L’ape musicale

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Il trovatore a Parma

Bagliori nella nebbia

 di Roberta Pedrotti

Si chiude il Festival Verdi con le suggestive atmosfere brumose di un Trovatore in cui spiccano l'Azucena di Enkeleida Shkoza e il Conte di Luna di George Petean. Al di là del felice spunto estetico non convince sempre appieno la regia di Elisabetta Courir, così come le prove interlocutorie di Murat Karahan e Dinara Alieva, Manrico e Leonora, ma il vero limite è nella concertazione di Massimo Zanetti.

PARMA, 30 ottobre 2016 - In quest’ultimo pomeriggio di Festival Verdi Parma è incantevole. Una piacente estate di San Martino abbraccia il centro ed esalta l’erba verdissima del giardino della Pillotta, mentre l’umidità autunnale della pianura Padana trattiene sospesi a mezz’aria i raggi del sole; verso sera i palazzi sembrano annegare, fra pallidi lumi, in un impalpabile mare di latte. Questo stesso mondo di luce fuori dal mondo sembra aver ispirato l’atmosfera del Trovatore, una nuova produzione (ma sembra che al Regio nessuna messa in scena di quest’opera sia riuscita a tornare dopo un unico ciclo di recite) immersa in una lieve foschia nella quale Giuseppe Ruggiero muove bagliori, lampi, raggi lunari. Null’altro, o quasi, nel campo nero abitato dagli stilizzati gradini di una cavea che si scompongono suggerendo diversi ambienti, a cura di Marco Rossi. Tutti i toni del nero e del grigio, con alcune pennellate di bianco, caratterizzano i costumi monocromi (eccettuata la sciarpa rossa di Manrico) di Marta Del Fabbro. Lungi dall’affondare nelle nebbie dell’uniforme e del ripetitivo, questo Trovatore ha un suo indubbio fascino visivo, libero da orpelli, notturno ed essenziale; la strada seguita della regista Elisabetta Courir è estetica più che di analisi drammaturgica, ma si tratta di una legittima scelta, appunto, non di un limite. Piuttosto ci sarebbe piaciuto vederla andare fino in fondo nel suo intento di sottrazione, limitando alcuni interventi dei figuranti (non tanto le Erinni che accompagnano Azucena, quanto, per esempio, le suorine molestate dai soldati durante la cabaletta del Conte di Luna) e concentrandosi sulla recitazione dei cantanti, talora troppo generica per splendere fra le ombre nella foschia.

Due lampi illuminano comunque la scena, e sono Azucena e il Conte di Luna, Enkeleida Shkoza e George Petean, le colonne portanti della recita. Il mezzosoprano albanese, forte delle sue radici belcantiste e della recente quanto assidua frequentazione del ruolo, tratteggia con grande intelligenza il ritratto della tormentata gitana. Il trauma della perdita della madre e della missione vendicatrice, cme quello della sua stessa maternità ferita, sembra portarla, a tratti, a una sorta di regressione infantile e a riversare un affetto tenerissimo, materno e filiale, quasi stralunato, sul figlio adottivo nel quale la vendetta dovrebbe consumarsi. La sua è una sorta di dolce follia, una stato onirico sapientemente alternato a lampi di consapevolezza. La naturale morbidezza e la luminosità del registro acuto sono ben messe a frutto in un fraseggio estremamente curato e nell’abile dosaggio drammatico, trovando energia senza mai cercare affondi di petto o ampiezze che non le sono proprie; al contrario, l’effetto di taluni sussurri prossimi a un parlato allucinato (“troveranno un cadavere.. muto… gelido...”) è particolarmente efficace e rifugge con sottigliezza tentazioni veriste.

George Petean vanta una bellissima pasta baritonale, una naturale chiarezza nell’articolazione e nella pronuncia, un’emissione franca e pulita e una propensione all’eleganza nel porgere, con diverse belle intenzioni dinamiche. Certo, la bacchetta di Massimo Zanetti poco lo sorregge e meno lo stimola, sicché “Il balen del suo sorriso” non è l’oasi di pura poesia che avremmo sperato, ma Petean si conferma comunque uno dei migliori baritoni verdiani in circolazione.

Non altrettanto bene si presentano Leonora e Manrico, accomunati, oltre che da una recitazione rigida o stereotipata, da un rapporto conflittuale con testo, senso e prosodia italiana, come se gli interpreti avessero studiato più sui dischi e scorrendo una traduzione che sull'effettivo valore della parola verdiana. In particolare il tenore Murat Karahan sembra non percepire né trasmettere alcuna emozione fuorché una comprensibile tensione nervosa all'approssimarsi della fatidica, e dimezzata come da tradizione, Pira (e peccato, perché “Ah sì ben mio” sembrerebbe la pagina meglio preparata). Tale distacco dà persino adito a fraintendimenti: possibile che né regista né direttore, entrambi madrelingua, lo abbiano messo in guardia dalla stizza con cui scosta Leonora cantando “Ah più non bramo” nel finale primo, parole di riconciliazione e non d’accusa? Una natura vocale superlativa avrebbe almeno in parte lenito questi limiti, ma al di là di una generica saldezza di mezzi non abbiamo ravvisato eclatanti doti innate. Il Do, comunque, c’è, chiaro, forte, applaudito.

Chi sarebbe dotata di qualità davvero rimarchevoli è Dinara Alieva, tanto che vien da chiederci quale aria propizia spiri a Baku, città natale di tante voci naturalmente generose. In questo caso la bontà dei mezzi è esaltata dalla debolezza del metodo: incredibile che possa mantenere acuti omogenei, saldi e sonori su un centro così faticosamente intubato, in un’emissione così spesso indietro e ingolata. Di certo, comunque, anche una maggior cura della lingua italiana potrebbe aiutarla a correggere la posizione del suono, cui è malamente sacrificata sia l’organizzazione delle consonanti sia la scansione del testo in rapporto alla musica. Significativo è indubbiamente che la sua Ines, Carlotta Vichi, mezzosoprano avvezzo anche a ruoli schiettamente contraltili come la Zia Principessa, risulti nei recitativi decisamente più luminosa e penetrante, perché più libera nell’emissione e corretta nella fonetica.

Il rude Ferrando di Carlo Cigni completa il cast con Cristiano Olivieri (Ruiz), Enrico Gaudino (un vecchio zingaro) ed Enrico Paolillo (un messo).

Se, però, la bruma scenica è mossa e rischiarata da luci sapienti (immaginiamo che l’oscurità in cui rimane il Conte nella stretta del finale primo sia stata solo un incidente), se nel cast splendono alcuni lampi, dalla buca sorge una nebbia ferma e compatta. Il Coro preparato da Martino Faggiani, neé la Filarmonica Arturo Toscanini, che fanno, come sempre, del loro meglio – e non è poco – ma la bacchetta di Zanetti, che procede a passi grevi senza prestar troppa attenzione a colori e dinamiche. Rigido nel procedere per sequenze scandite da pesanti cesure, il direttore tarpa le ali a ogni crescendo, privo di slancio o di mistero (nemmeno un brivido per “Sull’orlo dei tetti qualcun l’ha veduta”), trascura la poesia, fiacca la tragedia e la complessità – soprattutto metrica – della partitura. Al suo attivo va comunque segnalato che nel finale secondo Leonora viene giustamente lasciata intonare sola l’ultimo “Sei tu dal ciel disceso | o in ciel son io con te?” senza il tradizionale e insensato intervento tenorile. Una fiammella nella nebbia.

Teatro gremito da un folto pubblico internazionale e buon gradimento generale. Pare che quest'anno la programmazione del Festival Verdi abbia incontrato i favori del botteghino richiamando pubblico da tutto il mondo: speriamo che questo buon risultato sia di stimolo a una continua crescita artistica e ci lasci sognare in un futuro non lontano anche la preziosa ripresa, per esempio, di un Trovère in versione parigina.

foto Roberto Ricci


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