L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Un paio in tre

di Roberta Pedrotti

A. Adam

Le postillon de Lonjumeau

Spyres, Valiquette, Kubla, Leguérinel

direttore Sebastuen Rouland

regia di Michel Fau

orchestra e coro dell'Opéra de Rouen Normandie

Opéra Comique di Parigi, 5 e 7 aprile 2019

DVD Naxos 2.110662, 2020

Non c'è amante della voce di tenore che possa esimersi dal conoscere la Ronde del Postillon de Lonjumeau. Chi non l'abbia ancora ascoltata non perda tempo: bastano due click per avere a disposizione Joseph Schmidt, Helge Roswaenge, Nicolai Gedda, Rockwell Blake, Juan Diego Florez nel travolgente racconto delle avventure galanti del postiglione dal re sovracuto. Quel che, però, avviene intorno alla Ronde è meno noto: proprio cantando questo brano su richiesta degli amici il giovane Chapelou attira l'attenzione del marchese e impresario de Corcy, che vuole subito scritturarlo e portarlo con sé a Parigi. Chapelou in realtà si sarebbe appena sposato con la bella compaesana Madelaine, ma non si lascia troppo pregare: l'idea di fama, denaro e belle ammiratrici disponibili lo spinge a partire senza saluti e spiegazioni, nemmeno fosse Arturo nel primo atto dei Puritani. Solo che Madelaine non è Elvira, resta di sasso, ma non impazzisce, bensì pensa di trasferirsi da una ricca zia. Dopotutto entrambi gli sposini avevano consultato dei veggenti che avevano predetto a lui lusinghe di successo e ricchezze nella capitale, a lei il rischio di tradimenti. Passano dieci anni e Chapelou è diventato un vero divo con il nome di Saint-Phar, mentre il vecchio amico Biju l'ha seguito da Longjumeau e ha trovato un buon posto nel coro. Quando Corcy organizza una serata straordinaria per sedurre una bella dama, il tenore postiglione prima istiga i coristi a scioperare per evitare l'impegno, poi, interessatosi a sua volta all'affascinante ospite, li spinge a tornare sui loro passi e a esibirsi. Questa Madame de Latour è, però, proprio Madelaine, che ha ereditato i beni e il titolo della zia e nessuno ora riconosce, nemmeno il marito fuggiasco del quale è decisa a vendicarsi. Lui la corteggia con insistenza e lei pone come condizione un matrimonio che, ovviamente, non può essere celebrato regolarmente (né, si presume, Chapelou ne avrebbe comunque gran voglia, proteso com'è più alla soddisfazione immediata della carne). Organizzare una finta cerimonia con la complicità di Biju sembra al protagonista un espediente perfetto, se non fosse che il geloso Corcy fa in modo che, invece del complice, compaia un vero sacerdote per vere nozze e conseguente condanna a morte per bigamia del postiglione/tenore libertino. Nulla è sfuggito, però, a Madelaine, che, anzi, ha saputo indirizzare gli eventi per sbarazzarsi del corteggiatore, far spaventare il fedifrago come merita e infine riprenderselo rivelandosi e dichiarando che, se la sposa è sempre la stessa donna, il reato di bigamia non può sussistere. Tutti fanno ritorno, perciò, felici e contenti nella ridente Lonjumeau, cittadina dell'Ile de France dove nemmeno un secolo dopo il debutto dell'opera (1836) l'esule Lenin fonderà una scuola clandestina per militanti russi in preparazione dell'imminente rivoluzione d'Ottobre. Chissà che non gli sia arrivata qualche eco delle rivendicazioni sindacali dei coristi mobilitati da Chapelou/Saint-Phar!

In poco più di due ore, l'opéra-comique di Adam su libretto di Adolphe de Leuven e Léon-Levy Brunswick inanella a ritmo serratissmo satira, intrighi, eros e parodie argute, come l'aria "Assis au pied d'un hêtre" ("Assiso a pie' d'un faggio", che nel testo allude alla Canzone del salice rossiniana e nella musica alla tarda tragédie lyrique) o il delizioso terzetto a due voci, in cui Madelaine nella penombra e con la complicità silente dell'amica Rose finge di impersonare di fronte al marito entrambe le sue identità di sposina campagnola e di nobile Madame de Latour, occhieggiando un po' "À la faveur de cette nuit obscure" dal Comte Ory, un po' l'ultimo atto delle Nozze di Figaro e lo scambio fra Susanna e la Contessa. Il risultato è irresistibile, tant'è vero che se non fosse per la difficoltà dei due ruoli principali ci si chiederebbe a ragione perché Le postillon de Lonjumeau non sia stabilmente in repertorio!

Sotto la direzione fresca e brillante di Sebastien Rouland, qui, per fortuna, abbiamo Michel Spyres, che non solo ha il Re naturale in tasca e sfodera pure un poderoso Mi sovracuto scendendo poi come se nulla fosse a note baritonali, ma gioca con la voce con simpatia travolgente, ammicca, sogghigna compiaciuto, sciorina tutti gli atteggiamenti del divo senza mai varcare la misura dell'ironia arguta, fa convivere ben delineate l'anima ingenua, l'ambizione, la vanità e il fascino di Chapelou. Spiritoso nella malizia esuberante della Ronde come nel sussiego neoclassico dell'aria del faggio o nel piglio aulico nei modi, spettacolare nei mezzi e prosaico nell'intenzione di "À la noblesse, je m'allie". Nondimeno, bisogna dirlo, si destreggia a meraviglia Florie Valiquette, frizzante e determinata Madelaine/Madame de Latour, ottima attrice e belcantista capace di rendere agevolmente l'insidiosa "Il faut que je punisse un ingrat". Abile nello sfruttare il fisico allampanato, Laurent Kubla è un perfetto Biju/Alcindor (quest'ultimo il suo nome d'arte parigino) e la sua aria di rivendicazione della dignità del coro (sempre impegnato a suon di "jurons, buvons, marchons, dansons", "giuriam, beviam, marciam, danziam": come dargli torto?) s'imprime nella memoria, non meno della prova del mercuriale e maligno Franck Leguérinel come Corcy e perfino di Julien Clément, il complice Bourdon che si presenta con tiara e turibolo per officiare il falso matrimonio. Un gran merito va riconosciuto a Michael Fau, regista e spassoso interprete en travesti di Rose: con lo scenografo Emmanuel Charles immagina un mondo surreale, dal paesino ingenuo dominato da una zuccherosa torta nuziale all'ironica visitazione del teatro barocco e della Parigi ancien régime, per la gioia anche del costumista Christian Lacroix e dell'ideatore del trucco Pascale Fau. Tutto squisitamente sopra le righe senza mai eccedere i confini del buon gusto, giocando le carte dell'ironia colta e intelligente, ma di presa immediata, fra ciprie, nei finti, rossetti, parrucche, pennacchi e merletti.

Con un plauso finale all'orchestra - la parte del clarinetto solista non è delle più facili - e al coro - divertentissimo - non possiamo che consigliare caldamente di conoscere, o di ripassare, l'opera di Adam. Sarà difficile immaginarla in una produzione più azzeccata, fra fuochi d'artificio vocali e spirito teatrale.


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