L’ape musicale

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‘Mahlerberg’, sinfonia inedita

 di Alberto Ponti

Con lo spirito del kapellmeister (di qualità), Hartmut Haenchen accosta e unisce l'opera di due viennesi inquieti.

Che Alban Berg (1885-1935) fosse un grande ammiratore di Gustav Mahler (1860-1911) è fatto risaputo, tanto che è famosa la definizione "l’unica Sesta" che egli diede dopo aver assistito alla prima esecuzione della sesta sinfonia del collega più anziano. Che un giorno, tuttavia, i suoi tre pezzi per orchestra op. 6 (1913/15) fossero eseguiti di seguito all’adagio della Decima Sinfonia (1910) dell’ammirato maestro a creare un’unica composizione in quattro tempi, quasi fosse l’opera di un immaginario Mahlerberg, il geniale allievo di Schoenberg non avrebbe potuto prevederlo.

Questa è stata l’assai originale scelta del direttore tedesco Hartmut Haenchen che il pubblico torinese ha ascoltato alla testa dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai giovedì 10 e venerdì 11 marzo.

L’adagio, movimento iniziale e unico compiuto della Decima Sinfonia che Mahler non riuscì a terminare nella restante parte (con buona pace delle suggestive ricostruzioni musicologiche) ha di per sé le caratteristiche delle cose estreme, come certi passi del Quartetto op. 135 di Beethoven o della Sonata D 960 di Schubert: l’artista, conscio della propria fine imminente, contempla il mondo nel distacco vertiginoso di un canto che è già al di là delle passioni terrene. La lussureggiante orchestra mahleriana si riduce a filamenti di suono essenziali, come nel recitativo di apertura delle viole sole, su cui si innestano due temi di scarna incisività che innervano con il loro contrasto l’intero movimento, prima del riapprodo al siderale silenzio iniziale. Ed è questa negazione del gesto tardoromantico il trait d’union con i successivi tra brani di Berg, nel più puro stile atonale, con fantasmi di melodie che echeggiano, soprattutto nell’articolata Marcia conclusiva, in funzione ora di atroce sarcasmo ora di rimpianto impossibile per un passato che non tornerà.

Il merito di Haenchen consiste nel non fare nulla per appianare il contrasto tra le composizioni, che esiste ed è inutile negare (come sarebbe inutile negare quello tra un Lohengrin e un Parsifal). Ma, proprio in virtù di tale contrasto, il lavoro berghiano appare come diretta filiazione ed evoluzione da Mahler, a partire dall’accostamento di cellule musicali eterogenee fino all’architettura dei movimenti, con una salita progressiva verso un climax emotivo seguito dal diradarsi della materia sonora. Il direttore trae dalla grande orchestra (e un plauso particolare merita la compagine della Rai per l’esecuzione di pagine che sono tra le più ardue di tutta la letteratura sinfonica) un suono asciutto e preciso, nei momenti più enfatici come negli interventi solistici, che si sfaccetta in un caleidoscopio di timbri sempre cangianti, derivazione della klangfarbenmelodie di Schoenberg, ricomposti con rigore analitico.

Dopo l’intervallo è stata interpretata, sempre di Gustav Mahler, la prima sinfonia in re maggiore Il Titano (1888), che prende soltanto a pretesto il titolo del romanzo di Jean Paul. Ampio affresco sinfonico, esuberante e giovanile, chiazzato qua e là di struggenti inquietudini, ma nel quale il ventottenne musicista rivela già il suo straordinario talento, dal magistrale trattamento di ogni strumento alla perfetta costruzione formale di tutta l’opera fondata sull’intervallo di quarta discendente.

La direzione di Haenchen è sapida e spedita, tralascia alcune prelibatezze di scrittura nella celebre marcia funebre e si concentra sull’effetto globale, facendo alzare in piedi tutti gli ottoni nel trionfale corale conclusivo e trascinando a una convinta ovazione un pubblico che nella prima parte del concerto, complice la sconvolgente modernità del programma, era rimasto un po’ trattenuto.


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