Sperduti e narcotizzati

di Roberta Pedrotti

F. Cavalli

Il Giasone

Sabadus, Hammaström, Gimenez, White, Visse

Cappella mediterranea

direttore Leonardo Garcia Alarcon

regia Serena Sinigaglia

Grand Théâtre de Genève, febbraio 2017

DVD Alpha Classics ALPHA 718, 2018

Quando il melodramma esce dalle corti e si getta nell'insidiosa mischia del mercato dei teatri pubblici, sono opere come Il Giasone a decretarne la fortuna, a conquistare le platee, affermare la vitalità e l'attrattiva del nuovo genere. Magia, mistero, stupore, comicità, seduzione, sesso, dramma: ingredienti che il librettista Cicognini e il compositore Cavalli sanno combinare fra contrasti, associazioni intriganti, sapienti invenzioni, senza che nulla risulti indigesto e mal amalgamato. La sfida, semmai, è far sì che questo teatro musicale pronto a partire alla conquista del pubblico di (quasi) quattrocento anni fa riesca nell'obbiettivo anche per la sensibilità e le abitudini di uomini e donne del XXI secolo. Sfida non semplice, data la composita materia, ma non impossibile e anzi affascinante, data la qualità della stessa materia. 

Sfida che, però, in questo caso, fallisce miseramente. Cos'è l'opera se non è teatro? E cos'è l'opera barocca, la frenetica, vulcanica opera veneziana se non è teatro, se non fa gustare le spezie della parola scenica? Sotto la guida di Leonardo Garcia Alarcon si anestesizza, invece, il fraseggio mobile di Cavalli, quel maturo recitar cantando, quell'ispirazione melodica così incisiva che sono punti di forza di una partitura al suo tempo popolarissima ("Delizie, contenti" di Giasone e "Dell'antro magico" di Medea sono fra le più antiche arie ad acquisire una qualche celebrità fuori dai confini specialistici). Qui, viceversa, la concertazione incede impermeabile all senso, al metro, all'accento, al respiro del testo, impermeabile cioè a tutti gli elementi che in realtà darebbero forma e struttura al discorso musicale. La musica di Cavalli, a saperla fare, è tutto men che noiosa: d'altra parte, è fatta per convincere il pubblico a pagare il biglietto, per imporsi sul mercato. Ad ascoltarla nelle mani di Alancon, così ingrigita, sbiadita e uniforme, c'è invece da immaginare che i veneziani prima - i napoletani e i cittadini d'altri lidi poi - avrebbero facilmente investito tempo e denari in altri passatempi. Parimenti, lo spettacolo di Serena Sinigaglia non decolla mai, non colpisce con una chiave di lettura, non evidenzia i caratteri -prepotenti nel comico come nel tragico - dei personaggi, si limita, forse si diverte, a far sfilare i personaggi in costumi eclettici: Giove scimmiotta paramenti secenteschi, Amore è avvolto in forme nude di putto cicciuto in gommapiuma, Medea ha suggestioni persiane un tantino penitenziali, Giasone somiglia a corto maltese, Isifile e Alinda son suffragette o esploratrici, e via così.

Nel cast, vincono i veterani, che per lo meno riescono a far valere personalità ed esperienza, anche se il glorioso sir Willard White (Giove/Oreste) sembra, seppur distinto e intelligente, inevitabilmente capitato lì un po' per caso. Raul Gimenez (Egeo) ha dalla sua una maggior frequentazione del repertorio buffo in italiano ed è forse quello che padroneggia meglio il testo, ma nemmeno lui riesce a essere del tutto persuasivo. Dominque Visse (Delfa/ Eolo) è sempre vivacissimo, per di più nel suo terreno d'elezione, ma la macchietta della vecchia, per quanto sia la sua specialità, comincia davvero a diventar troppo caricata e stucchevole, frusta parodia di vizietti e piume di struzzo.

Il resto del cast si disimpegna come può. Nessuno è madrelingua o pare comunque in grado di emergere autonomamente senza incappare nelle maglie di una concertazione anodina e di una messa in scena senza ritmo. Ad ogni modo, le voci paiono non indegne di maggior fortuna altrimenti sollecitate, soprattutto sul versante femminile (Kristina Hammaström Medea, Kristina Mkhitaryan Isifile/Sole, Mariana Flores Alinda, Mary Feminear), ma senza demeriti fra voci gravi e tenorili (Günes Gürle Besso, Alexander Milev Ercole, Migran Agadzhanyan Demo e Volano). Anzi, in un cast davvero cosmopolita l'impegno per una pronuncia chiara dell'italiano secentesco è davvero encomiabile, ma purtroppo porta lontano se non trova, più ancora del fonema esatto, il nitore dell'accento, la giusta intenzione, il ritmo e lo spirito teatrale del testo poetico e musicale. Il più debole risulta, comunque, proprio il personaggio eponimo incarnato dal controtenore Valer Sabadus: indubbiamente il Giasone delle Argonautiche da cui è liberamente tratto il libretto è uno degli eroi meno eroici che le epopee ricordino, ma ciò non giustifica comunque una lettura tanto esangue, incolore, una vocalità così esile e filiforme. Giasone sarà anche l'antieroe per eccellenza (nel poema di Apollonio Rodio l'unica impresa effettiva che compie è assalire nella notte per sbaglio un popolo che poche ore prima l'aveva accolto con festosa ospitalità!), ma è un seduttore, è controverso, è un fulcro dell'azione, la sua debolezza diviene motore di intrighi... non sminuisce la sua importanza nell'economia musicale e drammatica maggior confidenza con le battaglie fra le lenzuola rispetto a quelle spada in pugno. Invece, già la splendida e celebre sortita, la sensualissima "Delizie, contenti" si spegne senza lasciar segno.

Per una casa discografica come la Alpha, anche l'impianto editoriale è deludente: deludente sul piano pratico soprattutto l'assenza di una suddivisione accorta delle tracce e di una lista dettagliata (abbiamo i tre atti, senza rispettive durate, e basta), deludente anche sul piano intellettuale l'assenza dei sottotitoli in italiano, vale a dire del testo effettivamente cantato, che può essere consultato solo in traduzione inglese, francese o tedesca. Così, se non saranno moltissime e irresistibili le attrattive per il cultore del barocco, ancor meno risultano essere le motivazioni all'approccio per il curioso meno esperto. Peccato, Il Giasone è un capolavoro, ma lo si potrà cercare altrove.