L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Oltre le etichette

di Roberta Pedrotti

N. Rota

La notte di un nevrastenico / I due timidi

Calenza, Adriani, Cortese, Sapio, Osella

direttore Gabriele Bonolis

regia Cesare Scarton

Reate Festival, teatro Flavio Vespasiano di Rieti, 30 settembre/ 1 ottobre 2017

DVD Dynamic, 37830, 2019

Diffidare dalle etichette. Riccardo Bacchelli definisce il suo libretto per La notte di un nevrastenico "Dramma buffo"; Suso Cecchi d'Amico il suo per I due timidi "Commedia lirica". Detta così, ci si potrebbe aspettare un sorriso disipegnato nell'approcciarsi alle vicende dell'insonne tormentato dai rumori dei vicini di camera in albergo e dei due giovani incapaci di confessarsi il reciproco affetto: una farsa surreale e un idillio sentimentale? In realtà le cose non stanno proprio così, perché il delirio del nevrastenico che cita Dante e Shakespeare invocando il sonno ha tratti d'allucinata angoscia; la commedia di Raimondo e Mariuccia ha risvolti più che amari e non trova lieto fine. Ma, d'altra parte, non è "commedia lirica" anche La rondine pucciniana? E sappiamo bene che nemmeno le sorti di Magda e Ruggiero, quale che sia il finale prescelto fra le varie versioni, saranno molto felici. D'altro canto, anche il Nevrastenico rimanda a Puccini, a Gianni Schicchi, al suo ritmo indiavolato e ai suoi vapori sulfurei, solo che alla tenerezza di Lauretta e Rinuccio subentrano languori e furori di due amanti clandestini.

Nino Rota ricorda in effetti Puccini, non come epigono, ma come successore nel saper conficcare al momento giusto, con precisa efficacia drammatica, la melodia franca e ammaliante, ma innestata in un linguaggio armonico e ritmico moderno, aggiornatissimo, scaltro, che non trascura di accogliere l'avanguardia (certe armonie sospese, certi glissandi) né modelli popolari, specie se danzanti. Puccini, come Stravinskij, come Bernstein, come Rota: ciascuno con la propria personalità e il proprio stile, capace di sintetizzare elementi diversi, di inserirsi a pieno titolo nella contemporaneità, padroneggiando scaltro, e talora ironico, il patrimonio del passato. 

Il ritmo della farsa acceso dal Rossini veneziano ed ereditato da Gianni Schicchi enfatizza nel Nevrastenico la modernità di un soggetto che parla di ansia e frenesia, una notte claustrofobica e incalzante, in cui l'anonimo protagonista incastra - con tono solenne ed enfatico, movimentato eloquio tragico e brillante - frammenti letterari (Macbeth che uccide il sonno, Dante che cade "come l'uom cui sonno piglia") e ninne nanne materne. Attorno a lui il realismo quotidiano di un piano recitativo via via si anima di assiemi surreali, frenetici e spigolosi, eros onomatopeico, ironicamente lezioso, spudoratamente ritmato. Se si ride, è il riso nero delle nevrosi e delle ipocondrie di un personaggio di Woody Allen.

Mariuccia e Raimondo, poi, sembrano usciti dalla penna di Svevo: figurine tenere che la logica classica del romanzo avrebbe voluto infine felicemente unite e che invece, prigioniere della propria inettitudine, subiscono la vita, si trovano strette in legami che le circostanze hanno scelto per loro. Certo, la matura signora Guidotti che fraintende la coincidenza del ragazzo, frastornato per un colpo in testa, e risveglia tutta la sua frustrazione erotica e sentimentale potrebbe essere quasi grottesca, una bomba comica, ma fa anche lei tenerezza, donna sola riscaldata da un malinteso sogno d'amore che la porterà comunque all'altare con un un giovanotto troppo timido per disilluderla. Quanta maestria, allora, nei piccoli tratti con cui Rota dipinge musicalmente, con la varietà di linguaggio stilisticamente compatta che gli è propria - questo bozzetto di quartiere: il palazzo, la pensioncina Guidotti con i clienti, fra cui Raimondo, e i dipendenti, il medico, la giovane pianista Mariuccia che vive con la mamma... Nessuna maniera, ma quel realismo magico della miglior commedia all'italiana, un dramma senza dramma, un West Side Story fra buoni vicini, senza morti ma anche senza baci. 

La produzione del Reate Festival è un gioiellino realizzato con passione e mezzi minimi. La scena unica di Michele Della Cioppa da interno alberghiero si trasforma aglmente in angolo cittadino: in entrambe le opere non manca nulla nella definizione degli spazi fra realismo e sogno. Belli e ben caratterizzati i costumi di Anna Biagiotti. Pulita ed efficace la regia di Cesare Scarton, mentre Gabriele Bonolis tiene salde le redini dell'orchestra del Reate Festival e di un cast di giovani e giovanissimi. Giorgio Calenza è un allucinato Nevrastenico e un Narratore pacato; Daniele Adriani passa dal distinto Commendatore al timidissimo Raimondo con la stessa disinvoltura con cui Sabrina Cortese sa mostrarsi prima amante disinibita e sfacciata, poi Mariuccia dolce e remissiva. Antonio Sapio non è meno audace quale amante che ardente ma distinto quale Dottor Sinisgalli (colui che sposerà Mariuccia incapace di disilluderlo da una fraintesa confidenza). Nel Nevrastenico Carlo Feola è l'avido portiere, nei Due timidi Mariangela De Vita disegna con abilità l'apprensione un po' oppressiva della madre di Mariuccia, mentre Chiara Osella strappa un meritato applauso a scena aperta con l'accorato assolo della signora Guidotti. Maria Rita Combattelli, Lucia Filaci, Siri Kval Ødegård, Vincenzo Carni, Giacomo Nanni completano la folta schiera di condomini e camerieri. 

Tanto entusiasmo, tanta freschezza nella realizzazione, tanta profondità nei testi. Diffidate dalle etichette, anche quella che vuole Rota solo come trasognato creatore di suoni per Fellini e Visconti. Il suo contributo al cinema fu così grande, perché così grande era, anche nelle cose apparentemente piccole e delicate, il musicista e il drammaturgo musicale.

 


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