L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Prêtre Ritorna vincitor(e) alla Scala

 di Pietro Gandetto

Il quasi novantaduenne direttore francese ritorna sul podio della Scala, consacrando la propria pluristellata carriera con un’estusiasmante direzione di alcune delle più note pagine di Beethoven, Verdi, Offenbach e Ravel.

MILANO 22 febbraio 2016 - Georges Prêtre ritorna vincitor(e) al Piermarini, che non lo vedeva dal lontano (si fa per dire) 2011 e lo osanna con un hommage riservato ai grandi, a quei padri fondatori della patria musicale contemporanea che hanno segnato le tappe più importanti dell’evoluzione musicale del ‘900.

Dopo qualche minuto di attesa, che quasi sapeva di infausto presagio (“starà male”, “è successo qualocosa”, si mormora in platea), si fa largo tra i professori della Filarmonica l’esile e “stanca” figura del Maestro. A stento cammina, ma inonda con la sua aurea emozionale il pubblico, che si alza in piedi e gli tributa la prima standing ovation di circa tre minuti, ancor prima dell’inizio del concerto. La voce di una nota e matura presenza del Loggione scaligero accoglie Prêtre con un “Bentornato Maestro” e quest’ultimo ricambia il messaggio mandando un bacio.

Ascoltando Prêtre si capisce perché i maghi e i direttori d’orchestra abbiano in comune l’uso della bacchetta. Un semplice bastonicino di legno esile e sottile, come l’anziano Maestro, ma così rappresentativo dell’ufficio e del potere di chi la detiene. Secondo Freud, un simbolo fisico di dominazione. In ogni caso, qui emblema della forza espressiva e dell’autorevolezza del quasi centenario Maestro. Secondo Bernstein: “se il direttore usa una bacchetta, essa deve essere una cosa vivente, caricata di una specie di elettricità. Se non usa una bacchetta, le sue mani devono fare lo stesso lavoro con uguale chiarezza. Ma bacchetta o non bacchetta, i gesti devono essere sempre significativi dal punto di vista della musica". Sembra che Prêtre l’abbia preso alla lettera.

Commovente il contrasto tra la fragilità di un corpo traballante e la potenza esplosiva di un gesto che il passare tempo, pur visibile in volto, non ha invero scalfito. Gli attacchi, accompagnati da un’armonica inflessione del corpo, sono puliti ed essenziali, accennati, ma eloquenti. Come un artigiano che plasma con le mani un vaso di terracotta, così Prêtre sfiora i suoni, che assumono forma plastiche, sinuose e fluide; con un leggero movimento, il direttore li modella, li raccoglie, li sostiene e infine li racchiude.

Il concerto si apre con l’ouverture di Beethoven per l’Egmont di Goethe, prosegue con l’ouverture della Forza del destino di Verdi, la Barcarole dei Contes d’Hoffmann di Offenbach in versione orchestrale e, infine, il Bolero di Ravel (seconda standing ovation).

Al centro di questro programma, il Concerto per pianoforte e orchestra in do minore op. 37 di Beethoveen e la Paraphrase di Rigoletto di Liszt, eseguite da Rudolf Buchbinder nella doppia veste di direttore e pianista. Pur nell’ineccepibile virtuosismo del raffinatissimo pianista austriaco (uno dei più grandi interpreti del nostro tempo) e nella precisione metronomica di trilli, abbellimenti, scale, arpeggi e agilità, la lettura che Buchbinder dà di Beethoven è a tratti molto, forse troppo, mozartiana ed esile per volume e intensità di suono. Equilibrio, misura e precisione sono i Leitmotive di questa esecuzione, certamente condivisibile sotto il profilo stilistico e musicologico, considerando che il Concerto in do minore ancora sconta il forte influsso dello stile e dell’orchestrazione mozartiana. Tuttavia, meno incisiva nella resa di una musica che va anche contestualizzata in concreto con le caratteristiche degli strumenti oggi disponibili e con il luogo dell’esecuzione.

Tornando a Prêtre, dopo l’estasi lirica di Egmont, ricco di frasi di ampio respiro melodico, lo struggente tema della Forza del destino avvolge il pubblico in una bolla emozionale, anche grazie alle sonorità della Filarmonica, nel cui DNA scorre l’essenza stessa delle tinte verdiane. Ascoltando l’ouverture v’è da chiedersi quanto grande sarebbe stato un Prêtre tanto “verdiano” quanto “francese”, come in effetti è stato. Sicuramente immenso.

La nostalgica e ammaliante Barcarole viene eseguita con una delicatezza estrema e, grazie al pregevole legato della sezione degli archi, chiudendo gli occhi sembrava di essere cullati dal dondolio di una gondola veneziana in una tiepida notte di marzo.

La seconda standing ovation arriva con un Bolero da mille e una notte, di cui il Maestro ripropone l’ipnotico incedere del tema principale con un fascino e un'allure che sembra provenire da mondi lunari. Prêtre dirige seduto, per poi alzarsi in piedi sulle battute finali, a significare che l’energia di questa musica non conosce limiti e non soggiace al passare del tempo.

La terza standing ovation arriva sul finale, e dopo applausi straripanti e lanci di fiori sul palco, il Maestro porta in dote come bis il Can-Can da Orphée aux Enfers di Offenbach. Inutile dirlo, ancora applausi incondizionati e urla dal pubblico anche per il pregevole contributo dei professori dell’orchestra. Prêtre  si allontana, sfinito, ma non abbastanza per ricambiare l’affetto ricevuto inviando baci e saluti ricchi di commozione.


 

 

 
 
 

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