L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Markus Werba e Carlos Alvarez

Matrimonio all’italiana

 di Pietro Gandetto

Nuova produzione delle Nozze di Figaro al teatro alla Scala. La regia del giovane Frederic Wake-Walker è una ventata di freschezza in una stagione contrassegnata da grandi classici. Se la concertazione di Welser-Möst lascia perplessi, il cast vocale è all’altezza delle aspettative, con una maggiore riuscita delle voci maschili su quelle femmili.

Milano, 26 ottobre 2016 - Ci si interroga spesso sul destino dell’opera e sull’incapacità di molte produzioni (segnatamente quelle italiane) di stare al passo coi tempi e reinterpretare i grandi capolavori in modo coerente con il sentire contemporaneo.  Poi però quando gli spettacoli dei nuovi registi emergenti vanno nella direzione opposta, le critiche non si risparmiano.

Per queste Nozze di Figaro, il poco più che trentenne regista inglese Frederic Wake-Walker concepisce una struttura che, sebbene non immune da vizi, ha il grande pregio della freschezza e del dinamismo. Prendendo le mosse dall’ingombrante tradizione strehleriana che echeggia al Piermarini (niente paura, la sedia di Strehler resta, anche se Figaro la sfonda nel primo atto), il regista riporta a sintesi la tradizione con l’innovazione, optando per scelte che possono piacere o meno, ma sono inevitabilmente efficaci e coinvolgenti.  Come sempre, abbandonare la tradizione non è automatica garanzia di successo né deprecabile lancio nel vuoto, il tutto sta nel modo in cui la novità, ove presente, è declinata e inquadrata nel contesto di riferimento.

L’allestimento di  Wake-Walker si sviluppa in un crescendo scenico coerente con lo spirito della Folle Journée, dove tutto si svolge su un piano inclinato, su una strada in salita che conduce alle tanto agognate nozze. Come nella vita, anche sul palco le emozioni si trasformano col trascorrere del tempo: i personaggi comunicano, soffrono per situazioni di disagio, ma subito dopo gioiscono e si rallegrano, sviluppando un personalissimo percorso di assestamento ed elaborazione degli eventi. La Contessa perdona il Conte, Susanna fa combutta con la suocera con cui nel primo atto battibeccava. Figaro non sembra più lui. Un’opera senza una morale ben precisa, e quindi universale, come universale è la sua ambientazione, che qui non è legata a una determinata epoca. Come dice lo stesso Wake-Walker, sono le Nozze della Scala, dove questa produzione è ambientata.

Le scene chabby chic di Antony McDonald non sono belle, né originali, ma funzionano: in analogia con lo sviluppo psicologico dei personaggi, gli asfittici pannelli del primo atto che schiacciano i protagonisti sul pubblico, lasciando il posto alla camera della contessa del secondo, dove gli spazi sono più distesi e la scena è dominata dalla grande alcove neoclassica. L’atmosfera si distende ulterioremente coi toni del bianco del terzo atto, dove la struttura ruota su se stessa alternando i retroscena psicologici dei protagonisti alla scena delle nozze in cui il Conte saluta gli spettatori come se fossero invitati.

Le spassosissime assistenti-mistress del Conte cambiano le scene spostando le quinte e dipingendo di bianco i tableaux a scena aperta tra un atto e l’altro, per mettere il pubblico in contatto diretto con il cuore pulsante del teatro.

La recitazione è scorrevole. Sono personaggi dai tratti e dalle movenze umane e contemporanee. Figaro salta, si muove, sbriaccia ed è vivo. La scena è tutta sua. La Contessa non è più un ectoplasma dalle movenze sofisticate e ineffabili, ma una donna in carne e ossa, che prima si agita temendosi scoperta dal marito, e poi si diverte a prenderlo in giro con Susanna. Il Conte balla con le proprie assistenti, simpatiche mime strizzate in rigidi tailleur, che ricordano le segretarie di Miranda Prisley del Diavolo veste Prada.

Certo, alcune scelte di Wake-Walker sono meno riuscite. Che bisogno c’era di mettere Susanna a cantare "Giunse alfin il momento" dentro a un lampadario che non riesce a sollevarsi? E poi qual è il senso del suggeritorie brontolone che interviene nei momenti di simulata amnesia del Conte? Ma sono nei in uno spettacolo che nel complesso funziona e diverte, com’è dimostrato dal coinvolgimento del pubblico, anche nei recitativi, che non stancano.

Che dire dei meravigliosi costumi di Antony McDonald? Storici, ma a uno sguardo più attento, contemporanei.  La contessa indossa abiti dai volumi impalpabili che sanno di sogno e ricordano le migliori creazioni di Alberta Ferretti. Il Conte non è il solito artistocratico sovrappeso in livrea, ma un cinquantenne a proprio agio con calze giallo fluo, giacche blu elettrico e mantelle floreali, che ben si sposano con l’incontestabile virilità di Carlos Alvarez. Che dire poi dello splendido abito spagnoleggiante a balze nere di Marcellina?

In questo contesto visivo, la concertazione di Franz Welser-Möst alterna momenti di estrema lucidità ad altri meno soddisfacenti.  L’ouverture adempie pienamente al suo scopo, l’orchestra è presente e innervata e cattura lo spettatore. Poi, però, che povertà di colori, che densità di suono costante, che monotonia! Sia chiaro, stiamo parlando di una direzione corretta e precisa. Manca però l’originalità di fraseggio, la resa musicale del lato umano e più intimo di Mozart, mancano quei dettagli che fanno la differenza. All’inizio i tempi sono dilatati, come nel "Cinque... dieci..." o nel "Cosa sento! tosto andate", dove la tensione generata dagli incastri fonetici delle tre voci è completamente assente. Nel resto dell’opera i tempi sono più spediti.

Il cast vocale è pressoché omogeneo per preparazione e spunti interpretativi. Apprezzamenti incondizionati per Carlos Alvarez, il cui Conte è lontano dal cliché dell’uomo ridicolo e possessivo, mosso unicamente dalla brama di possesso di Susanna. Pur trasmettendo appieno la fremente agitazione che avvolge il personaggio, Carlos Alvarez lo nobilita con un fare aristocratico e seducente. La vocalità brunita, calda e profonda spiga una musicalità che si colloca alla perfezione in questa produzione.

Dell’attesissimo debutto di Diana Damrau nel ruolo della Contessa, abbiamo apprezzato una voce dal bel colore, la cui cremosa ricchezza di armonici è costante in tutto il registro, ed è esaltata dall’omogeneità di un’emissione morbida e sicura. A ben vedere, però, non sembra questo il repertorio d’elezione della cantante bavarese. La linea vocale è luminosa, sostenuta e omogenea, ma non italianamente, e quindi, mozartianamente, emotiva.  E, comunque, una Contessa in cui l’accento e il vigore ancora riecheggiamo la passionalità della Susanna eseguita negli anni.

Markus Werba è un Figaro sanguigno, dinamico ed estremamente coinvolgente. La grande capacità comunicativa del baritono austriaco lo rendono perfetto per il ruolo. La voce è ben proiettata, profonda e ben amalgamata con il resto del cast. Ricchissimi di dettagli «Non più andrai farfallone amoroso» e «Aprite un po’ quegl’occhi», in un sottile gioco musicale e di parola.

La Susanna di Golda Schultz è caratterizzata da una vocalità corposa e sempre presente, anche se spesso è mancata quella leziosità e quella malizia che ci si aspetta dal personaggio. Il ruolo monstre (è quasi sempre in scena) viene gestito con adeguato piglio, ma i più celebri duetti come il "Via resti servita" o la "Canzonetta sull’aria", passano quasi inosservati, per mancanza di una reale consapevolezza interpretativa.

Non si può che dir bene di Marianne Crebassa che ha dato vita a un Cherubino frizzante e sensuale. Tra i comprimari, la Marcellina di Anna Maria Chiuri è tanto spigliata nei movimenti quanto eccessiva a livello vocale, e soprattutto il registro acuto è parso ingombrante.

Non travolgente è il Don Bartolo di Andrea Concetti. Kresimir Spicer sicuramente salva il personaggio di Don Basilio dalla noia e dalla piattezza, ma la vocalità troppo imponente per il ruolo andrebbe governata con un maggior affinamento. Mi è piaciuta invece Theresa Zisser nel ruolo di Barbarina, che ha un’arietta breve e spesso trascurata, ma di un’intensità drammatica tra le più preziose del repertorio.

A fine serata circa dieci minuti di applausi per uno spettacolo già sold out per tutte le recite.

foto Brescia Amisano