L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Sakuntala a Catania

Sakùntala e l’ape cattiva

 di Giuseppe Guggino

Interessante riproposta al Bellini di Catania del raro titolo Sakùntala di Franco Alfano con un’intensa Silvia Della Benetta nel ruolo eponimo e un’Orchestra scintillante, così come l’opera necessita, diretta da Nikša Bareza. La parte visiva dello spettacolo affidata a Massimo Gasparon non tradisce l’esotismo ben presente in partitura.

Catania, 20 novembre 2016 - Un’ape cattiva disturba Sakùntala, custode del Tempio, alla sortita accompagnata dalle amiche Priyàmada e Anùsuya (per la cronaca Kamelia Kader e Nelya Kravchenko) e l’eclettica inventiva di Franco Alfano pare riportare esplicitamente al calabrone rimskiano; così come poco prima il coro vocalizzante aveva rimandato di peso ai Trois nocturnes di Debussy (per la verità una similitudine rasentante lo sfacciato plagio di Sirènes), e ancora – tra bagliori e scintillanti preziosismi d’orchestrazione in un clima di sospensione armonica a sorreggere melodie su modi inusitati  – ecco allungarsi l’ombra dello Strauss, quello della prima Frau. Partitura cosmopolita, interessantissima, sebbene talvolta diseguale e prolissa, non esente dal rischio d’avvitamento armonico in successioni tutt’altro che ben concatenate (come rivela il finale del terzo e ultimo atto) in cui il canto prosodico talvolta zoppica; la tela sonora, in ogni caso, si dipana magnetica, affascinante, ora voluttuosa, ora di cristallina trasparenza, capace di astrarre lo spettatore nell’eterea inconsistenza drammaturgica di una sacerdotessa sedotta e resa madre da un Re che però non la riconosce al terzo atto, a causa di un incantesimo, inducendola al suicidio sublimato in un perdono catartico che giunge con l’arrivo in fasce del figlio della sfortunata unione.

Per coincidenze del caso s’era ascoltata Silvia Della Benetta molti anni fa come Lakmé, la si ritrova oggi in chiave ugualmente esotica eppure dalle caratteristiche vocali radicalmente mutate e dall’ampiezza accresciuta per quanto sempre capace di messe di voce, così come il ruolo della sacerdotessa Sakùntala abbisogna.

Non altrettanto idonea si rivela la vocalità tenorile fin troppo evanescente di Enrique Ferrer alle prese con il Re, mentre l’autorevolezza vocale del sacerdote Kanva di Francesco Palmieri riporta il cast sul livello tale da assicurare l’intelligibilità del lavoro musicale.

Co-protagonista dell’opera è la ricca tavolozza timbrica del lussuoso tappeto sonoro, su cui l’Orchestra del Bellini di Catania sembra muoversi con ammirevole disinvoltura, peraltro impreziosita dagli inserti esornativi del Coro, sempre affidato alle cure di Ross Craigmile. Tutto sotto la guida del croato Nikša Bareza, bacchetta adusa alle frequentazioni della negletta opera italiana del ‘900.

L’inconsistenza drammaturgica e l’esotismo da cartolina rischierebbero di indirizzare la parte visiva verso il kitsch, ma Massimo Gasparon sa lasciarsi guidare dalla cifra estetizzante della partitura, ricorrendo a palmizi dipinti su rete (una sorta di salto all’indietro nell’Aida storica di Lila De Nobili) e colonnati arcaici, anch’essi dipinti su quinte e, anche grazie a un ricorso parco ma efficace a interventi coreutici, il teatro si rivela nella sua naturale semplicità.

Il pubblico agli intervalli sembra nutrire qualche circospezione per l’inusualità della proposta, ma alla fine si scioglie in apprezzamenti peraltro pienamente condivisibili, prima di riconsegnare al sonno la sfortunata sacerdotessa Sakùntala fino al prossimo repêchage.

foto Giacomo Orlando


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