L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Tende lombarde, addio

 di Roberta Pedrotti

G. Verdi

I lombardi alla prima crociata

Esposito, Meade, Meli, Gipali

direttore Michele Mariotti

regia Stefano Mazzonis di Pralafera

Orchestra e coro del Teatro Regio di Torino

registrato al Teatro Regio di Torino nell'aprile 2018

DVD Dynamic, 37826, 2018

Ecco un perfetto esempio di come non si dovrebbe mettere in scena un'opera, spalancando un divario irritante fra la musica (e la qualità dell'interpretazione su questo versante) e ciò che si vede sul palcoscenico. Invitare a distogliere lo sguardo o chiudere gli occhi per evitare di essere distratti e disturbati contraddice lo stesso ideale fondante del melodramma dai tempi di Monteverdi, per di più con un autore come Verdi, che esigeva la massima cura per l'allestimento dei suoi drammi. Qui, invece, si parte già con l'idea discutibile di travasare un impianto visivo concepito per Jérusalem nell'allestimento dei Lombardi alla prima crociata. È vero che il titolo francese nasce come adattamento di quello italiano, ma si tratta di due lavori molto diversi proprio dal punto di vista drammaturgico: oltre ad alcuni numeri musicali, della trama originaria resta ben poco, giusto la presenza di europei crociati in Terrasanta, lo scontro con i musulmani, i protagonisti cristiani che ritrovano un parente reprobo ora pentito e penitente nei panni di un eremita guerrafondaio. Troppo poco per poter considerare le due opere teatralmente sovrapponibili, ma, quel che è peggio, la veste comune è comunque di per sé di scarsa qualità. Il disegnino naïf di Gerusalemme sul fondale, costumi di rara bruttezza, che talora sembrano recuperati dal set di un'imitazione a basso costo di Flash Gordon, pellegrini in accappatoio (brutta copia del monaco Zenone del ciclo di Brancaleone) a costituire la quasi totalità delle schiere crociate, tant'è che non capiremmo come possa il solo Arvino con quattro armigeri soltanto e una moltitudine di mendicanti dar battaglia contro i mori, se questi non si vedessero mollemente stesi su grandi cuscini a meditar piani bellicosi. Ostinatamente compiaciuto in plastiche pose stereotipate, il regista Stefano Mazzonis di Pralafera sembra sfidare spavaldo ogni soglia del ridicolo: quando Giselda si allontana con Oronte, ecco Arvino che osserva nell'ombra e poi si piazza al centro della scena con il viso fra le mani; quanto lo stesso condottiero lombardo esprime la sua rabbia furiosa, i soliti quattro armigeri con buffi elemetti non trovano di meglio da fare che agitare le alabarde a tempo di musica. Fossimo in Una notte all'opera dei fratelli Marx, magari potrebbe anche funzionare, ma qui non c'è nessun percepibile intento ironico o straniante: anzi, sembra che Mazzonis ci creda, si prenda terribilmente sul serio, fino ad azzardare un finale impegnato, con la conciliazione di cristiani e musulmani. Solo che, in questo contesto, tutto quel che ottiene è far sfilare nuovamente copricapi improbabili e gesti risibili (la telecamera che scova la mani al cielo e al cuore di solisti e coristi è onesta ma impietosa). E tutto naufraga sotto una risata stizzita e nervosa.

Chiudiamo, dunque, gli occhi e ascoltiamo. I lombardi sono un'opera per molti versi ancora ingenua, acerba, con qualche disordine nella drammaturgia, ma non priva di pregi e motivi d'interesse. Lo stesso libretto di Temistocle Solera, pur così colorito nelle sue velleità romantiche, non merita di esser messo così goffamente in ridicolo, tanto più che offre un'immagine della “guerra santa” non certo acritica e aproblematica, un'immagine ben sviluppata da Verdi nella violenza quasi brutale del canto dei crociati, nella forza conferita al delirio pacifista di Giselda, nel contrasto con i momenti d'amore, elegia e conciliazione.

Michele Mariotti evita di ridurre tutto il coté bellicoso a fanfare bandistiche e rutilanti fracassi, ma non ne rinnega nemmeno l'energia prorompente, quel vigore che può essere brutale ma non volgare. La violenza, peraltro, ha l'altra faccia della medaglia nel dolore, nel pianto, nella compassione che alla fine accoglie anche l'estremismo visionario di Pagano. Anche lo slancio ideale di Giselda nel finale secondo sa ombreggiarsi e farsi inquieto fuori da ogni retorica, valorizzando l'incombente immagine delle conseguenze di una politica aggressiva verso altri popoli. D'altro canto, l'esotismo delle scene nell'harem non si abbandona al puro compiacimento sonoro, ma delinea un mondo altro ma speculare rispetto a quello lombardo: entrambi feriti dal conflitto, entrambi animati da affetti sinceri e profondi che la guerra travolge. L'orchestra del Teatro Regio è strumento duttile per questa lettura che rispetta nel primo Verdi l'irruenza e l'intelligenza, che non ne prosciuga gli aromi potenti, ma nemmeno ne appiattisce le sfumature e ne soffoca le intuizioni nel turbine passionale.

Trova, così, buon gioco una vocalità d'estrazione belcantista come quella di Alex Esposito, il cui fraseggio nervoso, il cui senso torvo della parola scandita ben si presta a rendere l'inquietudine erotica di Pagano e il suo tramutarsi in fanatismo religioso fino a sublimarsi nel terzetto del battesimo e nella morte. Gli si contrappone la morbida opulenza dei mezzi di Angela Meade, che si dispiegano in una linea preziosa nelle preghiere di Giselda, ma sanno anche conferire il giusto peso, sia nel virtuosismo sia nella varietà dinamica e coloristica, all'invettiva del finale secondo e all'estatica polonaise del quarto atto. Giuseppe Gipali fa di Arvino quel che deve essere: un primo tenore a tutti gli effetti, cui spettano pagine scabrose e di grande impatto drammatico, rese a regola d'arte. L'altro primo tenore, viceversa impegnato più sul versante lirico ed elegiaco, è Francesco Meli, specialista della parte di Oronte, che tuttavia lascia trasparire un'emissione un po' più appesantita e faticosa che in passato.

Antonio Di Matteo è un possente Pirro (peccato solo che la regia non risolva, quasi enfatizzi, la sensibile differenza di stazza rispetto a Esposito), Alexandra Zabala e Lavinia Bini risolvono con trepida dolcezza le parti delle madri dei due innamorati; Joshua Sanders è il Priore di Milano e Luca Capoferri Acciano. Il coro del Regio, fra una luccicante partita a palla e una sfilata in accappatoio, canta molto bene, con sensibilità e varietà di colori.

È, in definitiva, un'edizione dell'opera verdiana che si ascolta con piacere, ben calibrata, sempre chiara e accurata nell'articolazione del testo, senza compiacimenti, facili effetti o sterili preziosismi. Val la pena di conoscerla, e conviene segnalare che è disponibile anche una versione in CD. Il DVD è consigliato soprattutto come manuale di come non si mette in scena un'opera, con l'aggravante di farsi zavorra a un ottimo potenziale musicale.