L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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L'eterno seduttore

 di Roberta Pedrotti

W.A.Mozart

Don Giovanni

Mattei, Terfel, Filianoti, Netrebko, Frittoli, Prohaska, Kocan, Youn

Orchestra e coro del Teatro alla Scala

direttore Daniel Barenboim

regia Robert Carsen

scene Michael Levine

costumi Brigitte Reiffenstuel

luci Robert Carsen e Peter Van Praet

coreografie Patrice Giraudeau

Milano, dicembre 2011

2 DVD Deutsche Grammophon 00440 073 5218, 2015

L'eterno seduttore, questa volta, non è Don Giovanni. O, meglio, il suo mito non riguarda tanto quel giovanotto con voce baritonale che passa, o cerca di passare, di donna in donna sulle note mozartiane, ma riguarda il teatro musicale in sé. Così lo intende Robert Carsen, che fa del suo Don Giovanni un omaggio al teatro e, ovviamente, alla Scala. Un omaggio non privo di ironie e spunti critici, là dove tratteggia la coppia borghese (aperta ma perbenista) Anna/Ottavio intenta a prepararsi alla serata di gala di Sant'Ambrogio o il banchetto del libertino, chiara allusione alle cene vip post opera. Oppure i momenti in cui il palcoscenico è nudo e Leporello si mostra tecnico fra i tecnici intenti a “notte e giorno faticar”: macchinari, dietro le quinte, lavoro manuale e poi vertigine d'illusione e artificio. È uno spettacolo calligrafico, senza dubbio, ma perché si propone di esserlo, di giocare con la classe del grande regista in virtuosismi sullo spazio teatrale. Anche per questo, la diretta televisiva non funzionò a dovere, mentre la visione dal vivo lasciò scoprire l'essenza del lavoro di Carsen in quell'inseguirsi di scene corte, lunghe e lunghissime (principio scenotecnico nato ben prima dei campi fotografici e cinematografici), di prospettive, abiti da sera e costumi che son teorie di velluti rossi da sipario, di rispecchiamenti fra sala, palco e retropalco, anche senza temere il déjà vu, perché anch'esso fa parte del gioco. E il gioco qual è? Che il vero eterno seduttore è il teatro, che non potrà mai essere realmente condannato, tant'è che Don Giovanni torna sempre sulla scena, imperturbabile, mentre a precipitare (forse) sono coloro i quali hanno preteso di giudicarlo.

Fors'anche per questo, il Don Giovanni prescelto non è un artista dal carisma particolare, tale da focalizzare l'attenzione su di sé e sul personaggio: Peter Mattei non si può dire canti male, ma resta un distinto giovanotto come tanti, elegante e un po' dandy senza tuttavia elevarsi all'ennesima potenza della raffinatezza fine a se stessa. È un Don Giovanni borghese che si trova sospeso nel labirinto delle dimensioni teatrali, un po' maschera del ruolo un po' uomo del pubblico. Dal punto di vista squisitamente fisico il Leporello proletario e materico di Bryn Terfel è un contraltare perfetto, ma il canto mozartiano richiede sempre e comunque una forbitezza d'emissione, una pulizia e precisione musicale che al baritono gallese fanno decisamente difetto. Discorso inverso e parallelo per l'algido, contegnoso e borghesissimo Don Ottavio di Giuseppe Filianoti, al suo opposto, dunque, come personaggio, ma parimenti impeccabile (e viceversa elegante) nel fraseggio, nel modo di porgere e nella presenza attoriale quanto opaco in una resa vocale che ne denunciava già la fase calante della carriera, con molte frasi in debito d'intonazione. Un gradino al di sopra si pongono le dame benché non al meglio delle loro possibilità: il canto di Anna Netrebko è rigoglioso, il timbro cremosissimo e intrigante, la tessitura non le pone problemi, il canto è sempre sicurissimo, autorevole, tuttavia è già chiaro che ci troviamo in una fase di passaggio della sua carriera e che il meglio dovrà venire (o tornare) con Verdi e altri autori. Il meglio per Barbara Frittoli era forse già passato, ma il personaggio è centratissimo, con la disinvoltura di chi Mozart lo conosce bene, lo frequenta da sempre e lo affronta con familiarità conferendo alla sua Donna Elvira una sensualità istintiva e un pizzico di follia. Anna Prohaska, Zerlina, è diligente senza distinguersi, mentre la voce grave e greve di Stefan Kocan nella parte di Masetto fa l'effetto di un elefante nella cristalleria; curioso, peraltro, che nel suo caso, ricordando che sia a Praga sia a Vienna il primo interprete si divise fra il contadino e il Commendatore, si sia provveduto a una voce di basso, mentre il Don e Leporello sono entrambi baritoni, con qualche conseguente squilibrio nella scena del cimitero e in quella del banchetto. Kwangchul Youn, avvezzo a ben altri cimenti che non il revenant padre di Donn'Anna, se la cava sempre con classe, così come il coro scaligero semrpe preparato da Bruno Casoni.

Lasciava perplessi cinque anni fa e lascia perplessi ora la concertazione di Daniel Barenboim, non tanto per la resa puramente tecnica, che il DVD ci rende emendata da qualche scollamento che si verificò durante le recite, quanto per il concetto. L'ex maestro scaligero, infatti, sceglie di dilatare i tempi e rinnovare la tradizione di un Don Giovanni più tardoromantico che settecentesco, più drammatico e solenne che ambiguo e incalzante. Seppur ricercato in tanti momenti, questo assunto risulta alla lunga pesante, anche senza considerare lo stridore evidente della scelta di inserire, in un'orchestra che tutto può dirsi tranne che storicamente informata per organici e sonorità, il cembalo di James Vaughan a sostenere la linea del basso. Una scelta che uno specialista del XVIII secolo come Hogwood trasformò in pura poesia anche con un complesso moderno come quello del Regio di Torino risulta qui una spezia posticcia e non sempre distinguibile in una portata che va in tutt'altra direzione, anche per la scelta delle voci.

Abbiamo detto di una diretta televisiva che lasciò l'amaro in bocca a molti e di una prova teatrale che, pur con i dovuti distinguo, fece riscoprire la vera essenza e i punti di forza dell'allestimento: bisogna ora dire che il montaggio definitivo sembra aver migliorato le cose e se non ritroveremo la fisicità spaziale del lavoro di Carsen nella sua pienezza, se ne ritroverà un'attendibile testimonianza.

DVD ben curato sia nella resa tecnica sia nella grafica e nella dettagliatissima locandina e track list (ovviamente, nessun testo in italiano, ma si tratta solo di una ripresa dalla Scala in collaborazione con la Rai...). I sottotitoli sono nella lingua originale, inglese, tedesco, francese, spagnolo, cinese e coreano. Un'unica pecca nella copertina: possibile non si trovasse un angolino dove riportare la data di registrazione senza dover aprire la confezione? Non tutti gli acquirenti conoscono a memoria la programmazione scaligera degli ultimi anni o si riforniscono online con un motore di ricerca a portata di click.


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