L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Eros, nient'altro che Eros

 di Giuliana Dal Piaz

 

Ripresa poco convincente sotto il profilo teatrale del celebre, acclamato o discusso, allestimento salisburghese delle Nozze di Figaro a cura di Claus Guth. Apprezzabile, viceversa, la resa musicale, con un cast di cantanti attori assai buono e la direzione agile e briosa di Johannes Debus.

TORONTO, 9 febbraio 2016 - La Canadian Opera Company-COC presenta a Toronto - dal 4 al 27 febbraio, dieci serate più una "Ensemble Studio Performance" con interpreti diversi il 22 febbraio - la messa in scena delle Nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart creata da Claus Guth per il Festival di Salisburgo 2006 e più volte ripresentatavi. È un allestimento molto noto del quale, negli anni, molto si è parlato e sparlato e le recite attuali alla COC sono tutte affidate a interpreti canadesi (con le eccezioni del Figaro del baritono austriaco Joseph Wagner, del Cherubino del mezzosoprano Emily Fons e della Marcellina del mezzosoprano Helene Schneiderman, entrambe statunitensi), conservando dell'originale tedesco regia, scenografia, costumi e luci, assieme all'insostituibile Cherubim/Eros dell'attore berlinese Uli Kirsch. Agli artefici originali, la COC affianca tuttavia le proprie Allison Grant (assistente alla regia) e Jennifer Kowall (stage manager).

Eseguita per la prima volta a Vienna nel 1786 e sempre accolta da un grande successo, Le nozze di Figaro è frutto - con Don Giovanni e Così fan tutte - della collaborazione tra Mozart e il librettista italiano Lorenzo Da Ponte. L'omonima commedia di Beaumarchais era stata composta nel 1778 ma rappresentata solo nel 1784, quasi dieci anni dopo il debutto della commedia che ne costituisce l'antecedente, Il barbiere di Siviglia. Mozart e da Ponte partirono invece direttamente dalle Nozze, con solo qualche accenno nel libretto agli avvenimenti del testo teatrale precedente, che sarà invece alla base delle opere di Paisiello prima, poi di Rossini.

La commedia di Beaumarchais, una satira della corruzione e ipocrisia della nobiltà settecentesca - si era alla vigilia della Rivoluzione Francese -, venne messa in musica da Mozart con una brillante partitura che ne permise il successo anche a Corte a dispetto dei contenuti (nel libretto, Da Ponte smorzò comunque i toni che Mozart avrebbe voluto molto più feroci).     

Continuo a trovare invadente, inopportuno e a tratti perfino offensivo l'uso che talvolta la cosiddetta regia moderna fa del genere "opera": col pretesto di voler rendere appetibile per il pubblico contemporaneo un genere "vecchio o passato di moda", tanti capolavori del melodramma vengono indebitamente stravolti. Nessun direttore d'orchestra si permetterebbe mai di modificare una partitura di Wagner, Mozart o Verdi; allo stesso modo, nessun regista più o meno famoso dovrebbe permettersi di alterare totalmente la concezione originale del relativo tessuto teatrale. Ben vengano le innovazioni tecnologiche che rendano la messa in scena di un'opera meno macchinosa e costosa, e l'evoluzione del gusto favorisce senz'altro allestimenti più semplici e meno ridondanti, ma senza cambiare lo spirito in cui essa era stata concepita. Trasformare quindi la graffiante, ma elegante, satira mozartiana - molto attenta anche al contrasto tra uomini e donne e al discredito dell'istituzione matrimoniale - in una farsa dall'accentuato tono sessuale (in confronto con la presentazione del 2006, quelli che erano accenni sono penetrati in scena dei movimenti sessuali apertamente mimati) tradisce, a mio parere, la bellezza di quest'opera. Il pubblico, stuzzicato, indubbiamente si diverte, anche per la bravura di tutti gli interpreti, ma il livello dello spettacolo scade e si perde una parte del fascino della partitura.        

Il Direttore d'orchestra stabile della COC, il tedesco Johannes Debus, imprime all'esecuzione musicale un'agilità e un brio che facevano leggermente difetto nella concertazione originale di Nikolaus Harnoncourt, e l'orchestra lo segue con precisione. I cantanti sono molto bravi, anche dal punto di vista della recitazione: Jane Archibald è una splendida Susanna, Erin Wall un'ottima Contessa, Josef Wagner un impeccabile Figaro (lo avrei preferito vestito in modo più coerente col suo ruolo, invece che da burocrate di livello), il baritono Russell Braun un fantastico Conte d'Almaviva. Ineccepibili il basso Robert Pomakov (Bartolo), il citato mezzosoprano Helene Schneiderman, il baritono Doug MacNaughton (Antonio), i tenori Michael Colvin (Basilio) e Jean-Philippe Fortier-Lazure (Don Curzio). Il soprano Sasha Djihanian (Barbarina) risulta adeguato, mentre il falsetto del mezzosoprano Emily Fons - così castigata esteticamente dal costume monellesco - non dà sempre a Cherubino gli accenti auspicabili. Dopo nove anni, l'immarcescibile Uli Kirsch continua a impersonare efficacemente Cherubim/Eros, il deus-ex-machina della sessualità repressa dei personaggi, che Claus Guth si è inventato come traduttore per il pubblico moderno dei significati freudiani (di cui si suppone che Mozart avrebbe impregnato ante litteram la sua opera) che al pubblico di fine Settecento bastavano sottilmente insinuati.

Il programma di sala pubblica una bella intervista a Jane Archibald ed Erin Wall, i due soprani protagonisti rivali nell'attenzione del Conte d'Almaviva ma volenterosi strumenti dell'intrigo di Figaro e complici nel complotto finale, nella quale mi è parsa un po' d'occasione la definizione che delle Nozze dà come "miglior opera mozartiana se non la migliore mai scritta" il soprano Jane Archibald, che pure ha cantato nel Flauto Magico e lo farà presto nel Don Giovanni... Ma il tempo porta consiglio.

 

Foto Michael Cooper.          


 

 

 
 
 

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