L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

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Guillaume Tell a New York

Sommersi e salvati

di Valentina Anzani

Guillaume Tell emozionante al Met: direzione strepitosa di Fabio Luisi e voci applauditissime.

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Leggi anche in italiano/en español: New York, Guillaume Tell, 18/10/2016

New York, 5 novembre 2016 – In giorni di fervore politico come quelli appena trascorsi, un’opera come l’ultima di Rossini (costruita su una vicenda che alterna e intreccia le problematiche politiche a quelle sentimentali, narrando dell’oppressa popolazione svizzera sottoposta alla crudele tirannia degli austriaci) diventa idealmente metafora per una riflessione sulle vicende politiche più attuali, in cui gli equilibri internazionali sono incerti e le decisioni di pochi si riflettono sul destino di molti. Calati in questa atmosfera politica tesa e contrastata, l’ascolto diventa nervoso, e i temi trattati nell’opera diventano tanto più attuali quanto si percepisce il clima di catastrofe imminente. Come se non bastasse, a turbare gli animi in questo teatro ci si era messo anche quanto accaduto lo scorso 29 ottobre, quando una delle recite di Guillaume Tell era stata interrotta e il pubblico allontanato dalla sala a causa di una preoccupante nuvola di polvere chiara che era stata dispersa dall’alto sulla platea: solo in seguito il gesto si era rivelato l’innocuo atto di devozione di un allievo che eseguiva le ultime volontà del suo maestro di canto spargendone le ceneri nella sala del famosissimo teatro d’opera [leggi la notizia]. Fortunatamente l’avvenimento non ha avuto conseguenze e l’attività del teatro è ripresa regolarmente nei giorni successivi.

L’ultima opera rossiniana non veniva eseguita dall’istituzione newyorkese dal 1931, ed è oggi sul palco del Metropolitan Opera House in un nuovissimo allestimento co-prodotto con la Nederlandse Opera e firmato da Pierre Audi. L’impostazione registica non propone alcuna lettura rivoluzionaria, ma incornicia in modo appropriato la vicenda.È una regia sobria, che offre sul piano microscopico pochi movimenti ben calibrati ed efficaci, e sul piano macroscopico quadri e movimenti delle masse di grande effetto, che hanno anche il pregio di non limitarsi a descrivere ma anche di rivelare significati retorici ulteriori. Audi pone il popolo oppresso in scene realistiche (di George Tsypin) che ricostruiscono l’ambiente silvestre, le capanne e i rilievi rocciosi delle rive di un lago di Lucerna che si espande all’infinito grazie alle due pareti di specchi ai lati della scena; tuttavia queste scene sono racchiuse in un più ampio ambiente: tutto quello che avviene, accade infatti proprio nelle profondità di quel lago, il quale diventa metafora della situazione di oppressione in cui si trova il popolo svizzero, letteralmente sommerso dalla dominazione austriaca. I costumi di Andrea Schmidt-Futterer vestono di bianco virginale il popolo oppresso e di nero i conquistatori: è una scelta valida sia per distinguere nettamente le due opposte fazioni, sia per sottolineare il cambiamento camaleontico di Mathilde quando passa da una fazione all’altra, anche se purtroppo spesso affoga i comprimari nell’anonimato.

Mathilde è Marina Rebeka, soprano dal timbro tanto bello quanto uniforme e caldo in tutta la gamma. Dimostra un controllo impeccabile dell’emissione, dai passaggi più gravi e torniti di toni pastosi fin nelle fioriture delle salite. La semplicità con cui canta è disarmante: con i suoi filati delicatissimi e le sue agilità eleganti ritrae alla perfezione l’animo sensibile della principessa austriaca che si schiera con il popolo sottomesso. Anche le altre voci femminili (Maria Zifchak, moglie dell’eroe eponimo e Janai Brugger nei panni en travesti di Jemmy, il figlio) si fanno apprezzare per qualità e tempra. Allo stesso modo, solo elogi sul versante maschile: si destreggia egregiamente nell’acutissima e impervia parte di Arnold il tenore Bryan Hymel; John Relyea, dotato di un timbro cupo e saldo, è adattissimo a dare voce allo spietato Gesler e il pubblico lo apprezza con fervore; l’eroe eponimo era Gerald Finley, interprete dalla personalità magnetica, che gli rende naturale ritrarre la duplicità del temperamento rivoluzionario e delle intime riflessioni strazianti con la stessa intensità, tanto da commuovere sia in un caso sia nell’altro. Ottima anche la resa dello ieratico Kwangchul Youn nei panni della guida spirituale Melcthal.

Molto curati anche i balletti, che giocano un ruolo fondamentale nell’economia del Grand opéra, e che le coreografie di Kim Brandstrup rendono un’elemento apprezzabile per qualità e intensità comunicativa, soprattutto nel terzo atto quando l’entità dell’umiliazione subita dai popolani oppressi è suggerita con eleganza – solo suggerita appunto, senza alcuna superflua sbavatura volgare o provocatoria – dai riferimenti sadici nel traslucido nero dei tessuti degli abiti corredati di pelle nera e frustino delle danzatrici/dominatrici.

Last but not least: magistrale il suono orchestrale fin dall’ouverture, che vive e pulsa come una narrazione a sé, applauditissima non solo per l’arcinotorietà, ma perché la direzione di Fabio Luisi è ineccepibile, con tempi larghi che insinuano addirittura a travolgenti allusioni wagneriane.


 

 

 
 
 

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