L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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pagliacci a verona, regia di franco zeffirelli

Pagliacci fra la folla

 di Andrea R. G. Pedrotti

Musicalmente convincente, soprattutto sul versante maschile, la ripresa dell'opera di Leoncavallo al Filarmonico di Verona. Particolarmente positiva la concertazione di Valerio Galli, sovraccarica come d'abitudine la messa in scena firmata da Franco Zeffirelli.

VERONA, 31 gennaio 2017 - Per il primo titolo dell'anno solare 2017, dopo l'inaugurazione dello scorso dicembre [leggi la recensione], al Teatro Filarmonico di Verona, sono andati in scena i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. La produzione era quella celeberrima di Franco Zeffirelli, già presentata nello stesso teatro nel 2012. Ben sei recite di un'opera molto breve non hanno certo invogliato il pubblico a presenziare in sala: il clima uggioso e la troppa abitudine a vedersi proposti sempre gli stessi titoli, e nella stessa forma estetica, hanno fatto sì che il Filarmonico apparisse desolantemente vuoto. Non era possibile constatare quali fossero le presenze in galleria, ma, per il resto, si potevano contare poche, pochissime, teste negli ordini di palchi (a Verona ancora anacronisticamente privati) e ampi vuoti sulle poltrone di platea.

Lo spettacolo in sé non ha certamente demeritato. Ovviamente, bisognava tener presente che ci si sarebbe trovati innanzi alla firma di Franco Zeffirelli: kitsch, ridondante, eccessivo, ma funzionale all'uopo.

Eccessive paiono le scene d'assieme: all'inizio del primo atto non è possibile trovare un solo angolo (in orizzontale come in verticale) libero del palco, fra funamboli, giocolieri, atleti circensi, un asino (vero), fidanzati litigiosi, un matrimonio, passanti sui pattini, etc... Sul fondo un palazzo simile a quelli della periferia milanese con ben visibile l'interno degli appartamenti e curiosi ad affacciarsi alle finestre. La seconda scena d'assieme (l'epilogo) è l'istante in cui si può ringraziar di non soffrire di mal di mare: enormi teli con effigiati clown d'ogni genere e sorta fanno da sfondo al piccolo e laterale palchetto dove la commedia di Colombina, Pierrot, Taddeo e Arlecchino prende forma nel mezzo d'una moltitudine di comparse e fari colorati puntati direttamente negli occhi del pubblico, che ora dovrebbe ringraziare anche di non soffrire di congiuntivite. In tutto questo di sarebbe potuto pensare a un supporto visivo durante l'intermezzo (eseguito a sipario chiuso) ed evitare di far invadere dopo gli applausi la platea dagli stessi funamboli, giocolieri, atleti circensi, etc... che si erano visti inizialmente. Nel mezzo, una concezione scenica e un'interazione fra i protagonisti non particolarmente originale, con un piccolo errore drammaturgico, ossia far assistere Canio all'amplesso fra Nedda e Silvio, che egli non dovrebbe conoscere né di nome né di viso. Solo in quanto amante della moglie.

Le cose migliori si sono apprezzate certamente dal punto di vista musicale, con la buona prova di Walter Fraccaro come Canio: la sua è una prestazione in crescendo, la celeberrima romanza “Vesti la giubba” è ben eseguita, sebbene con avarizia di sfumature, ma è emerso soprattutto nel secondo atto (subito dopo un intervallo, sinceramente, evitabile), quando, sostenuto dal fraseggio orchestrale, riesce a convincere. La voce non è sicuramente enorme, ma lo squillo di un suono ben proiettato in acuto si spande sicuro in teatro.

Bene anche il Tonio di Devid Cecconi: la voce è importante e il personaggio viene ben reso musicalmente, nonostante un'emissione fin troppo grezza e poco limpida. Da notare una certa staticità e impaccio scenici, che rendono poco credibile il tentativo di violenza carnale ai danni di Nedda. Positiva anche la prova di Federico Longhi (Silvio), che ovvia a talune carenze tecniche e del mezzo vocale con una bella lettura musicale e un buon fraseggio. Sicuramente molto più disinvolto scenicamente del collega di registro, conferma la consona naturalezza nella recitazione.

Fra i protagonisti a deludere è la sola donna del cast. Donata D'annunzio Lombardi palesa molti problemi nella gestione dei fiati e nelle smorzature già in “Qual fiamma avea nel guardo!”; problemi che non cesseranno nel prosieguo dell'opera. Purtroppo, oltre a questo, dispiace notare una costante analgesia di fraseggio in un personaggio che dovrebbe essere quello di un'insinuante ammaliatrice, tale da scatenare le furie e le passioni di tutti gli uomini del cast, ad eccezione di Beppe. La piattezza interpretativa si riverbera anche nella prova d'attrice del soprano.

Ottimo, al solito, è Francesco Pittari (Beppe-Arlecchino): uno di quei comprimari precisi e professionali di cui tutti i teatri avrebbero bisogno. Lo scorso anno avevamo ascoltato il suo eccellente Trabuco in La forza del destino [leggi la recensione] e quest'anno lo ritroviamo ancora una volta artista capace di dimostrare personalità sia scenica, sia nel fraseggio.

Particolarmente positiva è stata la concertazione di Valerio Galli, il quale ben controlla l'orchestra areniana, palesando personalità nelle scelte dinamiche, capaci di accentuare la drammaticità della vicenda, con una bellissima esecuzione dell'Intermezzo e punte di eccellenza nella seconda scena dell'ultimo atto.

Discorso simile per il coro della Fondazione Arena, diretto da Vito Lombardi e quello di voci bianche A. LI. VE., diretto da Paolo Facincani, che torna ad affrontare le pagine che gli competono ad alti livelli, dimostrandosi ancora una volta fiore all'occhiello delle maestranze veronesi.

La regia di Franco Zeffirelli era ripresa da Stefano Trespidi e i costumi, didascalici per i protagonisti e trasposti negli anni Cinquanta per gli altri personaggi sulla scena, erano di Raimonda Gaetani.

Da segnalare l'iniziale comunicato sindacale, che si è differenziato da quello letto negli altri teatri italiani per il doveroso riferimento alla sorte del Corpo di Ballo areniano. È un fatto che la chiusura di un'intera compagine artistica sia una sconfitta per tutti, specialmente se questa operazione, come nel caso di Verona, non ha portato, com'era ampiamente prevedibile, a giovamento alcuno al bilancio. È solo una perdita e un fallimento.

foto Ennevi


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