arte, dei libri, della cultura e della memoria con le statue imballate sullo sfondo di "Va' pensiero" sarebbe forte e importante. Ma alla fine resta tutto sospeso per aria fra troppe sollecitazioni e uno stile che non sembra decidersi fra realismo ed estetizzazione coreografica, come se si volesse giocare a far Vick senz'essere Vick. Certo, un ciclo di documentari per la tv non è paragonabile all'allestimento di un'opera, ma chi avesse visto su Rai3 Hic sunt leones a cura di Ricci/Forte ha ben chiaro come il duo creativo sappia rapportarsi con delicatezza, sobrietà e puntualità a tematiche attuali intime e complesse, cosa che non troviamo in questo Nabucco, trincerato dietro l'espediente della collocazione in un ipotetico prossimo futuro distopico (sarà per questo che le donne assire ricordano un Handmaid's Tale ingrigito?), un'inutile precauzione, dato che il teatro è già di per sé finzione, che smorza il potenziale delle intuizioni più felici.

Peccato, allora, perché oltre a Pertusi abbiamo Amartuvshin Enkhbat, una delle voci di baritono più belle e rigogliose del panorama odierno. Se ancora gli manca la naturalezza innata del amdrelingua, il suo studio della dizione e del fraseggio è meticoloso, caparbio, ammirevole, dimostra una serietà e una consapevolezza che potranno senz'altro maturare in un porgere sempre più franco e personale. Già ora è un Nabucco maiuscolo, ben definito, cantato benissimo, capace di sorvegliare una materia vocale opulenta senza compiacersene, anche se talora nelle grandi arcate di "Dio di Giuda" può ancora capitare qualche sfocatura. Bravissima è, poi, Annalisa Stroppa che coglie - e non è facile - l'esatta caratura di Fenena, il lirismo pieno e fremente, l'accento dolce e deciso di un personaggio che il rango ufficiale di seconda donna non deve portare a sottovalutare. Per contro, la primadonna Saioa Hérnandez - che in teatro avevamo ascoltato purtroppo indisposta - dà sfoggio di potenza spavalda, ma tanta forza rischia di sfociare in un'espressione un tantino monolitica e monocorde, la voce, di gran qualità, tende a indurirsi un po'. Peccato, perché quando, poi, il soprano spagnolo vuole ammorbidire il suo canto ottiene gli esiti migliori, come nella morte di Abigaille. Il cimento, nel complesso, è pienamente vinto, ma per il futuro non pare disutile il consiglio di un'emissione un po' meno aggressiva e più varia, soprattutto date le potenzialità dell'artista. Un po' troppo esigente sembra, invece, la scrittura di Ismaele per Ivan Magrì, che ricerca per imporsi un'emissione puntuta ma perde così duttilità, qualità timbrica ed esattezza d'intonazione.

Molto ben assortite le parti di fianco, con lo squillante Manuel Pierattelli come Abdallo, Gianluca Breda come vigoroso sacerdote di Belo ed Elisabetta Zizzo, Anna di rara brillantezza. Il coro del Regio preparato da Martino Faggiani con Nabucco non può che esaltarsi ed esibire quel valore aggiunto di un'interpretazione vissuta con il cuore, l'anima, il corpo. Viceversa, un po' sottotono l'Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini (con l'Orchestra giovanile della via Emilia per la banda interna), che senz'altro suona bene, ma cui Francesco Ivan Ciampa non sembra imprimere quel mordente fondamentale in Verdi, sia per far vibrare il cantabile, i passi estatici, meditativi o dolenti, sia per accendere dall'interno quelli più agitati e battaglieri. Più schematica e sommaria, la bacchetta stacca tempi ragionevoli e conduce in porto la recita senza destare particolare interesse. D'altra parte, lo ricordiamo, l'atmosfera in sala era elettrica per altre ragioni e il loggione non mancava di scaglier folgori sul lavoro di Ricci/Forte, tanto che anche gli applausi a scena aperta sono quanto più possibile ritagliati per offrire un ascolto e una visione indisturbati.

Ai posteri, dunque, si consegna questo dvd, per dibattere una sentenza che, come sempre nell'arte, sarà comunque passibile d'infinite revisioni.


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