L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il flagello disarmato

 di Roberta Pedrotti

Nella prima recita interpretata da Riccardo Zanellato, Gezim Myshketa, Stefanna Kybalova e Giuseppe Gipali, Attila s'impone musicalmente grazie alla concertazione di Michele Mariotti, matura, incisiva e intelligente. Non all'altezza della situazione la messa in scena firmata per la regia da Daniele Abbado.

Leggi la recensione del cast della prima

BOLOGNA, 24 gennaio 2016 - Dopo una prima di gala trasmessa in diretta radio e diretta differita tv, già replicata a distanza di poche ore, la stagione del Comunale di Bologna si apre in grande stile. Non tanto per la mondanità stipatasi il 23 gennaio attorno alla sala del Bibiena, quanto per la bellezza dell'opera scelta per l'inaugurazione, Attila, capolavoro del Verdi giovanile, che di galera aveva solo i ritmi di lavoro e di poco raffinato solo certa tradizione esecutiva che sottostimava una produzione già parte del percorso di un genio, non semplice brodo primordiale da cui poi, sarebbero scaturiti altri frutti.

Per far emergere le qualità di quest'opera, di queste opere, è più che mai necessaria la forza, la convinzione e la collaborazione degli artefici principali sonori e visuali, il direttore e il regista. Non sempre ciò avviene, ma non sempre la discrepanza di risultati singoli mina l'esito complessivo. Lo vediamo anche in questo caso, in cui concertazione e messa in scena non stridono, non collidono né si respingono. Convivono pacificamente, ma collocandosi l'una agli antipodi dell'altra per efficacia, articolazione, rifinitura e qualità.

Da un lato abbiamo una delle letture più riuscite di Michele Mariotti, alla sua seconda inaugurazione bolognese come direttore musicale, terza nel segno di Verdi. Molte buone idee si facevano apprezzare nel Ballo in maschera di dodici mesi fa (così come nel Boccanegra di quasi sette anni or sono); questo Attila poggia sulle solide fondamenta di una sintesi ispiratissima e unitaria, di un'idea che si manifesta attraverso mille sfumature, mille dettagli, arte e non calligrafia. L'idea che mai non cede è una fede spassionata nel valore dell'opera, di un primo Verdi che non funziona perché genuino e ruspante, ma perché la sua energia è sempre ben pensata e ben dosata, sempre intelligente e acuta, sempre drammaturgicamente giusta. “Le mie note belle o brutte che siano non le scrivo mai a caso” scrisse Verdi a proposito di Rigoletto e il monito a non trascurare nessuna di quelle note, a non perderne di vista il senso e il carattere è la stella polare della concertazione di Mariotti, che rende alla perfezione il precipitare di una drammaturgia che sembra collassare su se stessa. Dal Prologo, ogni atto è più breve del precedente, mentre la tensione, mutuando procedimenti d'accrescimento tipici dell'opera buffa (per tutti, la progressione aria-duettino-terzetto-quartetto-ingresso del coro nel fulmineo ultimo atto), aumenta esponenzialmente e nelle ampiezze delle scene di massa e dei dibattiti politica s'incunea la sfera privata che innesca la trappola della vendetta e del tradimento. Tutti questi livelli, le solitudini, gli eroismo, le ipocrisie, gli ideali, la spiritualità, gli inganni, compongono un mosaico avvincente, non si disperdono come singolarità, ma risplendono uniti in un grande e profondo discorso teatrale, impetuoso come si conviene proprio grazie al fluire dei tempi, dei colori, degli accenti, dei metri, delle dinamiche. L'energia per essere tale, in musica, non si esprime con la brutalità, ma con l'intelligenza del dettaglio, come conferma lo slancio conferito dalle gradazioni dal piano al forte nella stretta del Prologo.

Ciò, ovviamente, non può prescindere da una sensibilità profonda al canto, da un lavoro minuzioso con il cast. Mariotti dichiara che per lui non ha senso parlare di una gerarchia fra le due compagnie e ce ne siamo ben resi conto ascoltandolo, all'indomani della serata inaugurale, con un gli interpreti alternativi (seguiremo e daremo conto anche della recita del 26 gennaio con D'Arcangelo, Siri, Piazzola e Sartori).

Si apprezza moltissimo, per esempio, il lavoro svolto con Riccardo Zanellato, che nel ruolo eponimo ci offre la sua migliore interpretazione, a nostra memoria. La scelta dei tempi, lo stacco di alcune frasi cruciali gli giovano in modo particolare, la tessitura non gli pone problemi, la voce è ben a fuoco in tutti i registri, l'articolazione chiara, giusti il piglio e l'espansione. Il timbro stesso del basso veneto contribuisce a delineare un uomo d'azione dal rigoroso codice morale ben inquadrato per gusto e stile. Il contrasto complementare con Ezio, politico più sofisticato, ma anche eticamente elastico e opportunista come pochi, è molto ben risolto bilanciando schiettezza dell'uno e cinismo dell'altro. Gezim Myshketa, che prosegue nel suo percorso d'approccio al repertorio verdiano con il ruolo forse più pesante fra quelli finora affrontati. La resa soprattutto della sua aria è degna di nota e dimostra come la voce sia maturata sviluppando corpo e spessore; il colore è sempre stato brunito per natura e di certo il suo destino lo porterà sempre più decisamente in questa direzione. Proprio per questo bisogna rilevare e consigliare attenzione per quanto riguarda soprattutto il passaggio all'acuto (da questo punto di vista Verdi non è mai tenero con i suoi baritoni), che non lo vede sempre perfettamente a suo agio, camuffando talora qualche vocale (soprattutto U che si percepiscono O) e ricercando un suono scuro non necessario che rischia di metterlo in impaccio nell'emissione. L'età è oggi dalla sua, ma, trattandosi di un ottimo baritono verdiano in fieri, di certo sarebbe un peccato non lavorare ancora su questi aspetti per raggiungere in futuro sempre migliori e più solidi risultati.

Stefanna Kybalova potrebbe ricordare per alcuni aspetti un altro soprano cui un Attila a Bologna portò una discreta fortuna: Dimitra Theodossiou. Voce di natura lirica, piena ma non al punto da approssimarsi allo spinto né tantomeno al drammatico, canta, tuttavia, pensando se stessa come un drammatico d'agilità, forte di un'indubbia spavalderia e di un registro acuto importante e impertinente. Ciò la porta inevitabilmente ad alcune disuguaglianze dovute a una certa indisciplina tecnica, là dove il timbro tende a farsi chioccio o metallico. Considerato, con moderna coscienza, che la definizione di soprano drammatico d'agilità non ha valore storico, ma solo descrittivo di alcune interpreti e alcuni ruoli, non sembrerebbe di per sé disdicevole per un soprano dei mezzi della Kybalova affrontare Odabella e le sue sorelle, a condizione, però, che non ci si affidi solo a natura e temperamento, ma che si lavori sull'acuto (sempre sfogato, mentre, soprattutto nel “Fuggente nuvolo” sarebbe bello sentire anche qualche altra gradazione dinamica), sul trillo e sul legato, su una musicalità più intrigante e un canto più sorvegliato. Mariotti, è evidente, la spinge a cercare la miglior quadratura evitando un'interpretazione muscolare, la stimola a variare nelle dinamiche. Ci auguriamo che queste indicazioni siano ben recepite e diano frutto in futuro.

Il quartetto protagonista è completato da Giuseppe Gipali: anche lui ben guidato dal podio si destreggia con efficacia nelle sue arie, cantante solido e sicuro capace di bei momenti soprattutto nella romanza del terz'atto.

Desta attenzione la voce scura e promettente del giovane basso Antonio Di Matteo nei panni di Leone; Gianluca Floris completa il cast come Uldino. In ottima forma orchestra e coro.

Abbiamo detto della parte musicale, abbiamo detto che all'opposto si pone il lavoro di Daniele Abbado, che sembra fare della rinuncia la sua idea. Resta poco altro da dire, una volta constatato che l'impianto scenico di Gianni Carluccio non sarà perfettamente calibrato per le possibilità tecniche del Comunale (ben cinque cambi scena a sipario chiuso per poi rivedere l'aggiunta di una trave o di una tenda…), ma è esteticamente ben congegnato nel suo squallore bellico, nella sua allusione ad archi romani e romanici che ricordano anche i vecchi bunker di cent'anni fa ancora visibili sulle Alpi centro-orientali. I costumi hanno una loro generica contemporaneità che resta sospesa nel limbo di un'intenzionale neutralità e finiscono per risultare stantii e datati, come tutta l'azione, se azione si può dire di un'ordinata convenzione recitativa. Abbado dichiara di non voler richiamare direttamente la violenza dell'attualità, ma, invece di astrarre la drammaturgia di Attila, la raffredda, ché ben altrimenti avrebbe potuto essere sviluppata la presenza in scena di una sola arma, la spada consegnata a Odabella che infine trafiggerà il primo proprietario. Le vergini guerriere possono somigliare alle donne kurde che combattono il califfato, i profughi di Aquileja che fuggono per mare dalla guerra potrebbero rispecchiarsi nell'oggi, ma non lo fanno. E non propongono un'alternativa, una chiave di lettura, non sviluppano un'idea, in qualunque senso voglia andare. Non c'è simbolo, o archetipo, o antichità. Ci sono spunti lasciati sospesi, che invece di colpire lo spettatore, lo lasciano indifferente o, peggio, lo fanno sorridere con sufficienza, come lo scheletrico Cristo seminudo che accompagna Leone o la comparsa sovente accovacciata con un ramoscello in mano nell'accampamento unno. Così, la nuova produzione si dimentica in fretta, si ascolta e si ricorda la classicità tardoantica del precedente allestimento di Pizzi, si auspicano anche altre soluzioni, di cosiddetta tradizione o cosiddetta innovazione, purché portatrici di idee.

Alla recita di domenica pomeriggio il teatro è tristemente poco popolato, nonostante l'affluenza di giovani e studenti cui erano riservati vantaggiosissimi sconti. Gli applausi, comunque, non mancano.

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