L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Lo specchio del tempo

di Roberta Pedrotti

 

R. Wagner

Die Walküre

Kampe, Harteros, Mayer, Seiffert, Kowaljov, Zeppenfeld

Christian Thielemann, direttore

Vera Nemirova, regia

Staatskapelle Dresden, orchestra

Registrato a Salisburgo, Grosses Festspielhaus, aprile 2017

2 DVD Cmajor Unitel, 742808, 2017

Leggi la recensione della recita dal vivo: Salisburgo, Die Walküre, 08/04/2017

Per celebrare i cinquant'anni del Festival di Pasqua di Salisburgo poteva sembrare naturale la ripresa rinnovata dello spettacolo inaugurale, la storica Walküre curata in toto dal demiurgo Karajan. Naturale, ma anche pericoloso, ché facilmente l'omaggio può trasformarsi in una replica sbiadita, in un'imitazione in princisbecco. E invece, dallo stesso modello, è sorta una nuova, splendente Walküre.

Merito in primo luogo di Christian Thielemann, moderno erede ma non epigono del creatore del festival, di cui rinnova la sintesi fra epica e lirismo, riuscendo grandioso proprio per il suo non indulgere nella grandiosità, bensì lasciar respirare la narrazione con una tensione continua. Tanto il fraseggio è acuto e incisivo, quanto incalza con un flusso naturalissimo, tanto che risulterebbe arduo e sterile isolare un momento a mo' di esempio. Non s'impone mai al canto di snaturarsi in uno sforzo che a Wagner per primo ripugnava e il canto può sussurrare, insinuare, imporre farsi dramma liberamente. Di questa libertà, poi, il concertatore si fa arbitro autorevole, forte del suono sontuoso, duttile, meravigliosamente dettagliato della Staatskapelle di Dresda: non si potrebbe davvero immaginare un canto strumentale meglio calibrato nel disegno generale, che pulsa come un immenso crescendo con il dramma, il mito, il melos.

Sulla scena Anja Harteros si erge quale splendida Sieglinde: bella, elegante nel gesto e nella figura, espande sempre la sua voce una freschezza e una fragranza che non temono cedimenti e servono a meraviglia testo e musica. Nobile e femminile, dolce e consapevole, si scolpisce nella memoria in maniera indelebile. E se Harteros ereditava il personaggio incarnato da Gundula Janowitz cinquant'anni prima, a Christa Ludwig succedeva l'omonima Mayer nei panni di Fricka, resa con pienezza di mezzi e acuminata plasticità d'accento. Dal punto di vista vocale, un po' più in ombra la Brünnhilde di Anja Kampe che sconta, là dove la prima Walkiria dovrebbe dardeggiare con bellica spregiudicatezza, la debolezza del registro acuto; la riscatta, tuttavia, la perfetta adesione scenica e la sensibilità del fraseggio, in perfetta sintonia con Thielemann. Apprezzabile, nel complesso, anche la schiera delle sorelle vergini guerriere.

Sul versante maschile, la parte del leone spetta alle voci gravi, con l'Hunding altero di Georg Zeppenfeld e, soprattutto, con il Wotan di Vitalij Kowaljow, basso che non teme le incursioni baritonali (e per un baritono, nel 1967, Karajan aveva optato: Walter Berry) e con emissione salda e compatta sa fraseggiare e colorire con sempre maggior maturità l'autorevolezza e l'introspezione del padre degli Asi. Viceversa, l'esperienza non soccorre Peter Seiffert nel superare l'usura del tempo: lo si avverte soprattutto nell'invocazione “Wälse!”, che dovrebbe, anche nel respiro orchestrare, respirare amplissima e trionfante e invece mette solo in maggior luce l'oscillazione implacabile e il timbro sempre più opaco.

Il felice rinnovamento, firmato per la regia con mano discreta da Vera Nemirova, del passato prosegue anche là dove effettivamente l'antico può essere riproposto: l'impianto scenografico. E tuttavia, non solo le arti performative di necessità mutano a ogni esecuzione, anche le arti che in un oggetto fisico e fisso si concretizzano mutano con il tempo, per la percezione di un pubblico nuovo, per lo iato fra memoria e contingenza, per una nuova contestualizzazione. In questo caso, il lavoro di Günther Schneider-Siemssen resta attuale proprio per la sua essenzialità antifigurativa: un anello, una spirale definisce l'universo wagneriano, con il Frassino del mondo a stagliarsi come un ponte cosmico nel primo atto. Null'altro, e va bene così. Le proiezioni sono un'integrazione contemporanea che, se non aggiunge molto, non stona con il disegno originale e contribuisce a rinnovarla. I costumi ridisegnati da Jens Kilian mantengono un'intelligente atemporalità, fra allusioni ed elementi tradizionali, capi e suggestioni contemporanei. Sembra che la realtà immanente e il mito eterno si compenetrino; ma nelle divise militari che compaiono nel terzo atto abbiamo anche la netta percezione del dolore della guerra che subentra al gioco simboleggiato dal cavallino in legno che, al suo primo ingresso, Wotan aveva consegnato alla figlia prediletta: ora Brünnhilde, spogliata dei suoi attributi di Walkiria, appare come una giovane scalza, in leggins e maglietta, quasi spaurita di fronte alla nuova consapevolezza e maturità che sta conquistando con l'esperienza del mondo degli uomini fuori dalla dimensione divina del mito e della fiaba. Alla stessa maniera il mito di Herbert von Karajan, il ricordo di quel primo Osterfestspiele si compenetrano con la continuità e la novità di interpreti moderni, di un pubblico contemporaneo, di cinquant'anni di storia.