L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Molto più che musica

 di Andrea R. G. Pedrotti

F. Lehár

The merry Widow (Die lustige Witwe)

Fleming, Gunn, O'Hara, Shrader, Allen

orchestra, coro e corpo della Metropolitan Opera House

direttore Sir Andrew Davis

regia e coreografia Susan Stroman

New York, 17 febbraio 2015

DVD Decca 0743900, 2015

"Non si offenda, ma questa non è musica". Può sembrar strano iniziare in questo modo il resoconto di un DVD della bellezza di quello editato dalla Decca e registrato a New York il 17 gennaio 2015. “Non si offenda, ma questa non è musica” è una frase partorita dalla mente dello stesso Franz Lehár, che, in scherzosa polemica con la direzione del Theater an der Wien in occasione della trecentesima rappresentazione di Die lustige Witwe, volle venisse incisa sulle medaglie commemorative. Una frecciata elegante, tanto da sembrar femminile, ma solo chi conosce il carattere dei viennesi può comprendere quanto essi amino le galanti liti, il sussurrare e il parlare senza farsi ascoltare, mai con cattiveria, bensì con un'innocenza che, nelle intenzioni, rammenta quella di un'infanzia in cui i doveri erano imposti e il gioco un diritto; per i presunti adulti il dovere dovrebbe essere interiorizzato, ma quale necessità può mai esistere alla rinuncia al gioco? La frecciata è femminile, il carattere è femminile, perché Vienna stessa è femminile e, si sa, l'eleganza è prerogativa della donna.

L'arguzia, forse irritata di Franz Lehár, cela in sé una grande verità: Die lustige Witwe e l'operetta viennese non sono musica, o, meglio, non sono solo musica. L'operetta viennese (forma d'arte scritta per l'alta società e non indirizzata al popolo minuto) è viva figurazione dell'eternità di un'epoca di splendore culturale, circoscritto in una città, generato da una serie di casualità concatenate in maniera tanto perfetta da essere inimitabile e, purtroppo, irripetibile. Dobbiamo rendere merito alla Metropolitan Opera House, per l'impegno di mezzi e professionalità nel realizzare un prodotto di altissima qualità, come questa edizione di The Merry Window, come recita la traduzione del titolo dal tedesco all'inglese. Il capolavoro dell'effetto comunicativo che viene da un'operetta viennese prende forma dal sovrapporsi di più messaggi, che devono essere tutti resi con dovizia e precisione, senza potersi permettere di conferire un'importanza maggiore al testo, alla musica, alla danza, alla recitazione, o a un qualunque altro dei “testi” di cui si compone il genere. Nulla può esser lasciato al caso, perché la struttura di un'operetta è come un grande castello di carte. Se una sola componente fosse difettata, tutto il lavoro fallirebbe. Questa, ma non solo, la motivazione per cui l'operetta viennese non può essere considerata genere minore, a meno che non si voglia accettare la profondità e la vivacità intellettuale dell'Austria Felix.

La voluta complessità delle trame d'operetta rende difficoltoso un racconto lineare che si discosti da sensazioni che provengono dall'interiorità stessa dell'uomo e che solo nei sogni siamo in grado di vivere.

La produzione statunitense, che abbiamo avuto la fortuna di vedere eternata in questo DVD, non fa mancare nulla, come l'inserimento (non integrale) dell'Ouverture, scritta da Lehár successivamente alla prima rappresentazione del 30 dicembre 1905, quasi fosse una “fantasie” del suo capolavoro. Subito ammiriamo una delle componenti fondamentali dell'operetta viennese, ossia la presenza d'un corpo di ballo di alto livello professionale e qualitativo, pari a quello che deliziò con la sua presenza la bellissima edizione veronese del 2014 [leggi la recensione]. Come fu a Verona l'indole di ognuno dei personaggi viene finemente caratterizzata: ogni comprimario, infatti, è indispensabile al dipanarsi dell'intreccio. Le più minute peculiarità caratteriali, parimenti ai piani comunicativi sovrapposti di cui dicevamo poco prima, si accostano parallele, apparentemente indipendenti l'una dall'altra, per poi concatenarsi alla perfezione.

L'ambasciata di Pontevedro è, nella sua opulenza, simbolo dello spreco che sta portando all'inesorabile fallimento di un'intera Nazione, ma opulenza e spreco non sono superflui, poiché indispensabili all'immagine e all'etichetta del corpo diplomatico. Saggia, quanto consigliabile, l'idea di affidare la regia a una coreografa come Susan Stroman - collaboratrice, in passato, di Mel Brooks-. Scenografie sfarzose e raffinate, belle ed eleganti danze fanno da cornice alle schermaglie fra Danilo Danilovitch, Hanna Glawari e tutti gli altri protagonisti. L'inizio del secondo atto, nella casa parigina della ricca ereditiera, è una Polonaise danzata in abiti tipici del Pontevedro, paese figurativamente collocato fra i Balcani e i Carpazi, come si evince anche dai costumi tradizionali utilizzati. Gli elementi delle scene seguenti seguono con precisione inappuntabile le indicazioni del libretto di Victor Léon e Leo Stein. Questa è un'altra caratteristica imprescindibile dell'operetta e tipica dei viennesi, poiché tutto ruota attorno al dettaglio, in maniera quasi maniacale e l'omissione del più piccolo elemento indicato renderebbe incomprensibile la già intricatissima trama.

Nel terzo atto assistiamo all'unico vero difetto dell'operetta viennese, ossia la totale assenza di punti deboli o nei quali ci si possa permettere di calare il livello di concentrazione, dimostrandosi un genere poco adatto a chi abbia difficoltà a mantenere un costante elevato livello di concentrazione.

Susan Stroman ha compreso questo alla perfezione e, dopo l'ennesima lite fra Hanna e Danilo (sono due loro schermaglie a chiudere i primi due atti e la dichiarazione d'amore a chiudere il terzo), non è previsto alcun intervallo, infatti Njegus chiama a raccolta le Grisettes di Chez Maxim (dai nomi niente affatto casuali per chi abbia studiato linguistica strutturale), le quali, danzando, a partire dal bellissimo Entr'Akt (secondo la grafia di Lehár) ci conducono agli svaghi notturni dell'alta società del Secolo Lungo. Come per il secondo atto, gli elementi mutevoli del terzo sono pochi e perfetti per condurci fuori dal tipico luogo di perdizione parigino. Sfatiamo, così, un mito della cervellotica filosofia novecentesca. I grandi pensatori della borghesia della Vienna felix non passavano le loro ore a macerare il proprio cerebro in elucubrazioni iperuranie; infatti i professionisti delle scienze e delle arti che dettero lustro alla capitale asburgica mai avrebbero apprezzato i numerosi attuali e avvilenti “circoli della mente”, tanto amati dai loro presunti successori, ma solevano frequentare Grisettes capaci di tenerli “allegri per un'ora o poco più”, come dichiarato nel testo dello splendido Grisettenlied del terzo atto. Niente contorcimenti mentali, ma eros e alcol trionfanti, immersi in “serate in allegria, con donne in compagnia”, sempre citando Victor Léon e Leo Stein. Il triste abbandono di Chez Maxim viene rappresentato con una celere mutazione di pochi elementi scenici, fondamentali a far mutare visivamente l'atmosfera del luogo

Il seguito di questa ricca versione prosegue in maniera sostanzialmente tradizionale, eccezion fatta per l'aggiunta alla la partitura prevista da Franz Lehár di una seconda aria, oltre al Viljalied, per Hanna Glawari.

Protagonista della produzione è Renée Fleming, la quale affronta bene la parte dal punto di vista scenico. L'apparizione di Hanna Glawari è volutamente ritardata rispetto a quella degli altri personaggi, che la invocano fin dalla prima nota. Questo è un espediente comunicativo utilizzato anche nel cinema immediatamente successivo al 1905, anno della prima rappresentazione di Die lustige Witwe, quando la diva per eccellenza usava mettere addirittura in contratto il momento della sua apparizione. Se la Fleming ha perso, almeno in video, il fascino e il carisma di un tempo, certo la sua fama in terra d'America aiuta a rendere l'effetto, mentre sul versante vocale la sua prestazione risulta pesantemente deficitaria, con numerose problematiche nella gestione dei fiati e nella pulizia del suono. Molto difficoltosa la sua interpretazione del Viljalied e l'acuto a chiusura del secondo atto, fuori fuoco e malfermo.

Nathan Gunn veste molto bene i panni del Conte Danilo Danilovitch, presentandosi, dopo una notte di bagordi, ancora in frak nella sede dell'ambasciata pontevedrina, per poi reindossare, dal secondo atto, la divisa patria. Thomas Allen è un Barone Mirko Zeta straordinario, perfetto interprete dell'operetta viennese, ora incarnando il sospettoso, quanto ingenuo, ambasciatore a Parigi, come nella sua meravigliosa lettura di Gabriel von Eisestein, nel bel DVD di Die Fledermaus, che recensimmo qualche tempo fa [leggi]. Poche altre parole si possono dedicare a un interprete del genere di tale livello.

Ottima anche la coppia composta dalla Valencienne di Kelli O'Hara, spiritosa giovane consorte insoddisfatta del Barone, dal gran rigore morale apparente, ma combattuta dal romantico sentimento amoroso che la porta a rotolarsi per terra con lo spasimante, appartarsi con lui in un chiosco (dopo uno struggente duetto traboccante d'elegia) e a ubriacarsi assieme alle Grisettes. Il soprano si dimostra precisa cantante, ma, soprattutto, irresistibile attrice nei due duetti del primo atto e nel celeberrimo Grisettenlied del terzo. Alek Sharader è abile nell'impersonare il suo spasimante e romantico tentatore, in un ruolo sicuramente meno appariscente rispetto a quello dell'agognata (e agognante a sua volta) amante, ma fondamentale, essendo una delle chiavi dell'intreccio, dopo il dono del ventaglio recante la dichiarazione d'amore a Valencienne.

Una nota di merito particolare va a Alexander Lewis (Roul de St. Brioche) e Jeff Mattsey (Visconte Cascada), irresistibili spasimanti interessati più al cospicuo patrimonio di Hanna che non al suo cuore di antica pastorella. Gli altri protagonisti (nell'operetta non esistono comprimari) sono Emilie Savoy (Sylviane), Wallis Giunta (Olga), Margaret Lattimore (Praskowia), Daniel Mobbs (Kromow), Gary Simpson (Colonnello Pritschitsch), Mark Schowalter (Bogdanovitch), l'apparentemente ambiguo, ma incredibilmente attratto dal fascino femminile, Njegus di Carson Elrod, Andrea Coleman (una donna) e Jason Simon (il Maître di Chez Maxim).

Protagoniste assolute, oltre gli altri protagonisti, sono le figure capaci di scaldare i cuori degli spettatori dell'alta società viennese, che assisteva alle operette della propria città. Abili nel canto e dinamiche nella danza, qui erano interpretate da: Synthia Link (Lolo), Alison Mixon (Dodo), Emily Pynenburg (Joujou), Leah Hofmann (Froufrou), Jenny Laroche (Cloclo), Catherine Hamilton (Margot).

Come sempre nei DVD da noi recensiti l'orchestra della Metropolitan Opera House, diretta nell'occasione da Sir Andrew Davis e il coro diretto da Donald Palumbo.

Fra gli artefici di questa bellissima nuova produzione dell'operetta di Franz Lehár, ricordiamo, con la regista e coreografa Susan Stroman, lo scenografo Julian Crouch e il bravissimo costumista William Ivey Long. Ottimo lavoro anche del drammaturgo Paul Cremo, alle prese con un libretto dalla difficilissima traduzione, vista la levatura linguistica dei versi originali.

Il nostro consiglio è quello di affrettarsi all'acquisto di questo DVD, memori che la nostra citazione iniziale del compositore, che dovrebbe far da monito: “Non si offenda, ma questa non è musica”. L'operetta viennese è molto di più, aggiungiamo noi.