L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Arcadia e tempeste in due dimensioni

di Roberta Pedrotti

La stagione sinfonica del Teatro Grande di Brescia si inaugura con un doppio omaggio a Claudio Abbado e Carlo Maria Giulini da parte di Myung-Whun Chung e dell'orchestra Filarmonica della Scala.

L'interpretazione, però, sembra rimanere in superficie.

BRESCIA, 2 febbraio 2014 - Nel 2011 fu Claudio Abbado a inaugurare la serie di grandi concerti sinfonici nella stagione del Teatro Grande, con le presenze negli anni successivi, fra gli altri, di Antonio Pappano e Yuri Temirkanov, ad affiancarsi alla tradizione prestigiosa del Festival pianistico di Brescia e Bergamo.

In apertura della stagione 2014 – assai variegata fra danza, musica da camera, sinfonica, lirica e altri generi – è stata la volta di Myung-Whun Chung a capo dell'Orchestra Filarmonica della Scala e il programma avrebbe dovuto celebrare nel centenario della nascita la memoria di Carlo Maria Giulini, maestro di Chung, storico direttore della Filarmonica e spentosi a Brescia nove anni fa. La triste concomitanza con le commemorazioni di Abbado, fondatore della stessa Filarmonica e scomparso da nemmeno due settimane, hanno naturalmente imposto di associarlo nella dedica con un gesto quasi naturale, tanto più che i due brani in programma, la Sesta sinfonia Pastorale di Beethoven e la Quarta sinfonia di Brahms erano due cavalli di battaglia prediletti anche dal compianto maestro.

La serata è solenne, sì, con un teatro felicemente tutto esaurito, ma senza sfoggi d'inutile sfarzo, senza quegli scintillii provinciali che per fortuna l'eleganza discreta del pubblico bresciano ci ha risparmiato anche in questa occasione, sobrio e serio ma non per eccesso di austerità o, viceversa, di disimpegno.

Questa la cronaca della cornice, mentre la riflessione sul contenuto artistico, a dispetto delle illustrissime dediche, lascia spazio a qualche perplessità.

Non si nega a Chung la padronanza tecnica e la grande esprienza, ma la sua Pastorale non sfugge al pericolo di un esercizio di calligrafia, di una pittura elegiaca piacevole ma fine a se stessa, mentre l'immagine della Natura e il confrontarsi dell'artista con essa apre a letture molto più profonde, a ben altre inquietudini e riflessioni. La serenità agreste non è solo un gradevole sfondo, una suggestione rilassante, ma sorride dello stesso sorriso ambiguo e sovrumano del poeta pastore Licida nelle Talisie di Teocrito. Il rapporto con gli elementi, con la loro furia improvvisa e la loro altrettanto repentina benevolenza ha la profondità enigmatica della Tempesta del Giorgione e non può esser confusa con rassicuranti vedute adatte a un salottino Biedermeier, in soffusi colori pastello. Lo spirito elegante e misurato, poi, nella volontà di evitare il facile bozzettismo, sfuma e annacqua le tinte, smorza le immagini, che paiono garbate, delicate, graziose, non leziose, ma nemmeno sfaccettate e intriganti come invece potrebbero.

Partitura assai diversa ma delusione simile per Brahms, nel complesso più sentita da direttore, tuttavia non sufficientemente incisiva. Il colore orchestrale si fa più brillante, anche se l'insieme meno curato nei dettagli minuti, ma soprattutto Chung sembra imprimere alla sinfonia un vigoroso andamento costante che non scandaglia nelle strutture armoniche e dinamiche della partitura, in definitiva non rende il gioco di tensioni e contrasti che ne costituiscono l'ossatura e la drammaturgia. Si rimane, nel finale, colpiti da un vigore sonoro sempre controllatissimo, ma nulla di più ci è dato da serbare nella memoria, né la lettura – indubbiamente in crescendo – si sviluppa e si articola con la coerenza che la renda, se non condivisibile, comunque stimolante e intrigante.

Abbiamo, insomma, trovato in quest'occasione un Chung esperto e attento esecutore ma non artista né interprete quale ci saremmo aspettati, quasi una sorta di pudore lo trattenesse dal lasciar dire alle partiture quel che non è una sovrascrittura che appaghi solo l'ego della bacchetta, ma semplicemente ciò che è insito nella scrittura stessa e chiede solo di essere illuminato dal podio.

Grandi applausi, dovuti anche alla grandezza e alla popolarità dei due brani in programma, e nessun bis, ma anche i più entusiasti si sono sentiti ugualmente appagati.

Rivolgiamo ancora un pensiero a Giulini e Abbado uscendo dal teatro pronti a ritornavi presto, perché fare e ascoltare musica, più d'ogni celebrazione e d'ogni nostalgia, è sempre il miglior modo per onorarli e mantenerli in vita con noi.

 


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