L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Morire per un'idea

di Roberta Pedrotti

F. Poulenc

Dialogues des Carmélites

Schellenberger, Silja, Dever, Aikin

direttore Riccardo Muti

regia di Robert Carsen

orchestra e coro del Teatro alla Scala

Teatro degli Arcimboldi di Milano, Stagione lirica del Teatro alla Scala 2004

DVD Arthaus Musik Rai Trade Teatro alla Scala 109204, 2016

Il cofanetto accanto al computer è una ristampa del 2016 in agile cartoncino, sulla copertina la scritta "Legendary performances". Sì, l'aggettivo pomposo non è usato a sproposito per questi Dialogues des Carmélites, uno dei momenti più alti della direzione scaligera di Riccardo Muti, in cui il maestro affronta un grande classico del Novecento, un capolavoro che proprio al Piermarini aveva visto la luce, uscendo dal repertorio in cui a teatro è stato senz'altro più consueto ascoltarlo, in cui incontra un regista fra i più grandi della sua generazione, quel Robert Carsen che qui firma uno spettacolo di genio, destinato a restare una pietra miliare nell'interpretazione di quest'opera.

Quella di Blanche de la Force, la cui vocazione si mescola al timore del mondo che la spinge a rifugiarsi nel Carmelo, della giovane e più spensierata Soeur Constance, della priora Madame de Croissy che muore nell'angoscia del dubbio d'una crisi di fede e di Madame Lidoine che le succede con fermezza di fronte alle avversità della storia, delle carmelitane tutte condannate alla ghigliottina per non aver voluto rinunciare ai loro voti è una vicenda che Poulenc carica di metafore e piani di lettura. Cattolico devoto, omosessuale, membro della Resistenza francese durante la seconda guerra mondiale, il compositore ritrae un'umanità variegata ma unita nella determinazione a seguire i propri ideali anche di fronte alla morte, ritrae le fragilità, i dubbi, l'angoscia della precarietà, il rapporto con il mondo e il mistero dell'esistenza, la ricerca di sicurezze, di un'identità, di uno scopo cui votarsi. Il microcosmo delle carmelitane travolte dalla Rivoluzione possiede un'intima delicatezza e un'altezza tragica che rasenta l'assoluto. Nel leggerla, il mondo in cui Riccardo Muti penetra la scrittura di Poulenc è perfino impressionante: forte dell'esperienza verdiana plasma la varietà degli affetti cogliendo una tinta peculiare che sembra dar corpo sonoro ai giochi d'ombre e luci che filtrano nel rigore del chiostro, sembra trovare vita e calore nel bianco e nel nero delle festi monacali, del degradare dei grigi delle mura claustrali; forte della frequentazioni della tarda tragédie liryque, sbalza la nobiltà e la finezza retorica del recitar cantando di Poulenc, è solenne, ispirato, austero, ma anche teatrale e capace di plastico lirismo. Una concertazione magistrale per senso drammatico e pathos, per articolazione di dinamica e preziosi impasti timbrici (eccellenti, ça va sans dire, i complessi della Scala). 

Dello spettacolo di Carsen (proveniente da Amsterdam e felicemente adottato dalla Scala) si può solo dire che chi ancora non l'abbia visto dovrà colmare al più presto la lacuna. Dalla massa che nella scena iniziale delinea gli spazi del palazzo dei de la Force, restituendo con classe impagabile l'assedio della Rivoluzione montante e l'angoscia agorafobica di Blanche, al finale in cui le suore cadono sul palco vuoto, abbattute da una ghigliottina invisibile, la capacità di sintesi poetica e di incisività teatrale del regista canadese si esprime nella sua forma più alta. In quest'arco - se la scena del Salve Regina conclusivo è giustamente rimasta celeberrima - piace ricordare la delicatezza simbolica con cui il corpo esanime di Madame de Coissy, vegliato nella cappella all'inizio del secondo atto, si rivela essere, sotto il sudario, composto da fiori di campo. L'unica macchia di colore in tutto il Carmelo, un bagliore di speranza che unisce morte e rinascita, la terribile profezia della priora agonizzante e la fede incrollabile anche nel martirio: un'idea in cui credere, un'idea per cui morire, i fiori che sbocciano su una tomba. Torna alla mente Violetta (quando canta "sarò là fra quei fior" può indicare il giardino ad Alfredo, ma in realtà si riferisce al cimitero), torna alla mente il "fiore del partigiano morto per la libertà", tornano in mente i "mille papaveri rossi". Viene in mente la delicatezza di Blanche, piccolo fiore protetto dal chiostro e spezzato dalla vita. 

Con la guida congiunta di Muti e Carsen, così attenti al dettaglio e all'essenza, il cast offre una prova corale particolarmente ispirata. Anja Silja ha il carisma magnetico, la potenza profetica e delirante che Madame de Croissy esige, ben bilanciata dalla concretezza autorevole di Gwynne Geyer come Madame Lidoine e dalla ferma determinazione di Barbara Dever come Mère Marie de l'Incarnation. Dagmar Schellenberger  segue il tortuoso cammino della fragile Blanche con una delicatezza inquieta che si trasforma in forza d'animo, così come il canto luminoso di Laura Aikin rende ancora più vibrante il suo amore per la vita e il suo percorso verso il martirio. 

Chi non conoscesse questo spettacolo non potrà perdersi questo capitolo della storia del teatro musicale, chi non conoscesse nemmeno i Dialogues potrà felicemente colmare la lacuna con un'edizione di riferimento.

 


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