Gioie d'inferno

di Roberta Pedrotti

J. Offenbach
Orphée aux Enfers
Lewek, Prieto, Beekman, Winkler, Weissmann, Berzhanskaya, Hopp
direttore Enrique Mazzola
regia Barrie Kosky
Salzburger Festspiel, 2019
DVD Unitel 803008, 2020

Poteva mai Salisburgo non celebrare il bicentenario del Petit Mozart des Champs Elysée? Poteva non festeggiare colui che a Parigi delineò il genere, l'operetta, che poi germoglierà e fiorirà anche come più pura espressione dello spirito viennese e austroungarico? Nell'estate 2019 il Festival salisburghese programma Orphée aux Enfers e si affida a quell'impareggiabile creatore di meccanismi complessi e perfetti che è Barrie Kosky. Questi parte da una semplicissima constatazione pratica: il cast annovera una statunitense, uno spagnolo, una svedese, un'italo fancese, una russa, un polacco, un olandese, un austriaco, una greco canadese, tre tedeschi. Tutti sono ben preparati sul francese cantato, ma se si opta per i parlati in tedesco, come garantire scioltezza e omogeneità nella recitazione? Di principio si potrebbe aprire una discussione sull'opportunità delle rappresentazioni in più lingue (cosa che, peraltro, si faceva già nel Seicento per il pubblico cosmopolita dei centri mercantili), ma ogni principio cede ai risultati, perché Kosky inventa una soluzione strepitosa che fa della questione linguistica il cardine stesso della creazione teatrale. Uno dei tre tedeschi in locandina, infatti, è l'attore tedesco Max Hopp e il suo John Styx è molto più che un lacché infernale: narratore onnipresente, traghettatore e guida, Caronte e Virgilio, doppia letteralmente tutti i personaggi nei dialoghi e, come se non bastasse questo già funambolico virtuosismo, canta bene la sua arietta, sonorizza l'azione con rumori e onomatopee. Una surreale comicità slapstick enfatizza la girandola offenbachiana con una coerenza che non ammette cadute di gusto nemmeno nella mimica volutamente sopra le righe dei personaggi animati da quella specie di burattinaio/ventriloquo che è John Styx. Si danza senza sosta su un filo teso fra riso infantile ed eros spudorato, fra ingenuità e satira, né il ritmo indiavolato ingoia una serie di vivacissime caratterizzazioni. Difficile resistere all'energia travolgente di Kathryn Lewek, che trasuda di sensualità e determinazione con la sfacciataggine di una diva del burlesque senza venir meno ai suoi appuntamenti con i sovracuti o con le astrali sottigliezze di “La mort m'apparait souriante”. Né è da meno lo Jupiter dalla faccia di gomma di Martin Winkler, o l'Aristée/Pluton davvero sulfureo di Barcel Beekman, dalla vocalità duttilissima. Joel Prieto è un Orphée tanto vanesio e narciso da trovarsi impacciato se gli si contendono ribalta e riflettori, Nadine Weissmann fa di Cupidon un un ragazzetto monello ma un giovanotto non binario, un po' Drag Queen, uno che di sicuro la sa lunga. E poi c'è la Diane di Vasilisa Barzhanskaya, che si premura di ricordare di essere cacciatrice brandendo pistole come Calamity Jane, ma non mostra altrettanto zelo per quel che concerne il suo ruolo di patrona della castità; c'è la Venus stralunata di Lea Desandre; c'è la Junon di Frances Pappas, che per tutelare le apparenze si sfoga nell'alcol; ci sono il Mercure stralunato di Peter Renz il Mars non troppo sveglio di Rafał Pawnuk. Tutti a descrivere un mondo in cui, fra terra, Olimpo e Ade, la morale semplicemente non esiste, ma si beve, si balla e si fa sesso, molto sesso, senza badare tanto al genere e nemmeno alla specie, dato che fra artisti, apicoltori e dei, per Eurydice anche un moscone può essere un interessante diversivo. S'ei piace, ei lice all'ennesima potenza, con un unico ma ingombrante confine: l'Opinione Pubblica, l'unica forza che inventi e imponga una convenzione chiamata morale. E, difatti, la classe dirigente olimpica, quando non può sfogarsi negli inferi ma deve esibire buone maniere in salotto, si annoia a morte.

Eccola, l'Opinion Publique che sprona il vedovo allegro Orphée a riprendersi la moglie per tornare a un ménage insofferente che la stessa non permetteva di sciogliere: Anne Sophie von Otter sfodera la grazia amabile di una Frau Blücher, ma è anche lei meravigliosamente corruttibile e non perde l'occasione di ritagliarsi il suo momento di libertà in proscenio, avvolta in uno sgargiante arcobaleno, mentre ruba la ribalda a Orphée per intonare “Dites la jeune belle” di Gounod. E poi, infranto (ops!) il divieto di voltarsi prima del tempo e persa per sempre Eurydice (ops!), tanto vale darsi ai baccanali liberando tutti i sessi!

Lo spettacolo di Kosky è un divertissement strepitoso dal ritmo irresistibile, ma non potrebbe funzionare se dietro agli effetti pirotecnici non ci fosse alla base una vera cultura e analisi del testo (ogni riferimento mitologico è ben rispettato, anzi, reso con ammiccamenti quasi eruditi), se non ci fosse un respiro musicale metabolizzato nel profondo, tant'è vero che quasi non si fa caso a quanto tutti cantino bene in una teatralità così naturale, tant'è vero che talora ci si sofferma sullo splendore dei Wiener Philharmoniker diretti da Enrique Mazzola come fossero anch'essi attori invisibili, ingranaggi di una macchina fantasmagorica.

E, sebbene si tratti di un mix fra le due versioni dell'opéra-bouffon di Offenbach (1858 e 1874), c'è anche un pizzico di filologia. Fece scandalo, ai tempi, questa sfacciata irrisione dell'ipocrisia borghese, ha fatto scandalo anche nel 2019, quando un messaggio di allegra libertà sessuale forse turba ancora. Il casus belli della querelle più recente (più surreale della più surreale operetta: le forme delle cantanti, come a dire che la morale ipocrita si misura a centimetri in base ai propri canoni estetici, ai propri gusti) farebbe ripensare al vecchio adagio sulla prolifica stirpe degli ottusi, ma per lo meno ha sollevato ancora il senso del teatro di Offenbach, che non è sollazzo innocuo ma satira dotta, mordace e audace.