L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Leipzig Gewandhaus

Addio a distanza

 di Anna Costalonga

Riccardo Chailly cancella il previsto concerto d'addio alla Gewndhaus dopo undici anni di collaborazione. Gli subentra all'ultimo momento il suo successore Andris Nelsons.

LIPSIA, 17 giugno 2016 - Il concerto di questo fine settimana, e in particolar modo la replica di domenica, sarebbe dovuto essere l'ultimo di Riccardo Chailly dopo undici anni di intensa collaborazione a guida dell’orchestra della Gewandhaus. Invece come è noto, il maestro all’ultimo momento ha cancellato l’addio alla città di Lipsia, ersatzlos, senza la possibilità di date ulteriori. Andris Nelsons ha accettato di sostituire, quindi, il vecchio Kapellmeister, nonostante fosse già impegnato a Bayreuth con le prove del Parsifal, salvando così almeno i concerti previsti dall’abbonamento. C’è da dire che il forfait era già nell’aria: già Chailly aveva cancellato tutte le date fino a giugno, oltre ad avere cambiato il programma, da Bach a Mahler.

Abbiamo, dunque, ascoltato la terza sinfonia di Mahler diretta dal nuovo Kapellmeister, Andris Nelsons, per salutare il vecchio Kapellmeister assente, Riccardo Chailly.

Una situazione sconveniente, che in qualche maniera si è cercato di addolcire distribuendo all’interno del programma di sala un messaggio all’orchestra della Gewandhaus a firma di Riccardo Chailly, datato 16 giugno, dove si legge fra le altre cose: ”mi danno orgoglio, guardando indietro, i grandi progetti che abbiamo realizzato, in casa, nel circuito internazionale e mediatico [...] Grandi progetti, grandi ricordi, grandi emozioni [...]”. Insomma, Chailly non è stato presente in carne e ossa, forse, ma in spirito, almeno un poco.

Andris Nelsons insieme alla Gewandhaus sono riusciti comunque, pur con il limitatissimo tempo a disposizione per le prove, a render giustizia a questo ultimo concerto della stagione.

Incipit subito robusto, come d’altronde da indicazione: Kräftig. Robusto, tagliente, certamente di forza, intervallato o interrotto da momenti più aerei.

Qui Nelsons spinge l’orchestra ad ampliare il volume, ad accenti quasi violenti. Il tema iniziale degli ottoni è stato eseguito in maniera tagliente e accentuandone il tono sinistro, per poi spandersi in una levità notevole, nel tema accennato del violino solo - molto buona la prova del Konzertmeister Frank-Michael Erben.

È notevole cosa Nelsons sia riuscito a trarre da una sinfonia cosi impegnativa nel poco tempo a disposizione: ha cercato la veemenza dagli orchestrali e, a giudicare dalla gestualità più marcata del solito, sembrava quasi volerli spingere sempre di più in termini di volume e di potenza.

Poi, nella seconda parte, il carattere giocoso, danzante, quasi burlesco è stato ben espresso dalla compagine lipsiense, sempre mantenendo la caratteristica forza sonora. L'attenzione del pubblico è stata mantenuta viva, con intatta tensione, per tutta la durata di quest'opera così lunga e impegnativa proprio in virtù di questa veemenza e drammaticità.

Una drammaticità che ha, poi, messo in risalto gli aspetti più “teatrali” e onirici della musica mahleriana: in particolare l'assolo del flicorno dietro le quinte, in un punto imprecisato dietro al pubblico, con il suo tema popolare è stato particolarmente apprezzata per la levità dell’esecuzione.

Nel quarto movimento, Sehr langsam. Misterioso, è entrato in scena il mezzosoprano Sarah Connelly, con un attacco di “O Mensch” da brivido per la bella omogeneità tra il timbro della voce e il suono orchestrale. Spesso ospite della Gewandhaus, la Connelly ha ribadito con le virtù di cantante le grandi doti d'interprete. Non si appaga di un'indubbia qualità timbrica, ma cerca una sua personale lettura, nel fraseggio e nell'articolazione attenta e sensibile, senza per questo cedere alla facilità di ben rodati e banalizzanti atteggiamenti espressivi.

Purtroppo, con un volume orchestrale come quello che è ormai di prassi per Mahler, è difficile che la voce solista, per quanto voluminosa ed espressiva, esca davvero vittoriosa. È quello che, purtroppo, è successo venerdì alla Connelly, in più occasioni sopraffatta dagli strumenti.

Quindi,dopo il rutilante magma iniziale, dopo il caos di clangori primigenii e ricordi, sogni e incubi affioranti da lontano, finalmente, l’adagio riconciliatore: un vero sollievo dopo tanta violenza sonora, benché straziante in sommo grado, l'Adagio finale della sinfonia, intitolato originalmente da Mahler come “Quello che racconta l’Amore”, Langsam, ruhevoll, empfunden: Lento, pieno di pace, sentito.

Qui Andris Nelsons e la Gewandhaus hanno dato il meglio, con un suono a tratti anche sorprendente per la sua densità levigatain cui la tensione non viene mai meno.

Come nel caso della Nona sinfonia di Mahler diretta con la Boston Symphony agli inizi di maggio [leggi la recensione], c’è stato un eloquente e impressionato silenzio, mentre Nelsons restava con entrambe le braccia alzate, allo spegnersi delle ultime note, prima dell’applauso e della standing ovation del pubblico.

Una serata e un’interpretazione della Terza mahleriana senz’altro da ricordare.


 

 

 
 
 

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