L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Giovanna, a beautiful mind

di Roberta Pedrotti

Giuseppe Verdi

Giovanna d'Arco

Vassileva, Bowers, Bruson

direttore Bruno Bartoletti

regia Gabriele Lavia

Parma, Teatro Regio, ottobre 2008

DVD Unitel Classic 721208, collana TUTTO VERDI, 2012

C'è chi dice che Giovanna d'Arco sia un'opera brutta. Niente affatto. È un'opera difficile, più complessa di quanto magari molti non sono ancora disposti ad ammettere per il Verdi più giovane. Ma proprio uno dei passi più vituperati dalle vestali del buon gusto rivela la genialità di questa partitura: è alquanto sciocco, infatti, affermare che i cori di spiriti malvagi e di spiriti eletti siano di scarso valore musicale, quando invece rappresentano con straordinario acume le visioni e i tormenti di una pastorella analfabeta appena adolescente. Queste sono le voci che affollano la mente di Giovanna, che la ispirano, la torturano, la tentano: sono una proiezione di un animo straordinario ma non sereno, non equilibrato, che crea inconsciamente queste presenza e dà loro le intonazioni che può conoscere, quelle di un volgare ballo popolare suonato dagli organetti nelle fiere per il peccato e i piaceri terreni, quello di un canto chiesastico per gli angeli.

L'opera va in in scena settantacinque anni prima della santificazione della Pulzella d'Orléans e in essa, sien grazie ai Numi, non v'è traccia d'agiografia. Anzi, fin dalla prima scena ben si connota un ambiente di superstizioni e pregiudizi popolari che avrà il suo campione in Giacomo, religioso intransigente, ben convinto di salvar l'anima della figlia consegnandola al nemico e a una morte certa (e purificatrice) sul rogo. La stessa Giovanna è condizionata dal mondo che la circonda, dall'educazione paterna, e il solo aver pensato per un momento di poter nutrire un innocente sentimento d'amore per un uomo la colpevolizza al punto da non saper rispondere all'accusa di non essere “pura e vergine”. Non stupisce che Giovanna, in cui si riconoscono sintomi di forme schizofreniche ( visioni, distorsioni della realtà, intelligenza e carisma, violenza sublimata nello slancio guerriero), abbia vestito d'eroica esaltazione patriottica e religiosa i fantasmi della sua mente. Colpisce piuttosto come Verdi, in tempi in cui i disturbi psichici erano sbrigativamente riassunti fra alienazioni e isterismi da nascondere e rinchiudere, abbia restituito con tanto acume l'ambiguità e il fascino modernissimo della fragile, ribelle ed eroica Pulzella. La stessa vocalità è almeno bifronte, fra elegia, belcanto drammatico, declamazione e slancio lirico: se per certi ruoli si suol dire che occorrerebbe un cantante diverso a ogni atto, per Giovanna, seguendo questo paradosso, potrebbe non bastarne una per ogni scena.

Svetla Vassileva non è un soprano onnipotente, per quanto abbia frequentato i ruoli più diversi, ma possiede sufficiente professionale versatilità per rispondere alle esigenze belcantistiche della parte, come per sbalzare i momenti più intensi. Non sarà perentoria, paradisiaca o impeccabile in ogni pagina, ma è sempre coerente, vibrante nell'espressione, interprete ed attrice notevolissima, capace di farci percepire l'eroina e la pastorella, la fragilità e l'impeto dell'adolescente, il tormento e l'estasi di una psiche diversa, di un'intelligenza ribelle anche alle leggi della realtà, ma afflitta dall'oppressione del pregiudizio e di una religiosità distorta e superstiziosa. Guardandola e ascoltandola riconosciamo Giovanna, e ne rimaniamo conquistati.

Merito anche di Bruno Bartoletti, che dirigendo l'edizione critica (in cui si ripristina anche la versione originale dell'interrogatorio inquisitore del padre, con i riferimenti a Maria e alla verginità) offre una delle sue letture verdiane migliori degli ultimi anni di carriera. Il dramma è serrato, ma non garibaldino, è cupo e implacabile, eppur sensibile a tradurre in fraseggio, colori e dinamiche i proteiformi sensi dell'eroina eponima. L'orchestra e il coro lo assecondano al meglio.

A coronare quella che per valore interpretativo e filologico è stata indubbiamente una delle migliori produzioni del Festival Verdi autunnale, e una delle più riuscite in assoluto della travagliata gestione Meli, è la messa in scena di Gabriele Lavia, con scene di Alessandro Camera, costumi di Andrea Viotti e luci di Andrea Borelli. Anche per il regista si tratta di uno dei migliori spettacoli cui abbiamo assistito, il migliore in assoluto se si parla di Verdi: il lavoro sugli attori è eccellente, superlativa la definizione del personaggio di Giovanna, la cui psicologia che non è mai vista nell'ottica d'una semplice demenza, ma è resa con una statura tragica e una sensibilità umana che ne lasciano percepire tutta la grandezza d'animo anche nella fragilità. Giusto ed efficace anche la caratterizzazione visiva inquietante e popolare al tempo stesso dei demoni e degli angeli, così come la rappresentazione rigida e opprimente della corte, con re Carlo che appare avviluppato da un manto troppo ampio e pesante. Il quadro storico della Guerra dei Cent'anni, poi, è ricostruito con cura e gusto, senza inutili pacchianerie; il riferimento al Risorgimento, con alcuni pannelli dipinti ben utilizzati, è garbato, non retorico, perché profondo e non retorico è il messaggio racchiuso in questo libretto, sia in versi come “Fia sacro il dì che un popolo | dal fango si levò” sia per lo slancio di fiera ribellione, per il tratto totalmente sovversivo di Giovanna legato a doppio filo con la devozione mariana (oggetto di significative censure al tempo). L'eleganza e la pregnanza dell'allestimento sono restituite con grande efficacia dalla regia video incisiva e suggestiva di Tiziano Mancini, autentico valore aggiunto del DVD.

Non è all'altezza della situazione il tenore Evan Bowers, canto ingolato, dizione incomprensibile e presenza impacciata, ed è un peccato perché questa figura di sovrano fragile, sentimentale e oppresso dal peso della corona meriterebbe altro approfondimento. Non è all'altezza nemmeno Renato Bruson, e dispiace perché il carattere, la presenza, l'accento sarebbero perfetti per Giacomo d'Arco, ma nel 2008 aveva già 74 anni e il declino cominciava a farsi sentire sempre più pesantemente: qualche frase ancora nobile e suggestiva non fa dimenticare, purtroppo, i troppi suoni oscillanti, i troppo sbandamenti d'intonazione. Tuttavia, in un'opera come questa, quando la primadonna, il direttore e il regista lavorano così bene, con concorde intelligenza, si offre un sostegno e un rimedio anche alle eventuali debolezze di altri interpreti, i difetti si smussano e si sfumano.

In questa Giovanna d'Arco avviene ciò che auspicheremmo in ogni produzione del Festival verdiano come di ogni altra manifestazione che si prefigga di approfondire e restituire lo stile e il linguaggio di un autore, di un genere o di un'epoca. Non ci si abbandona, cioè, al mero edonismo di grandi voci, ma si lavora di concerto sul testo, sull'Autore, sulla musica e sul teatro; si ricerca e si interpreta. Non alla ricerca a tutti i costi della prova memorabile – sempre auspicata – ma di una lettura che semini una riflessione sull'opera, che dia l'impronta di un percorso personale e condiviso degli artefici dello spettacolo. Se si pensa che oggi i cantanti migliori sono sovente anche i più preparati e i più intelligenti, non possiamo non augurarci che questa sia la traccia del lavoro futuro sia a Parma sia altrove.


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