L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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La lingua del dramma

 di Roberta Pedrotti

G. Donizetti

La favorite

Aldrich, Tézier, Shi, Furlanetto

direttore Antonello Allemandi

regia Vincent Boussard

Théâtre du Capitole de Toulouse, 14-16 febbraio 2014

DVD Opus Arte OA 1166 D, 2015

Fino a non troppi lustri fa La favorita di Donizetti era un'opera se non di grande repertorio, perlomeno frequentata con una certa regolarità, ma ciò che veniva eseguito non era il capolavoro di Donizetti, bensì una fantasiosa rilettura in cui una selezione – anche ampia – della partitura conservava molte delle bellezze musicali innestandole su un tessuto drammatico e drammaturgico irrimediabilmente stravolto da una traduzione ritmica talmente insensata, poeticamente sciatta e calamitosa negli esiti della censura, da ridurre il genio teatrale donizettiano all'apparenza di un abile cucitore di belle melodie su qualunque drammaccio scalcinato. Perché trasformare Fernand(o) nel fratello della regina e Balthazar (Baldassarre) nel loro padre fattosi frate dopo la vedovanza e non più latore di anatemi papali ma sorta di Monterone ante litteram, vendicatore dell'onore familiare, significa far piazza pulita di uno straordinario affresco di conflitti politici e psicologici fra dimensione pubblica e privata, potere temporale e spirituale, realtà e apparenza, sogno e disillusione. Ovvero, di tutta la struttura fondamentale che informa la partitura.

L'evoluzione della sensibilità verso il belcanto e il testo ha portato anche a scoprire quale capolavoro sia La favorite, ma anche a svelarne le ampie proporzioni e le difficoltà esecutive. Così, l'opera è scivolata via dal repertorio, salvo negli ultimi anni ricominciare ad affacciarsi e a rivendicare l'omaggio dovuto al suo splendore.

E così, finalmente, abbiamo un DVD ufficiale dell'opera nella sua fisionomia originale, orbata solo del balletto (ce ne duole, ma è, in fondo, male minore, anche per le caratteristiche della produzione che ha i suoi punti di forza fra i cantanti e non nella direzione o nella messa in scena).

Poco c'è da dire, invero, sul lavoro registico di Vincent Boussard, che, con i suoi collaboratori, assembla i cliché di certo minimalismo à la page, fra contrasti cromatici, pavimenti neri a specchio, piogge di petali, costumi atemporali che destrutturano elementi d'epoca, senza poi dire nulla di particolarmente significativo. Anzi, senza dir nulla in generale, ma nemmeno disturbare, perché, perlomeno, il DVD ci fa apprezzare una recitazione convincente, i volti espressivi e la partecipazione di tutti gli interpreti principali.

Fra questi la palma va indiscutibilmente al côté maschile, in cui spiccano i due illustri contendenti per l'amore di Léonor: il Fernand di Yijie Shi e l'Alphonse XI di Ludovic Tézier, che incarnano tutte le sfaccettature di una virilità che si affaccia alla vita esuberante e idealista o che, più matura e disillusa, deve fare i conti con i vincoli del dovere e la perdita dell'amore.

L'artista cinese eredita e declina con moderna sensibilità la tradizione del tenore di grazia, così da risultare credibile in una parte scritta per Gilbert Duprez, ossia per il prototipo del tenore eroico romantico, proprio perché non scimmiotta l'archetipo, ma lo reinterpreta personalmente. Il suo è un Fernand fresco, adolescenziale, gentile, sì, sognatore, ma anche febbrile e irruente, capace di fare dello scintillìo di una voce chiara e giovanile il punto di forza di una lettura in cui l'ardore – religioso, amoroso, guerriero – e le illusioni di un ambizioso idealista hanno tale luminosità che il loro infrangersi genera ferite ancor più intime e lancinanti. Il finale, finalmente completo e sottratto alla becera e circense soluzione con il taglio di tradizione, risulta particolarmente incisivo, ma Shi si fa valere in tutta una parte che, al di là della notissima “Ange si pur” (“Spirto gentil”), nella versione integrale richiede un impegno particolarmente intenso e versatile nella versione integrale.

Quanto a Tézier, potrebbe sembrare lapalissiano trattandosi di un madrelingua, ma anche fra i suoi compatrioti non è sempre scontato sentire un francese così eloquente, una dizione (ricordiamolo, diversa nel cantato rispetto al parlato) così chiara, perfetta, un tale senso della prosodia e della parola. Nella miglior tradizione belcantista, l'articolazione del testo va di pari passo con l'articolazione musicale; saper dire significa anche intonare sempre con la giusta intenzione, il giusto accento, rendere naturale e necessario ogni legato e ogni staccato, ogni abbellimento, ogni crescendo o diminuendo. La voce è bellissima, pastosa e virile, l'attore intrigante e autorevole, capace di plasmare un sovrano complesso e sfaccettato, quale l'opera, nella sua integrità, suggerisce, se non impone.

Si fa apprezzare anche lo ieratico Balthazar di Giovanni Furlanetto, non più profetico patriarca d'ampiezza verdiana, ma distinto, comprensivo padre spirituale fra le mura del convento, fuori gelido ambasciatore della politica papale.

Non parte benissimo la protagonista, Kate Aldrich, su cui pesa una scelta di repertorio e tessiture fin troppo ondivaga, benché i suoi mezzi naturalmente aderirebbero come un guanto a parti assimilabili al Falcon quali quella di Léonor. Infatti si rinfranca nel corso dell'opera e, sebbene non brilli nei passi più schiettamente belcantisti e il trillo sia alquanto goffo, sa offrire una prova nel complesso convincente, forte anche di un'efficace definizione scenica.

Inés, Don Gaspar e perfino il singolo nobiluomo corifeo sono personaggi minori solo per la durata delle rispettive parti, ma il loro ruolo drammatico in quel grande affresco che è La favorite non può esser trascurato, e Marie-Bénédicte Souquet, Alain Gabriel, Dongjin Ahn li servono a dovere.

Antonello Allemandi non illumina, non propone una particolare analisi stilistica, accompagna senza guizzi, in modo magari un po' spigoloso, ma senza mettere i bastoni fra le ruote al cast.

E se ascoltare La favorite in francese è sempre un piacere difficile da incrinare, per di più quando si unisce al piacere di ascoltare due protagonisti maschili tanto equilibrati nell'intelligenza delle loro letture e nella proprietà del loro canto.

Purtroppo, mancando i sottotitoli in italiano, chi non comprende il francese e ha ancora nella memoria i versicoli della traduzione di Jannetti potrebbe lasciarsi sfuggire parte del valore di questo dramma in musica: consigliamo uno sforzo, val la pena di seguire il libretto originale e dimenticare "Una vergine un angiol di Dio" e "Scritto in cielo il mio dolor".


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