L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Iuditha triumphans a Ferrara

La palma agli Assiri

 di Francesco Lora

Iuditha triumphans di Vivaldi festeggia i suoi tre secoli al Teatro Comunale di Ferrara: la lettura del direttore Zarpellon si lascia ammirare per dedizione e caparbietà, mentre nella compagnia di canto si distinguono una forbitissima Biscuola e una Frigato elettrizzante.

FERRARA, 17 aprile 2016 – Fra gli anniversari a due zeri di questo 2016, accanto alle duecento candeline del Barbiere di Siviglia vi sono anche le trecento di Iuditha triumphans devicta Holofernis barbarie: si tratta dell’unico oratorio sopravvissuto di Vivaldi, latino come si usava negli ospedali veneziani, capolavoro sommo nel suo genere per sottigliezza retorica, espressiva e drammaturgica, nonché per esuberante ostentazione di risorse musicali; come altre si è detto, non è un’opera ed è ugualmente la più bella tra le opere vivaldiane. Beninteso, mentre le istituzioni di spettacolo pullulano quest’anno di inutili precauzioni, occorre essere un teatro di carisma per mettere in cartellone l’erudita e complessa Iuditha triumphans. Lo ha fatto il Teatro Comunale di Ferrara, il pomeriggio del 17 aprile: l’unione di due turni d’abbonamento alla stagione d’opera ha procurato un pubblico numerosissimo, mentre la lettura è stata affidata – con un profitto superiore a ogni aspettativa – a musicisti ormai di casa nel teatro emiliano. Questi sono il direttore Roberto Zarpellon, l’Orchestra da Camera “Lorenzo Da Ponte” e l’ensemble corale Accademia dello Spirito Santo, nonché cinque voci sole in assidua collaborazione con gli stessi; negli scorsi anni essi hanno eseguito a Ferrara un florilegio di lavori legati a Venezia per genesi o pubblicazione: l’Orlando di Vivaldi, l’Orfeo di Bertoni e L’Orfeo di Monteverdi; ora proseguono la strada segnata, con un titolo nel complesso ancora più impegnativo e gratificante.

Soprattutto in questa occasione spiccano i meriti di Zarpellon. La tradizione esecutiva di Iuditha triumphans è una collezione di pasticci esegetici, dovuti a musicisti che lavorano più con la pancia che con la logica: nel mezzo si erge, isolata se non sola, la lettura perfetta di Federico Maria Sardelli, modello tanto chiaro nei suoi dettami quanto oscuro a chi ne dovrebbe trarre il necessario esempio. Zarpellon non pretende di calare gli assi della genialità, e dunque non si arrischia verso il fallimento certo dei più. Recepisce invece ciò che di buono è stato detto e fatto intorno a Iuditha triumphans negli ultimi anni, con misura e cautela, ma anche con la tenacia e l’infaticabilità stereotipica dell’uomo veneto: non v’è traccia di vezzi pseudofilologici e calligrafismi, bensì il testo vivaldiano è seguìto con studio e caparbietà anche là dove tende le più perfide insidie; i tempi sono quelli trascinanti sottintesi dall’autore e troppo spesso fraintesi in letture che li ammollano, l’orchestra è davvero quella mille volte mutevole da uno strumento concertante raro all’altro, le variazioni nei da capo sono volentieri spinte dove i più non osano né sanno. È una gioia vedere – vedere, sì: e non viene così a mancare alcun costume né scena – gli strumentisti che, proprio come le putte della Pietà, passano con eguale vividezza dagli oboi ai flauti, dal claren allo chalumeau, dal mandolino alla chitarra spagnola, dalle tiorbe alle viole all’inglese: nulla manca all’appello, tutto è coordinato saldamente.

Due soli sono gli errori interpretativi, fastidiosi qui una volta di più ma in numero di gran lunga minore rispetto a quanto si ascolta altrove. Il primo consiste nell’assegnare i brani corali a un gruppo di voci tutte femminili, le quali si fanno carico anche delle parti di Tenore e Basso previa trasposizione; è un caso di diffuso ipercorrettismo, senza fondamento storico e lesivo del testo vivaldiano: alla Pietà non v’erano solo fanciulle versate nel Canto e nell’Alto, ma anche maestre in grado di cantare all’ottava reale la parte del Tenore; non si può escludere che, nelle grandi occasioni, maestri e aggiunti potessero essere anch’essi coinvolti per intonare le parti virili; quel che è certo, la partitura codifica il coro misto e non denuncia alcuna prassi esecutiva particolare. Il secondo errore è nella lettura del coro finale, in due strofe con poesia differente e con ritornelli nella singola strofa: qui si ascolta invece una sola strofa, dove alle repliche della musica sono subito assegnate le parole della seconda stanza poetica; ha così luogo un clamoroso nonsense: come se – per capirsi – si cantasse non «Fratelli d’Italia, – l’Italia s’è desta, | dell’elmo di Scipio – s’è cinta la testa» e poi «Noi siamo da secoli – calpesti, derisi | perché non siam popolo, – perché siam divisi», bensì «Fratelli d’Italia, – l’Italia s’è desta, | noi siamo da secoli – calpesti, derisi | dell’elmo di Scipio – s’è cinta la testa | perché non siam popolo, – perché siam divisi»: è una fortuna che il latino nasconda l’assurdo ai più.

Valido il quintetto delle voci sole, con la fazione assira tuttavia in vantaggio su quella ebrea. Quest’ultima è formata dalla Iuditha di Luciana Mancini, mezzosoprano che affonda l’emissione nel petto cercando di pescarvi sensualità, ma cui sfuggono uno dopo l’altro i preziosismi oratorii ed espressivi dei quali la parte è costellata; dall’Abra di Francesca Lombardi Mazzulli, adeguata nel cantabile ma non fulminante dove si debba o voglia tenere banco con il virtuosismo senza rete; infine dall’Ozias di Marta Fumagalli, interessantissimo materiale contraltile già sorretto da ammirevole tecnica, degno di una sempre più ricercata personalità artistica e attoriale. Il fronte assiro, come detto, è invece quello delle conferme e del superare sé stessi: magnifico è l’Holofernes di Elena Biscuola, contralto che nell’affondare in petto conserva intatta la nobiltà del porgere e anzi raddoppia l’edificazione psicologica del personaggio; favolosa è la cura retorica che pone in ogni parola latina e nel canto che la veicola, fino a svelare le ironie, le speranze, i languori e le sornionerie, senza rischio veruno di affettazione; superbo è a sua volta il Vagaus di Silvia Frigato: dottrina e puntiglio in un fraseggio affilato e insinuante, scatenato poi nel virtuosismo di arie dove le semicrome sono sgranate con energia, esattezza ed elettricità entusiasmanti, fino all’osare ed espugnare variazioni del quinto grado.

foto Marco Caselli Nirmal


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