L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Irina Dubrovskaya nella Traviata alla Fenice

Il denaro e l'illusione

 di Emanuele Dominioni

 

Nel secondo ciclo di riprese della Traviata firmata da Robert Carsen (dopo le recite di aprile e prima di quelle autunnali) che il Teatro la Fenice propone quest'anno in cartellone spiccano la Violetta di Irina Dubrovskaya e la direzione ispirata e attenta di Francesco Ivan Ciampa.

L'allestimento di Robert Carsen è diventato col passare degli anni un punto di riferimento e di forza nella stagione veneziana. A dodici anni dalla sua prima apparizione esso non cessa tuttora di suscitare grande emozione e apprezzamento sia nel pubblico sia nella stessa critica: rispetto al 2004 l'impianto registico ha subito molte modifiche e riletture, sia da chi ne curava la ripresa, sia dagli stessi illustri interpreti che si sono alternati, ma la dirompente forza teatrale e l'accurata attenzione dedicata alla recitazione lo rendono ancora oggi un esempio per molte regie moderne. Carsen senza snaturare forma e contenuti, attualizza la vicenda giocando su elementi presenti nel dramma, che vengono in questa sede oltremodo sviscerati e messi in luce. Il tema del denaro, su tutti, è quasi buttato in faccia al pubblico, e sottolineato come motore dell'azione, insieme naturalmente al sacrificio e all'amore. L'elemento della natura, qui letta come emblema di purezza, viene rappresentato da un bosco inizialmente raffigurato in un dipinto nell'appartamento di Violetta, poi come fondale del secondo atto che, infine, scopriamo essere solo un poster strappato nel terzo; un progressivo disfacimento di questo desiderio e della sua forza redentrice.

Violetta è una figura che già nel preludio scopriamo totalmente compromessa dal suo stile di vita. Gli uomini di cui è circondata sono tante ombre che si succedono incessantemente e che le offrono del denaro, unica ragione di vita. L'interpretazione di Irina Dubroskaya è parsa in questo senso accurata e totalmente calzante grazie anche a una figura diafana dai lineamenti russi, bellissima con la sua chioma bionda ed elegante nei movimenti scenici. La Dubrovskaya disegna una Violetta Valery come donna di mondo e schiacciata dalle sue stesse scelte, ma tuttavia sempre e comunque presente a sé stessa financo quando, nel finale secondo, l'insulto di Alfredo sembra farla vacillare. Vocalmente ineccepibile, dà sfoggio di una preparazione tecnica ben forgiata, che le è valsa anche il recente successo nella Sonnambula catanese [leggi la recensione] e veronese [leggi la recensione]. Dai fiati lunghissimi dell'"Addio del passato" e del brindisi, fino agli scintillanti virtuosismi della cabaletta, non rinuncia a mostrare toni più lirici durante il duetto con Germont, perno della sua interpretazione. Un'artista a tutto tondo, a cui non possiamo non augurare una fulgida carriera.

Buona è anche la prova di Fabrizio Paesano come Alfredo Germont , il quale si fa apprezzare per la morbida vocalità tenorile e un timbro di per sé accattivante. Nonostante i limiti di volume, riesceugualmente a disegnare un Alfredo credibile, aiutato in tal senso dall'impostazione registica di Carsen. Disinvolto sulla scena, è a proprio agio nelle vesti del giovane inesperto e innamorato, che matura solo nell'epilogo della vicenda, mentre assiste allo spegnersi della propria amata.

Giuseppe Altomare è una delle poche voci che defineremmo d'altri tempi del panorama lirico odierno. Corda baritonale generosa e piena, si fa apprezzare per l'importanza dello strumento che, che se in parte lo limita nell'accento, lo vede, però, vincitore per la capacità di modellare un fraseggio accurato e dinamiche sempre cangianti. Elegante e severa è la figura, forse eccessivamente rigida nei movimenti, ma in ultima analisi ben coordinata con le dinamiche sceniche.

Degne di nota le prove di Elisabetta Martorana come Flora e Sabrina Vianello come Annina. E vocalmente ben a fuoco il dottore di Francesco Milanese. Censurabili le prove dei restanti comprimari. Non trattandosi di casi isolati (parliamo di almeno quattro cantanti) sorgono dei dubbi sulla scelta degli stessi.

Francesco Ivan Ciampa ci regala un accompagnamento sontuoso e totalmente devoto al canto. Sonorità generose ma mai eccessive, lungi da voler emergere sui solisti, che Ciampa prende invece per mano, assecondandone le qualità. L'orchestra lo segue perfettamente, sempre compatta e precisa. Permangono i tagli voluti da Nello Santi nella ripresa di aprile, in cui vengono sacrificate la cabaletta di Germont padre e la seconda strofa di "Ah fors'è lui" e "O mio rimorso e infamia". Altrove, come nell'"Addio del passato" e in "Parigi o cara" invece i tagli sono riaperti.

foto Michele Crosera