L’ape musicale

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Tannhauser a Venezia

La regìa nella bacchetta

 di Francesco Lora

Il Tannhäuser al Teatro La Fenice soffre della vuota lettura teatrale di Calixto Bieito e di una compagnia di canto poco adeguata. Miracolosa è tuttavia la concertazione di Omer Meir Wellber: con lui l’orchestra veneziana mostra strabilitante qualità poetica e tecnica.

VENEZIA, 24 gennaio 2017 – Nelle prime settimane dell’anno i principali teatri d’opera italiani hanno fatto incetta di registi, enfants terribles o grand seigneurs che siano, noti per il loro sfidare la tradizione esecutiva con rivisitazioni audaci: linguaggi differenti e varietà di risultati si sono visti in Graham Vick a Roma per Così fan tutte, in Martin Kušej a Bologna per Die Entführung aus dem Serail [leggi la recensione], in David McVicar a Firenze per Faust e in Emma Dante a Palermo per Macbeth. Nel novero si colloca anche il Tannhäuser di Wagner in scena al Teatro La Fenice di Venezia, per cinque recite dal 20 gennaio al 5 febbraio: regìa di Calixto Bieito, scene di Rebecca Ringst, costumi di Ingo Krügler e luci di Michael Bauer formano l’allestimento già varato a Gand e Anversa nel 2015, e destinato alla ripresa a Genova e Berna. Come nel caso della Entführung bolognese, però, anche in questo il Regietheater fa tuonare montagne per cavarne topolini: là uno smisurato battage pubblicitario andava a fare il solletico ai terroristi dell’Isis, qui il teatro avvisa in locandina che lo spettacolo è «consigliato a un pubblico adulto». Ma da temere v’è solo la noia di una lettura tanto concitata nei gesti quanto scontata nelle idee, con tratti anzi di sconcertante vuoto esegetico: nulla rimane alla mente dello spettatore, da meditare o discutere, fuorché l’impaccio degli attori in scena, il rumore sovrapposto al discorso musicale, la fanciullesca trovata di fondere, nell’impianto scenico dell’atto III, le frasche già viste intorno a Venus nell’atto I e l’architettura già vista intorno a Elisabeth nel II. Né a ribaltare la desolata sentenza giovano le note di regìa licenziate da Bieito nel programma di sala: vi si legge l’approssimativo censimento di suggestioni poi non sviluppate e l’imbeccata verso soluzioni che tuttavia non si rintracciano.

Vile sarebbe cercare un capro espiatorio in Stefan Vinke, impegnato nella parte eponima, vocalmente sfinito dopo la prima recita e rimpiazzato d’urgenza per le successive: il suo sostituto, Paul McNamara, ha assimilato in un’ora le bizzarrie registiche e assicurato il corso delle rappresentazioni. A premiarlo nel tour de force vocale è l’estrazione di caratterista, tagliato più per il Sellem del Rake’s Progress e lo Herodes della Salome che per le parti eroiche wagneriane: l’intelligenza maturata negli uni gli consente di approcciare le seconde con disinvoltura, prudenza, acume e un pizzico di folle divertimento. Poco adeguata si mostra nondimeno la compagnia di canto: il basso Pavlo Balakin risulta troppo giovanile, flebile ed esitante perché gli si possa ben attagliare la parte dell’autorevole langravio Hermann; il soprano Liene Kinča ha mezzi di generica solidità, ma dà luogo a un’Elisabeth monocorde e veicolata con toni curiosamente rabbiosi prima che angelici; la più nota Ausrine Stundyte, come Venus, svetta per rotondità timbrica, volume cospicuo e fraseggio bruciante, ma nell’ultima apostrofe a Tannhäuser fatica a reggere sino in fondo la colossale arcata sinfonica slanciata dal concertatore per valorizzare, invece, il discorso musicale e le doti stesse di lei. Nel gruppo dei Minnesänger e tra tutti i colleghi si distingue così l’eccellente Wolfram interpretato da Christoph Pohl, baritono-utilité della Staatsoper di Dresda, maestro nel centellinare con eleganza e chiarezza la parola come nel riempire la sala pur cantando a fior di labbro. Intorno a lui, Cameron Becker è Walter, Alessio Cacciamani è Biterolf, Paolo Antognetti è Heinrich e Mattia Denti è Reinmar. Sempre pericolosa l’idea di assegnare a una voce bianca, anziché a un soprano leggero, la parte del Pastorello, esigente in fatto di estensione e intonazione.

Bollettino sin qui severo; ma nella locandina veneziana v’era anche un successo annunciato e ne è risultato un miracolo. Omer Meir Wellber, trentacinquenne, è da tempo uno tra i concertatori di riferimento per i programmi e le maestranze della Fenice; vi ha diretto perlopiù opera italiana, senza disdegnare le riprese e l’apprendistato; ora – e questo suo primo Tannhäuser lo rende lampante – egli è non solo l’interprete sommo del quale si va a dire, ma anche il direttore che meglio conosce i segreti per far rifulgere le qualità dell’orchestra veneziana. L’intervista nel programma di sala, dove a ogni riga v’è qualcosa da meditare o imparare, fa sorridere quando egli dichiara che «dal punto di vista della concezione del suono, quella della Fenice è la più tedesca fra le orchestre italiane» e che «questo è stato un ottimo punto di partenza»; la verità è che, mentre la chimera del suono wagneriano continua a mortificare le compagini nostrane, quella lagunare trae dalla bacchetta di lui, e non da altre o da sé, una perizia tecnica e poetica superiore a ogni aspettativa; e la verità è che assai di rado – l’ultima volta, isolata, fu con Zubin Mehta nel Tristan und Isolde del 2014 a Firenze – si è ascoltata un’orchestra più sfacciatamente italiana, nella verità dei timbri e nella setosità del canto, mettersi parimenti in tasca un’opera di Wagner. Ecco le frasi tanto drammaticamente tese quanto posate nella loro elocuzione, ecco la somma timbrica tanto limpida quanto forte e corposa, ecco i fiati attaccare senza spigoli e subito entrare nel tessuto degli archi, ecco i cantanti e il coro invitati a partecipare di quell’impasto. Lo spettatore scopre di essere piccolo davanti a tanto magistero; e il critico musicale, lasciata la propria poltrona, va a chiedere ospitalità vicino al golfo mistico, dove altro non veda e ascolti che il lavoro di un grand’uomo: la vera regìa è lì.


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