L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

jessica pratt rosmonda d'inghilterra

La Rosmonda ritrovata

di Pietro Gandetto

La Donizetti Renaissance promossa dall’omonima Fondazione bergamasca porta a casa un importante successo. Dopo centosettantuno anni di oblìo, la riuscitissima ripresa in forma scenica della Rosmonda d’Inghilterra incanta il pubblico orobico. Sull’ottimo cast vocale, spicca la maiuscola performance di Jessica Pratt, valorizzata dalla perita concertazione di Sebastiano Rolli. L’improvviso malore di Eva Mei non intacca la resa dello spettacolo anche grazie all’affiancamento di un mimo, nel primo atto, che ha sostituito il soprano nei movimenti scenici.

Leggi la recensione della rappresentazione in forma di concerto di Firenze

Bergamo, 27 novembre 2016  – Dopo la prima del 26 febbraio 1834 al Teatro La Pergola di Firenze e quella di Livorno nel 1845, non si conoscono altri allestimenti scenici della Rosmonda d’Inghilterra. Il gioiellino donizettiano su libretto di Felice Romani si è fatto attendere per centosettantuno anni prima di ricomparire sul palcoscenico del Teatro Donizetti. Eh sì, perché la “povera” Rosmonda, infelice amante del capostipite plantageneto Enrico II, ha dovuto tribolare non solo in vita e nella leggenda, ma anche nel melodramma, dove la sua sorella minore, una tale Lucia di Lammermoor, la soppiantò solo un anno dopo a Napoli (1835), per poi mandarla nel dimenticatoio delle opere, dove riposano chissà quanti altri capolavori nascosti, non solo donizettiani. Nei secoli, però, Fair Rosamund ha avuto la sua rivalsa postuma nella poesia, nella pittura e perfino nella botanica, con un fiore che porta il suo nome.

Una storia di intrighi amorosi, un triangolo erotico tra la celebre Regina Aliénor d'Aquitaine, suo marito Enrico II e la bella di Rosamund de Clifford, che da Rosa munda, divenne poi Rosa mundi e talvolta addiritura Rosa immunda, come dimostra l’assai poco caritatevole epitaffio del giurista Paul Hentzner ancora leggibile sulla sua pietra tombale: “qui giace nella tomba la Rosa del mondo, non una rosa pura: colei che un tempo emanava un odore soave spande adesso un odore che soave non è”.

Già da qui si capisce tutto. Rosmonda è l’ultima degli onesti, ignara di amare il Re Enrico II, ma soprattutto, di rubare il marito alla temutissima Regina Eleonora di Aquitania, che già aveva perso il primo, di marito (per consanguineità e relativo annullamento papale), e che di certo non era molto propensa a farsi rubare anche il secondo, con trono d’Inghilterra annesso. Solo il fedele paggio Arturo, innamorato di Rosmonda, sa che Leonora è al corrente di tutto, ma anche lui s’ingarbuglia in questo gioco di inganni credendo di poter sposare la ragazza.

Il primo atto scorre via in un clima incandescente e struggente, con un incessante alternarsi di pagine dai colori e dalle tinte più eterogenee. Dall’innocenza e purezza dell’eroina en titre, si passa all’impeto del Re, attraversando il tema dell’amore/potere paterno di Clifford, che qualche anno dopo troverà in Verdi la sua massima espressione (strana coincidenza, l’attacco del "Di Provenza il mare il suol" della Traviata richiama proprio lo struggente incipit del Larghetto di Clifford "Era, ahi, lasso!").

Tutto si scioglie nel secondo atto, dove Rosmonda, pressata su ogni fronte, non si sottrae a un fiero confronto con il suo amato, che  non perdona di averle mentito, e decide di lasciare l’Inghilterra per non fare un torto alla Regina. Per parte sua, l’ambiziosa Leonora le prova tutte per riprendersi il suo Enrico II, che effettivamente ama, ma ricevuto il benservito da quest’ultimo, pugnala Rosmonda che va incontro alla morte con un liberatorio senso di accettazione.

Il soggetto di derivazione inglese (così in voga all’epoca, tanto da essere citato dalla stessa Duchessa di Nottingham nel Roberto Devereux) in realtà non è una bomba di originalità. Ma è qui che interviene Donizetti conferendo alla vicenda uno spessore drammatico di rilievo, che si dipana attraverso un crescendo emozionale e drammaturgico di grande effetto. Non vi è un angolo della partitura in cui non si scorga un guizzo di genialità, un tema che cattura, una brillantezza che rapisce, un passaggio che commuove. Tutto dimostra quanto Donizetti non sia solo quello dell'Elisir, di Don Pasquale e Lucia, ma un autore dall’originalità sterminata, ancora in parte incompreso e sicuramente tutto da scoprire.

Il crescente incedere del dramma e l’atmosfera di claustrofobica castrazione emotiva emergono con vivido fervore grazie alla perita concertazione di Sebastiano Rolli, una delle migliori bacchette del repertorio donizettiano oggi in circolazione L’orchestra e i cantanti sono guidati con un guizzo espressivo che pone in luce ogni singolo tema, frase e accentuazione della partitura, qui ripresa nella versione originale fiorentina, chiusa sulla morte di Rosmonda. L’orchestra non è né mero accompagnamento, né prevaricante protagonista, ma una solida base su cui i cantanti sono liberi di esprimersi e di lanciarsi nella più eloquente e vivida espressività belcantistica.

La palma della serata va a Jessica Pratt, che riporta in auge con onore il ruolo tenuto a battesimo da Fanny Tacchinardi Persiani, che secondo le cronache dell’epoca era dotata di una voce dolce e leggera, ma potente e con un registro acuto molto brillante e una considerevole agilità. Proprio come quella della Pratt, che sfoggia un’emissione sana, energica e soave, in grado di esprimere l’innocenza e l’orgoglio di Rosmonda. Interprete ideale del lessico belcantistico, Pratt si distingue per un susseguirsi di filati di ricciarelliana memoria, messe di voce, picchettati, trilli e abbellimenti. Ma non è uno sfoggio di acrobazie fine a sé stesso, quanto piuttosto un patrimonio tecnico a servizio di una musica che fa risplendere l’animo di Rosmonda. E il caso vuole che non solo i filati, ma anche l’acconciatura richiami alla mente la migliore Ricciarelli dei tempi del Corsaro e della Desdemona del 1987 con Domingo e Kleiber.

Incondizionati consensi per l’altra protagonista femminile, Eva Mei, che neanche un improvviso attacco di labirintite poco prima dell’inizio della recita riesce a fermare.  Nel primo atto, Mei canta immobile tra la quinta e il palco, affiancata da un mimo che la sostituisce nella parte scenica. Nel secondo, il soprano canta e recita, dando vita a un personaggio a tutto tondo, ambiguo e strisciante, mosso da un’umana affezione amorosa verso Enrico e dalla pervicace volontà di eliminare la rivale.  Maestra della finzione e della lusinga, Leonora è un’Amneris ante litteram, che trova nell’elegante vocalità di Eva Mei un’interprete ideale.

In mezzo alle due illustri rivali, il tenore Dario Schmunck tratteggia un Enrico in bilico tra l’amore per Rosmonda, l’onta del tradimento, e l’ingenua convinzione che tutto si risolva con il ripudio di Leonora e l’imposizione del trono alla giovane Rosmonda, che invece non ne vuol proprio sapere di Re e di corone.  La vocalità è calzante per il ruolo e ben gestita , salvo due momenti di blackout nella scena quarta del primo atto, dove forse l’emozione ha giocato brutti scherzi.

Nicola Ulivieri è un autorevolissimo Clifford. Sembra lui il vero sovrano, una sorta di Enrico VIII boleniano, mosso dall’amore paterno verso la figlia e da un’insana avversione verso Enrico. La voce è gratificante, morbida e profonda, ben appoggiata e non avara di contrasti e sfumature.

Arturo si muove sul palco come un carillion scarico, teso alla conquista della sua amata, che è al contempo rivale della sua padrona. Insomma, il solito conflitto del paggio en travesti, ma che grazie all’ottima performance del mezzosoprano Raffaella Lupinacci, qui trova una sua autonomia e un suo valore ben definito.

La regia di Paola Rota non brilla per originalità e coraggio e così le scene di Nicolas Bovey, composte da due quinte mobili che si aprono e si chiudono stringendo sulla scena, e rappresentando un dentro e un fuori immaginari, in mezzo a tutto questo nero che si trova troppo spesso negli spettacoli ultimamente in scena a Bergamo (Anna Bolena, Turandot, etc). Ma lo spettacolo funziona, perché con un cast e una direzione così, non serve strafare. I costumi di Masismo Cantini Parrini, invece, sono meravigliosi, specialmente le ampie tuniche liberty delle donne, impreziosite da giri di perle ambrate e corone fantasy.

Altro protagonista il coro, che partecipa al dramma con vivido fervore dando vita quel popolo, quei sicari e quei cortigiani che come sempre nell’opera influenzano le scelte dei protagonisti, anche in un repertorio che predilige gli “spazi interni” come quello donizettiano.

Il pubblico è entusiasta e si lancia in urla da stadio soprattutto per Jessica Pratt. Una serata entusiasmante che suggella il successo del festival belcantistico bergamasco, nella speranza di veder moltiplicare date e titoli, mantenendo la qualità di questa Rosmonda.


 

 

 
 
 

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