L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Il cesello di Berlioz

di Roberta Pedrotti

H. Berlioz

Benvenuto Cellini

Spyres, Burgos, Muraro, Lhote, Nazmi, Charvet

direttore Sir John Eliott Gardiner

mise en espace Noa Naamat

Monteverdi Choir

Orchestre Révolutionnaire et Romantique,

registrazione effettuata a Versailles, Opéra Royal, 8 settembre 2019

DVD Château de Versailles Spectacles, CVS020, 2020

La scelta di Benvenuto Cellini come protagonista della sua prima opera teatrale è già, per Berlioz, una scelta programmatica con un'inevitabile identificazione fra l'autore e il personaggio di artista geniale, ribelle, passionale, audace, sanguigno, brillante. Non stupisce che l'originaria idea (1834) di opéra-comique, senz'altro la più abbordabile per un esordiente, non riesca ad andare in porto e il debutto nel 1838 avvenga dopo una gestazione travagliata che ha comportato revisione del libretto e passaggio dai parlati ai recitativi cantati. Non stupisce che anche così l'opera abbia faticato ad affermarsi e sia stata oggetto di successivi rimaneggiamenti, anche sollecitati da Liszt.

Una possibile ragione dell'esito contrastato può risiedere nell'effettiva indeterminatezza di genere, che da un lato attinge al grand-opéra con il rutilante carnevale romano e la formidabile fusione del Perseo, dall'altro si concentra in toni semiseri sul classico intreccio amoroso che vede la coppia contrastata dal padre di lei favorevole al rivale di lui, quasi una commedia se non fosse che ci scappa il morto, seppur in un personaggio del tutto marginale. Un mascheramento doppio che ricorda Il turco in Italia rossiniano finisce per somigliare a Romeo e Giulietta, con un accoltellamento e la condanna dell'omicida Cellini, anche se l'epilogo sarà di conciliazione e apoteosi dell'artista. Per quanto atipico nella definizione di genere, tuttavia, Benevenuto Cellini non è un unicum isolato, ma intercetta sentimenti diffusi all'epoca e trova più d'una affinità, per esempio, con il Torquato Tasso di Donizetti (1833), che pure contiene elementi prettamente comici nelle rivalità artistiche e amorose, che pure si conclude con il trionfo del poeta, ma comporta un lutto ben più pesante nella perdita dell'amata.

Inevitabilmente, questa materia offre ancor oggi filo da torcere ai registi, tanto più in uno spazio limitato nelle dimensioni e nelle risorse tecniche, strutturalmente ingombrante, come l'Opéra Royal di Versailles. E Noa Naamat fa proprio di questa contingenza un punto di forza del suo spettacolo: il montaggio di scene dipinte proprio al tempo della prima del Cellini dal celebre Pierre-Luc-Charles Cicéri (1782-1868), formidabile innovatore e sperimentatore (in barba a chi non crede che nel passato all'opera non si osasse e che chi curava la messa in scena non potesse essere una star), è un valore aggiunto che garantisce un colpo d'occhio strepitoso. A questo punto, bastano costumi semplici, anche un po' buffi, nettissimi nella caratterizzazione, un praticabile per il coro (tanto partecipe da non far notare la posizione fissa d'osservatore), l'orchestra sul palco, i solisti liberi di muoversi e di recitare con un'energia, uno spirito, un'immedesimazione, una naturalezza e una convinzione che rendono il miglior servizio all'opera di Berlioz. Spicca senz'altro il protagonista incarnato da Michael Spyres con una simpatia travolgente. Eccolo lì il genio irresistibile, ribelle, guascone, scapigliato, che tergiversa fra avventure amorose e bevute in compagnia, ma quando si prospetta l'idea che un altro possa fondere la sua statua va su tutte le furie e brucia di quel fuoco artistico che lo tormenta ma senza il quale non può vivere, anche se l'esistenza spensierata del pastore può sembrare invidiabile. Il demone di una gioiosa spericolatezza lo anima dalla prima all'ultima nota identificando Spyres in Cellini in Berlioz, con quel dominio assoluto di un'estensione abnorme e dei colori estremi che sempre si pone al servizio della musica e del personaggio, con fiati, legati, dinamiche, abbandoni, ardori, sorrisi ammaniti con la classe del grande artista. Riconoscere un piccolo cenno di stanchezza nell'ultimo quadro, nella scrittura quasi sadica di “Sur les monts les plus sauvages”, non è una notazione puntigliosa. Tutt'altro: è notare che la grandezza di un interprete non si misura sull'infallibilità ricercata al microscopio, ma sul complesso del suo lavoro, è notare che, se la registrazione dal vivo documenta anche l'appannamento (veniale: si parla di un fiato lunghissimo chiuso con minor souplesse), le meraviglie che ci restituisce appaiono ancor più vivide e concrete. E concretissima è la constatazione che Spyres sia un Benvenuto Cellini fra i migliori possibili

Il resto della compagnia, meno appariscente sulla carta, gli fa adeguatamente corona. Sophia Burgos è talora un po' acerba, ma risulta comunque una Teresa deliziosa nella sua freschezza, così come Adèle Charvet risulta un Ascanio del tutto convincente. Maurizio Muraro dipinge abile un burbero e bonario Balducci, il padre della sposa erede nato dalla costola dell'opera buffa, né è da meno l'ottimo Lionel Lhote, che fa dell'ironia e dell'autoironia l'arma vincente di un Fieramosca per il quale si fatica a non parteggiare. Tareq Nazmi, cantante raffinatissimo, si diverte a creare il cameo di un Papa stralunato in una compagnia perfettamente assortita dall'eroe eponimo al corifeo.

E un merito non da poco per la buona riuscita di questo Benvenuto Cellini così centrato nell'essenzialità va senz'altro a Sir John Eliot Gardiner, che punta a restituire lo spirito originario dell'ispirazione di Berlioz, anche a costo di sacrificare l'aria “La gloire était ma seule idole” considerata tributo al divismo di Duprez – e se un po' spiace non ascoltarla da Spyres la qualità complessiva della produzione ci consola presto. Ecco che non solo il Monteverdi Choir si comporta quasi da attore nella compenetrazione del testo, ma soprattutto l'Orchestre Révolutionnaire et Romantique, con strumenti e prassi storicamente informata, ci rende senza alcun rigonfiamento retorico l'impasto sonoro berlioziano, il cesello timbrico, la morbidezza dei legni si fonde a meraviglia con il canto, la tragicommedia procede in una fluida varietà che dalle leggiadrie sentimentali sfocia nel calore avvolgente delle scene festose, in quello luciferino della fornace, nel gioioso inno finale all'arte orafa.

Decisamente, è stato un ottimo modo per celebrare i centocinquant'anni dalla scomparsa di Berlioz, distillando le immagini dell'immaginifico scenografo coevo e le sonorità di strumenti d'epoca con le energie e le sensibilità di cantanti e regista delle nuove generazioni e con la complicità di un vero maestro sul podio.


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