L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Molto sesso, siam francesi

di Roberta Pedrotti

G. Rossini

Le comte Ory

Talbot, Fuchs, Arquez, Hubeaux, Bou, Bolleire, Devos

direttore Louis Langrée

regia Denis Podalydès

Choeur Les élements

Orchestre Des Champs-Elysées

Opéra Comique, Paris, 27 e 29 dicembre 2017

coproduzione Opéra Comique, Opéra Royal - Château de Versailles Specltacles, Opéra Royal de Wallonie.

2DVD UNITEL Cmajor 2019, 747408

Mentre la gestazione del Guillaume Tell occupa tempi abnormi – l'immane capolavoro mobilita una macchina eccezionale perfino per l'Opéra, figuriamoci per quello a cui Rossini era abituato in Italia – ecco che trova spazio la nascita di Le comte Ory. Dopo Le siège de Corinthe e Moïse et Pharaon, una commedia, genere che Rossini non toccava almeno dai tempi di Matilde di Shabran (che tecnicamente buffa non è, ma semiseria), se non della Cenerentola (giocosa di nome, larmoyante di fatto). Anche Le comte Ory è una commedia sui generis, rielaborazione di una ballata medievale cui misero le mani Eugène Scribe, Charles-Gaspard Delestre-Poirson, Adolphe Nourrit e Rossini stesso. Una partitura sofisticata pervasa da ambiguo erotismo, un enigma inafferrabile fra ombre notturne ed ebrezze orgiastiche, travestimenti e superamenti delle barriere di genere: non solo il paggio amoroso en travesti (come Cherubino prima e Octavian dopo di lui) ha modo per raddoppiare il mascheramento fingendosi fugacemente donna, ma il conte seduttore e i suoi accoliti si spacciano per suore e con veli monacali insidiano le dame del castello, senza contare che il conte stesso aveva già cantato con modi assai femminili su note prese in prestito dalla Madama Cortese del Viaggio a Reims.

Comunque si voglia guardare al Comte Ory, sarà sempre l'eros il nodo centrale da sciogliere, il modo di trattarlo sarà la chiave di lettura imprescindibile. La sfinge è, nondimeno, il rapporto di Rossini con le sue donne: l'amatissima madre scomparsa un anno e mezzo prima della prima dell'Ory, la prima moglie Isabella Colbran, con cui ha vissuto anni di simbiosi artistica, la seconda moglie Olympe Pélissier che gli salverà la vita risollevandolo dalla depressione, lo straordinario panorama femminile rappresentato dal suo corpus operistico.

Ne proporre la sua visione dell'erotismo rossiniano, Denis Podalydès, membro della Comèdie-Française, è chiaro che si diverta un mondo con la complicità di un cast tutto francofono, meravigliosamente idiomatico, nelle cui vene scorre l'opéra-comique. Tutto sembra cominciare in sordina: siamo all'incirca all'epoca della composizione, quando truppe francesi occupavano l'Algeria e, dunque, anche i riferimenti alla guerra contro “les sarrasin” vengono giustificati. In una sagrestia semiabbandonata il finto eremita ha posto la sua base, le contadine ammiccano, Ory e Raimbaud sorridono compiaciuti, tutto sembra destinato a procedere elegantemente, senza scossoni. Sembra, perché Podalydès sviluppa il gioco scenico e la costruzione dei personaggi con sottile maestria e svela man mano una prepotenza erotica quasi sconcertante, fra sete e crinoline.

Se siamo abituati a pensare a Ory come a un elemento perturbante che risveglia le brame delle donne in attesa del ritorno dei crociati, scopriamo, invece, che c'è ben poco da risvegliare. Adèle non è una fanciulla repressa ma innamorata che anela ai piaceri della vita: l'ampia gonna tocca la terra, il colletto è abbottonato fino al mento, la giovane donna è fin da subito decisa a guidare il gioco erotico, solleticata dalle imprese del Conte come dalle attenzioni di Isolier, intenzionata a sperimentare un ardito menage à trois in un terzetto incandescente. À la faveur de cette nuit obuscure non si tratta di evitare le profferte del Conte, ma, viceversa, di coinvolgere questi e il paggio in un gioco di baci e carezze incrociati. Alla fine, l'alba e il ritorno del fratello lascia un po' di disappunto nella Contessa, disinibita dominatrice dal viso angelico, con il rimpianto per il leggendario libertino fuggente (allettato ma anche un po' sconcertato dall'imprevista audacia della sua “preda”) e il fin troppo timido e romantico giovane amante che rimane a baciarle la mano con galanteria.

Basterebbe così poco a rendere triviale questa prospettiva, così come sarebbe bastato poco a Rossini per fare della vicenda boccaccesca una commedia ridanciana di bassa lega. Come il Pesarese ci regala la musica più fine e allusiva che si possa sognare, il regista gli obbedisce stuzzicando la malizia e facendoci ridere di gusto (come potrebbe essere altrimenti nel brindisi scantenato dei cavalieri in abito da suora?), ma anche sotto i baffi, arrossendo nel gioco dei caratteri e dei desideri.

Credibilissimi in scena, forti di quella disinvoltura guadagnata sul campo offenbachiano, tutti gli interpreti realizzano vero teatro musicale, cantano sempre con l'esatta intenzione, piegano la voce all'esigenza drammatica – che meraviglia certe inflessioni allusive della Comtesse Adèle – senza tradire le esigenze rossiniane. Ed è, questa, cosa notevole se si pensa che non si tratta di specialisti gallonati a Pesaro, di star del belcanto in senso stretto. La confidenza da madrelingua con la parola cantata (con tutte le R al loro posto arrotate all'italiana), lo stile leggiadro e ammiccante dell'Opéra comique, l'attitudine teatrale sono una chiave del successo che si poggia su vocalità ben affinate, pronte e duttili. Non una smorfia, non un atteggiamento che faccia pensare alla comodità del cantante prima che alla naturalezza della recitazione, nessun compromesso musicale e variazioni ben ponderate com'è giusto che sia. Anzi, a tal proposito è bene ricordare che l'edizione proposta quella approntata dal compianto Philip Gossett per Bärenreiter, che comporta qualche variante rispetto a quella Ricordi: si distinguono, per esempio, corifei che rinnovano la distribuzione a quattordici voci del concertato tratto dal Viaggio a Reims, l'epilogo è ampliato con nuove sezioni e una strofa di Ragonde. Louis Langrée dirige con garbo, puntando sullo charme dei timbri e dei profili melodici più che sull'estroversa brillantezza, senza che tuttavia ne soffrano momenti come la stretta del finale primo o l'indiavolato brindisi delle suore.

Se nel cast si segnala anche la presenza squisita dell'allora semisconosciuta Jodie Devos nella parte minima della contadina Alice, Julie Fuchs, Adèle, è il nome più noto in cartellone sicuramente un soprano fra i più interessanti della nuova generazione. Nella sua carriera oggi è forse Mozart il nume tutelare, ma alle prese con la vocalità rossiniana francese s'impone per la morbidezza d'emissione e ottime qualità che ci fanno sperare in nuovi cimenti nel repertorio di Laure Cinti Damereau (prima Adèle, ma anche Folleville, Pamyra, Anaï e Mathilde). Accanto a Fuchs, il tenore Philippe Talbot è una piacevole sorpresa: lo conoscevamo come amoroso o caratterista, tenore lirico o brillante impegnato soprattutto nell'opéra-comique, ma alle prese con il penultimo personaggio offerto da Rossini al mitico Nourrit fils (fra Néocles, Aménophis e Arnold) esce a testa alta, costruisce un personaggio accattivante e simpatico, domina la tessitura senza problemi e risolve, se non con virtuosismo abbacinante, con consapevole nonchalance i passi di coloratura. Coinvolto suo malgrado nel gioco erotico dell'amata, l'Isolier di Gaëlle Arquez non può non attirare una simpatia che la vocalità sicura, omogenea e pastosa ripaga appieno, così come si fa apprezzare e si distingue a dovere la Ragonde di Ève-Maud Hubeaux, in bilico fra decoro borghese e voglie malcelate.

Jean-Sébastien Bou è un Raimbaud scatenato, che non si risparmia scenicamente nemmeno nell'impegno dela sua grande aria, così come il Gouverneur di Patrick Bolleire ci conquista subito per l'aria da finto burbero enfatizzata dal fisico imponente e dal suo rapido, seppur graduale, cedere ai piaceri della carne e dell'alcol.

Sempre a fuoco nel loro spiritoso coinvolgimento anche coro, corifei e figuranti.

Seta, spirito e malizia: così i francesi interpretano il Rossini più francese.

 


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