L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Ah, se tu dormi, svegliati 

 di Roberta Pedrotti

N. Vaccaj

Giulietta e Romeo

Bonilla, Lupinacci, Cortellazzi, Marrocu, Stajkic, Christian Senn

direttore Sesto Quatrini

regia Cecilia Ligorio

orchestra dell'Accademia del teatro alla Scala, Coro del Teatro Municipale di Piacenza

Martina Franca, Festival della Valle d'Itria, luglio 2018

2 DVD Dynamic, 37832, 2019

Leggi la recensione della recita in teatro: Martina Franca, Giulietta e Romeo, 31/07/2018

Nella galassia, mai abbastanza esplorata, del mondo musicale coevo alla vita e all'opera dei maggiori compositori, la carriera intermittente di Nicola Vaccaj occupa una posizione particolare, incastrata fra i momenti di massima gloria del conterraneo marchigiano Rossini - che ebbe per lui parole di stima - e l'ascesa dei nuovi astri del melodramma, illuminata da una fama di didatta ancor viva fra gli addetti ai lavori grazie al suo prezioso Metodo pratico di canto italiano da camera. Eppure, del catalogo di Vaccaj, un solo titolo balza subito alla mente anche dei meglio informati, e per fama indiretta: quel Giulietta e Romeo su libretto di Felice Romani poi riadattato per I Capuleti e i Montecchi di Bellini, opera nella quale Maria Malibran vorrà innestare proprio l'epilogo dalla partitura di Vaccaj. Si consegna così al repertorio dei mezzosoprani curiosi una bell'aria, "Ah! se tu dormi, svegliati", omologa a "Deh! tu, bell'anima" del Catanese, ma anche ai soprani l'occasione di cantare la disperazione e il suicidio finale di Giulietta con "Prendimi teco..." e "Tu t'arretri...Il ferro neghi", perlomeno in qualche incisione o raffinato concerto, dove si fa anche ascoltare una diversa intonazione dei versi del duetto "Ah! Crudel! Che mai facesti!". Dietro questo finale, senz'altro d'alta qualità, c'è, però, un'opera intera che val la pena di conoscere, così singolare ed emblematica nel suo pudore melodico serrato in numeri chiusi ben articolati, per nulla sclerotizzati nello stereotipo dell'epigono. C'è canto, c'è belcanto (anche piuttosto aspro, specie per un tenore che deve riecheggiare i fasti baritenorili rossiniani), ma con una tensione che poco concede all'abbandono, all'astrazione trascendente del dramma. Tutto sembra concentrarsi, seguire la tendenza a privilegiare i numeri d'assieme e le arie con ampi pertichini, senza soffocare l'espressione di tutte le forze in campo, anche con uno soluzioni che potrebbero sembrare dispersive, come la morte di Tebaldo nel finale primo (e, quindi, il rivale di Romeo, qui con voce di basso, toglie il disturbo già a metà dell'opera) e la presenza di Adelia, la madre di Giulietta. Ecco che qui, però, con un colpo magistrale, la direzione del Festival di Martina Franca coinvolge Paoletta Marrocu, che fa leva sulla sua esperienza e il suo carisma regalando un cameo perfino sorprendente, certo toccante, di donna imprigionata nel suo lutto, che vede cadere, per ragioni a lei estranee e contro le quali è impotente, entrambi i figli.

La componente femminile del cast è senz'altro preponderante e costituisce il punto di forza di questa ripresa dell'opera di Vaccaj. Con Marrocu, infatti si distinguono la Giulietta di Leonor Bonilla e il Romeo di Raffaella Lupinacci. Il soprano andaluso ha una di quelle voci fresche, duttili e smaltate che sembrano nate per questo repertorio; peraltro, la usa assai bene, con espressione trepida ma non sdolcinata, buona propensione dal canto di grazia, ma anche capacità di conferire a "Tu t'arretri...il ferro neghi" la debita espansione. Lupinacci ha l'onore e l'onere di scandire i versi "Se Romeo t'uccise un figlio" con il contegno che le impone Vaccaj, agli antipodi con l'accorata melodia belliniana omologa. Si conferma artista intelligente, in grado di animare la parola cantata e risultare pienamente credibile sulla scena nel suo nobile fremere di giovane innamorato, fino alla toccante scena finale. La voce, indubbiamente, s'illumina e acquista qualità man mano che la tessitura sale, ma non si inquietino i fanatici della classificazione dei registri: Raffaella Lupinacci è in tutto e per tutto un mezzosoprano, un mezzosoprano che si trova perfettamente a proprio agio nel registro acuto e può avvicinarsi a molti personaggi di definizione ambigua, come quelli concepiti per Isabella Colbran, ma senza trasformarsi in soprano, senza rinunciare a ottimi risultati come quello di questo Romeo, così incisivo in ogni pagina.

Un gradino più in basso stanno gli interpreti maschili: Leonardo Cortellazzi canta Capellio con impegno encomiabile, ma per far emergere tutta l'autorevolezza del tradizionale padre-padrone tenorile primo ottocentesco gli manca lo spolvero - anche stilistico - dello specialista, un'estensione che sia spavalda più che diligente. Christian Senn non ha molte occasioni per emergere come Lorenzo e il torvo Vasa Stajkic, fors'anche perché in debito di esperienza e confidenza con la lingua rispetto alla maggior parte dei colleghi, risulta un Tebaldo un po' troppo ruvido. Considerata anche la condizione sempre vincolante della recita all'aperto in un cortile raccolto ma ventoso, l'orchestra dell'Accademia della Scala e il coro del Municipale di Piacenza offrono una prova di affidabile professionalità, purtroppo non galvanizzata dalla bacchetta di Sesto Quatrini. Proprio sul podio sta il maggior limite di questa importante ripresa del capolavoro di Vaccaj, sia per una mancanza di nerbo e fantasia che rischia in più punti di affossare il mordente dell'opera, sia per la scelta incomprensibile di intervenire sull'edizione critica di Ilaria Narici (un nome, una garanzia) e Bruno Gandolfi sostituendo i recitativi secchi con recitativi accompagnati composti ex novo. Non è questione di poco conto, ché lo scarto emotivo fra recitativo secco, obbligato e numero musicale è parte integrante della drammaturgia musicale, che risulta così ulteriormente appiattita nella sua articolazione.

La regista Cecilia Ligorio, per vivacizzare l'azione si lascerà tentare da qualche moto di comparse di troppo, almeno all'occhio della telecamera, ma racconta con chiarezza, avvalendosi della semplice scena di Alessia Colosso, costruita intorno alla camera di Giulietta, e dei costumi in bianco e nero di Giuseppe Palella.

Oltre alle puntuali note di Danilo Prefumo, si segnala il bonus video con un'intervista a Ligorio.


 

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