L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Quel horizon immense

 di Roberta Pedrotti

 

G. Rossini

Guillaume Tell

Alaimo, Rebeka, Florez, Orfila, Simeoni, Forsythe, Albelo, Tittoto, Alberghini, Luciano

direttore Michele Mariotti

regia Graham Vick

scene e costumi Paul Brown

coreografie Ron Howell

luci Giuseppe Di Iorio

Orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna, m° del coro Andrea Faidutti

Rossini Opera Festival 2015

2 DVD Decca 074 3870, 2015

Le recensioni delle recite in teatro:

Pesaro, Guillaume Tell, 11/08/2013

Torino, Guglielmo Tell, 11/05/2014

Bologna, Guillaume Tell, 08/10/2014

Pesaro, agosto 2013, Torino, primavera 2014, Bologna, autunno 2014. Già tre volte, su queste pagine, ho scritto di questo spettacolo, visto in teatro cinque volte. Si potrebbe temere di non aver più nulla di nuovo da dire, di ripetersi. Ripetersi? Certo, nel ribadire che si tratta di uno degli spettacoli più straordinari mai realizzati. Non aver nulla di nuovo da dire? Difficile, e semmai per demerito della penna soltanto, ché ogni visione porta nuovi approfondimenti, permette di cogliere nuove sfumature, nuovi dettagli. In una parola, uno spettacolo che sembra non aver mai finito di dire tutto quel che ha da dire, che risulta subito chiaro e leggibile alla prima visione, ma non perde la sua forza teatrale e concettuale nemmeno dopo l'ennesima visione, sia in teatro (dove, perlomeno, ogni recita ha una sua ineluttabile unicità ed è possibile osservare la scena da angolazioni differenti) sia in dvd, con il quale, invece, siamo subordinati alla prospettiva fissata dalle inquadrature.

Un classico vero e proprio nel senso che Calvino ha magistralmente espresso, dunque, perché forte di una costruzione ideale d'impeccabile coerenza e di una realizzazione teatrale tecnicamente perfetta.

Quella di Graham Vickè una lettura politica, e come tale potrà esprimere principi non condivisi da tutti, ma chi potrà negare che Guillaume Tell sia un'opera politica? E politica nel senso più vero e alto del termine? Chi potrà negare che il coro canti “célébrons tous en ce beau jour le travail...” ("celebriamo tutti in questo bel giorno il lavoro…"), che un popolo oppresso prenda coscienza di sé e mano a mano conquisti la sua libertà, che una principessa asburgica rappresenti la caduta degli antichi privilegi di classe abbracciando la causa degli umili da eguale fra eguali? Quel pugno chiuso e quelle bandiere rosse non sono allora una patina di vernice a effetto, ma il simbolo concreto di un movimento, di un sentimento, di una coscienza e un'utopia che sono, sì, nei versi dell'opera. Qui infatti, a differenza del dramma di Schiller (in cui l'antica classe feudale elvetica mantiene un peso politico determinante), si uniforma l'appartenenza di classe degli oppressi rivoluzionari rispetto agli aristocratici e militari oppressori. La nobiltà, per di più, non è nemmeno tanto fatto di sangue quanto di classe e ideologia, se al servizio degli Austriaci Arnold affida la sua ascesa sociale, se riconosciamo altri ambiziosi "collaborazionisti". Il soldato che viene dal popolo, un'immagine di cui Vick e Howell - coreografo sulla carta, ma attivissimo collaboratore alla gestione di tutta l'azione scenica nei fatti - esprimono il potenziale pasoliniano non solo attraverso il percorso del giovane protagonista, ma anche attraverso la caratterizzazione di quella che solitamente è la semplice massa degli sgherri di Gessler. Lo conferma la straordinaria tensione del finale terzo, in cui Tell, più che ispirare il popolo con il suo anatema, presta voce al culmine della ribellione montante e ormai inesorabile: di fronte al crescendo insostenibile dei soprusi subiti è ormai impossibile contenere questi uomini, queste donne, questi bambini che alzano la testa e i pugni, accerchiando lentamente gli oppressori, sempre più angosciati nell'imporre, attendere, cercare invano un aiuto dai loro stessi soldati, che dall'alto dovrebbero vegliare sui padroni e sparare sulla folla ribelle. Immaginiamo quanti altri anonimi Arnold si siano arruolati e ora non abbiano il coraggio, non vogliano sparare ai propri fratelli, stiano per unirsi, finalmente, alla lotta. Oppure per disertare, semplicemente, smettendo di servire un potere che si è sgretolato. Oppure che non riescano a puntare i fucili senza correre il rischio di colpire i padroni cui ancora si sentono vicini. Il lavoro straordinario che Graham Vick e Ron Howell compiono, per di più su una partitura di proporzioni titaniche, consiste proprio nel non lavorare per gruppi, ma per singoli individui. Senza mai disperdere l'attenzione e la narrazione, sanno suggerirci che ogni persona sulla scena ha una sua storia e una sua psicologia, sanno coniugare un respiro epico e uno intimo, perché queste storie e questi caratteri interagiscono, s'intrecciano, costruiscono istante per istante un mondo .

Non c'è mai una sovrainterpretazione, tutto è risolto come direttamente consequenziale e indissolubilmente legato al lavoro di Rossini e dei suoi librettisti. Marx aveva undici anni al tempo della prima del Tell? I Babeuf e i Fourier, i Saint Simon, i Blanqui avevano detto o stavano già dicendo la loro nel 1829 e, come abbiamo già affermato, non si tratta di affibbiare meccanicamente un'appartenenza politica all'eroe elvetico, bensì di cogliere uno spirito già presente in Europa e già esploso con la Rivoluzione francese, oltre al senso universale di lotta per la dignità e libertà degli oppressi.

La Natura sempre presente, proprio perché sognata, desiderata, invocata; perché negata dagli oppressori che la sostituiscono con un ambiente chiuso, fasullo, con fondali da cartolina, fantocci di cavalli, fari e luci artificiali. Il mondo di questo Guillaume Tell è allora un mondo ricco di simboli, certo, a partire dalla scena astratta, da quella scatola bianca artificiale in cui il popolo è alienato, in cui anela a riportare la concretezza e la verità della terra e della Natura. Tuttavia, questo reticolo di simboli, perfettamente relati e intellegibili, è il codice espressivo di un realismo pulsante, profondo, ineludibile. Perché è la realtà degli uomini e della loro coscienza a essere rappresentata, non una cornice, un contesto, una maschera. È un teatro che svela, questo, non un teatro che decora. Poi lo fa benissimo, certo, con una perfezione formale, una continuità drammatica formidabile, perché coglie quel che rende l'opera in musica non un pezzo da museo e un piacevole svago, ma una forma d'arte dalla forza inesauribile: il rapporto fra teatro, testo verbale e testo musicale. Non possiamo parlare, nemmeno per i numeri specifici del primo e del terzo atto, di singoli balletti, perché, si canti o meno, tutto è egualmente teatro e tutto quello che si vede, ogni gesto, sguardo, azione, pare indissolubilmente legato a una nota. Con la naturalezza del capolavoro che respira nel suo linguaggio peculiare, mai lezioso, mai ridondante, ma fuori dalle righe.

L'aderenza al testo è evidente dalla cura prestata alla recitazione in ogni istante, dal peso conferito alla parola, perfettamente calibrato senza forzature di senso o sbilanciamenti enfatici, senza trascurare nemmeno una pausa. E, non meno importante, dall'attenzione a ogni dettaglio dell'azione, per cui vediamo effettivamente con chiarezza che Walther ha “vu le crime” dell'assassinio brutale di Melcthal, ma vediamo anche il popolo ancora immaturo che nel finale primo canta “Nous bravons ta fureur”(“Noi sfidiamo il tuo furore”) alzando comunque le mani in segno di resa inoffensiva di fronte ai fucili dei soldati di Rodolphe. La coscienza, l'idea è in nuce, ma deve crescere, trovare forza, consapevolezza di sé e così sarà, gradualmente, nel percorso esemplare che Vick disegna atto per atto, scandito da quel bellissimo sipario disegnato da Paul Brown, scandito dai quattro suggelli della violenza contro Melcthal e il villaggio, del giuramento, della rivolta e della conquista di un futuro libero tutto da costruire.

Ci ripetiamo, ma non possiamo non ribadirlo: spettacolo a dir poco perfetto, pensato nei minimi dettagli con un'intelligenza e una capacità che non conoscono rivali.

Dopo averlo visto interpretato da altre due compagnie diverse, almeno in parte, torniamo con questo dvd al cast originale, quello della prima creazione pesarese. E, a due anni di distanza, confermando generalmente le impressioni suscitate dal vivo, si constata anche come nel suo cammino in tre diverse proposte lo spettacolo abbia mantenuto intatta la sua vitalità, valorizzando le caratteristiche dei diversi interpreti avvicendatisi senza perdere la sua impronta originale.

Pensiamo, per esempio, al ruolo eponimo, che ha poi trovato in Carlos Alvarez un padre di famiglia quanto un politico sempre più consapevole e appassionato e in Dalibor Jenis un uomo di poche qualità e personalità eletto a strumento della Storia. Nicola Alaimo ne vive intimamente il sentimento paterno: è l'uomo animato da un innato amor di giustizia ma che non si è mai preoccupato di strutturare un'opinione politica attiva, finché le sue forze non bastano più difendere la sua famiglia, finché non sono più sufficienti le sue braccia e la sua abilità con la balestra a proteggere il nido familiare, perché suo figlio sta crescendo, sarà un uomo, e lui sente il dovere di garantirgli un futuro in un mondo migliore. La bontà quasi inoffensiva che traspare dal suo pur imponente aspetto rende ancor più significativa la forza crescente che lo eleva a simbolo per un popolo intero, che lo spinge a esporsi a ogni rischio.

Marina Rebeka, Mathilde, conferma la classe superiore della primadonna ammirata dal vivo, bellissima, magnetica, con quel pizzico di sprezzatura antica nella voce lucente come negli occhi blu che il video mette bene in evidenza. Il personaggio trova la complessità che le compete, apparendo già nel primo atto nel corteggio di Gessler, cui si allinea pur tradendo in gesti quasi impercettibili una diversa umanità. La vedremo poi, di scena in scena, conoscere il mondo di Arnold e del popolo, scoprire attraverso i loro occhi i valori calpestati dai padroni, gli arbitrii odiosi degli oppressori, fino a dismettere i suoi splendidi abiti da diva per unirsi ai rivoluzionari.

Anche Arnold riscopre in questo allestimento una complessità e un'evoluzione finora per lo più sottintese: non è più solo il giovanotto che si disinteressa alla politica finché non gli viene ucciso il padre, ma un esponente di una generazione cresciuta già sotto l'occupazione, irretita dal fascino del potere, allineata nelle schiere del regime per lo sdegno dei padri che avevano conosciuto la libertà e se l'erano vista strappar via. Il suo è dunque un cammino più tortuoso e tormentato, scandito da quel pugno di terra che il padre tenta di affidargli nel primo atto, che raccoglierà in sua memoria nel secondo, senza però ancora quella maturità e quella consapevolezza conquistate nell'aria del quarto. Questo sentiero potrà essere percorso con passi diversi, fatta salva, se mai ci fosse bisogno di ribadirlo, la moderna consapevolezza stilistica che sottrae la parte all'esuberanza dei tenori espada, dagli acuti al fulmicotone, ma alieni al linguaggio rossiniano come alla tenuta della partitura in versione integrale. Juan Diego Florez, fra i belcantisti contemporanei (e bisogna dire che lo spettacolo, interpretato poi anche da Osborn e Spyres, ha sempre goduto di tenori di primissimo livello), non sarà il più versato all'accento eroico e autorevole, piegandosi più volentieri all'elegia, ma proprio per questo è ammirevole come sappia delineare la propria traiettoria in questo percorso. Arnold sembra il ruolo cui Florez abbia dedicato lo studio più approfondito e le cure più meticolose, senza forzare i propri mezzi e le proprie inclinazioni: ne sortisce un personaggio meno positivo e spavaldo: un personaggio introverso, inizialmente scostante, come assorbito dalla divisa che indossa e che spaventa i bambini, in realtà fragile, diviso fra due mondi, turbato, travolto da eventi e sentimenti contrastanti fino al momento chiave dell'aria, nella quale la poesia del ricordo infantile assume un valore drammaturgico fondamentale.

Vedendo Amanda Forsythe sembra di vedere l'unico Jemmy possibile, e continueremmo a pensarlo se l'importanza conferita da Vick e Howell al personaggio non fosse stata ripagata anche nelle riprese da validissime interpretazioni. Doveroso, però, confermarle il merito di un canto fresco e di un'innata eleganza nel porgere. Simon Orfila è un Walter di calorosa autorevolezza e Celso Albelo è un Ruodi che potremmo dire, oltre che vocalmente lussuoso, scenicamente simpatico, se non fosse molto di più: un vero personaggio fra veri personaggi. Come non riservare, poi, ogni lode alla trepida, autentica maternità della splendida Edwige di Veronica Simeoni, alla protervia spigolosa del Rodolphe di Alessandro Luciano, perfino alla schiettezza un po' ruvida di Wojtek Gierlach (Leuthold e Chasseur)? In due casi, però, si è verificata un'identificazione assoluta fra interprete e personaggio: sarà mai possibile immaginare un Melcthal che possa convincere senza il volto, le inflessioni, le espressioni, l'incedere di Simone Alberghini? Sarà mai possibile pensare a Gessler senza l'indispensabile riferimento di Luca Tittoto, che finalmente eleva quel che pareva un basso protervo come tanti a guizzante incarnazione di ogni soperchieria, di ogni più turpe disprezzo della dignità, dei sentimenti, dell'umanità altrui, a personificazione stessa di una sardonica immoralità che perfino di fronte all'anatema di un popolo inarrestabile continua a ghignare sfrontato, nello sgomento dei suoi. Tittoto, con regista e coreografo, crea un grandissimo personaggio, degno ed epico antagonista di un popolo intero.

E, dunque, non di riflesso ma per equilibrio, ribadiamo l'esaltazione di ogni artista del coro, di ogni tersicoreo, di ogni figurante. Impossibile circoscrivere un solo istante in quattro ore di spettacolo organizzate come un meccanismo perfetto, ma varrà sempre la citazione di quel monumento registico e coreografico che è l'intero quadro della festa di Altdorf, in cui ciascuno agisce, senza tradire la pulizia musicale, con una precisione coreutica perfino sconcertante.

Nel dire che la pulizia musicale non viene tradita, in realtà si dovrebbe intendere una simbiosi ben più profonda, una simbiosi ideale, in cui il disegno teatrale non poggia semplicemente su uno sfondo sonoro, ma vi si lega indissolubilmente nello stesso respiro. Il visibile si specchia nell'invisibile e viceversa, grazie allo splendido lavoro svolto da Michele Mariotti, che sa tendere l'arco della parabola storica, dell'evoluzione della consapevolezza di una classe e di un popolo fino alla rivoluzione, ma anche accogliere, nel grande corso fluviale della Storia, le correnti, le anse, i meandri di tutte le piccole storie che la compongono. Sa evocare la Natura, quale atmosfera morale percepita e anelata, celata nei cuori ma mai concretizzata, sa, poi, anche far sfumare il sogno, che deve essere duramente conquistato e che si aprirà, infine, nel cammino della libertà. Tutti i complessi sono coinvolti, trasfigurati in questo slancio ideale, che sembra svelare la natura del capolavoro nella sua essenza profonda, farci scoprire e riscoprire Guillaume Tell come è e dovrebbe essere, in tutto il suo splendore e la sua complessità.

Se un difetto si potrà trovare in questo dvd, invero soggettivo, sarà nell'obbligo inevitabile di sottostare alle scelte di montaggio e inquadrature di un regista video, Tiziano Mancini. Impossibile mostrare tutto (e scegliere è difficile, giacché il tutto è sempre necessario, organico, mai troppo) con la concreta pienezza concessa dalla visione dal vivo; molti dettagli sono, peraltro, colti assai bene, ma spiace che il passaggio fra carrellate in campi lunghi e primi piani faccia un po' perdere nel finale terzo quel senso di rivolta montante, di progressivo accerchiamento degli aristocratici tanto sconvolgente in teatro.

Completa il cofanetto un piacevole quarto d'ora di interviste e immagini dietro le quinte.

Ecco dunque a quello che sembra essere l'ultimo capitolo critico su questo Guillaume Tell. Sarà forse paradossale, ma ci mancherà non tornare scriverne ancora, perché quattro articoli diversi non possono esaurire la grandezza dell'opera e la straordinarietà di questa lettura. Proprio per questo, però, perché Classica nella sua profondità ideale e perfezione formale, perché nuova a ogni visione e chiara già dalla prima volta, perché non smetterà mai di dire tutto quel che ha da dire, perché pietra miliare nella storia interpretativa di questo monumento teatrale e musicale, siamo certi che di questa produzione di Guillaume Tell, in un modo o nell'altro, si parlerà ancora per molto tempo, che non se ne potrà più prescindere.


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