L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

Mariella Devia

Sacerdotessa del canto

 di Giuseppe Guggino

Per il ritorno di Norma in una nuova produzione, dopo appena tre anni dalle ultime recite, il Massimo di Palermo non poteva trovare interprete migliore di Mariella Devia. Di alto livello anche le prove di John Osborn e Luca Tittoto che, complici un allestimento funzionale e complessi di casa in grande spolvero, confezionano una serata memorabile.

Palermo, 19 febbraio 2017 - Da qualche parte in borsa Mariella Devia dovrà pur conservare una qualche registrazione della sua voce che, un po’ come il ritratto di Dorian Gray, invecchia in sua vece; già, perché dopo oltre quaranta anni di carriera ai massimi livelli - gli ultimi dieci dei quali trascorsi a frequentare un repertorio sulla carta più grande dei suoi mezzi naturali (volendo assumere come discriminante l’addio a Lucia di Lammermoor e il debutto nel Pirata belliniano), lo si deve ammettere con lucida obbiettività - non perde alcunché in smalto, anzi guadagna sempre nuove vette. Se è vero che il teatro non è un circo, e quindi si va con la pretesa di ascoltare qualcosa di ben fatto per cui il dato tecnico-anagrafico dell’interprete dovrebbe non rilevare, è altrettanto vero che non si può tacere come la prova - per certi versi storica - di Mariella Devia in quest’ultima Norma imponga un cambio di curva conica con la quale sovente si descrive un percorso artistico: dalla parabola all’iperbole. Per tutta la serata, da autentica sacerdotessa del belcanto prima ancora che d’Irminsul, l’amministrazione vocale è gestita con assoluta perfezione: non un filato spezzato, non una legatura eseguita macchinosamente, non un’incidentale perdita del controllo di dinamiche e d’intonazione. Nella Devia che abbiamo sempre conosciuto, nella sua perfetta tornitura di ogni frase montata nota su nota con innegabile magistero tecnico e poi resa magica, attraverso lo scavo del senso musicale e drammaturgico che le appartiene, in quest’occasione forse più che in altre abbiamo riscontrato anche la capacità di sopperire al proprio peso specifico lirico e alle roulades di forza con un’intelligenza interpretativa e una coerenza nel sublimare il canto che hanno dello sbalorditivo: la sua migliore Norma finora, affrontata senza il minimo sconto. E spiace che non si sia voluto provvedere ad adottare l’edizione critica che le avrebbe consentito oltretutto di cantare la celebre cavatina di sortita (a fine della quale il teatro si è praticamente fermato in un applauso dalla durata inedita, per il pubblico delle prime palermitane) in una tonalità a lei più congeniale, oltre che recuperare il solo del violoncello all’inizio del second’atto e qualche altro passo poi espunto da Bellini nel finale primo.

Della riapertura di tutti i tagli di tradizione (nonché della coda nel coro del secondo atto) s’è avvantaggiato innanzitutto John Osborn, che canta un po’ all’americana senza l’ampiezza della voce di un tenore baritonale, ma varia con gusto e punta, insolitamente anche alla sopradominante a fine della sua aria. Degno padre di cotanta Norma è poi l’Oroveso di Luca Tittoto, voce pastosa, omogenea e capace di riempire, speriamo anche più spesso nel prossimo futuro, una sala acusticamente felice ma certamente non piccola. Più dimessa l’Adalgisa di Carmela Remigio che, specie nel duetto del secondo atto, per classe nell’emissione e nella gestione del legato non può che risultare plausibilmente ancora giovin sacerdotessa. A completare la distribuzione Maria Mirò e Manuel Pierattelli, rispettivamente Clotilde e Flavio.

In forte discontinuità con le recentissime prove, l’Orchestra del Massimo ha saputo risultare coesa, precisa, duttile nell’agogica, trasparente eppure incisiva perfino negli archi, barbarica allorquando la partitura lo chiede, forse talvolta un po’ eccedente nelle sonorità, rischio derivante dal corposo organico portato fuori buca a livello della platea, come sempre chiede Gabriele Ferro in questo tipo di repertorio. Altrettanto convincente è risultato il Coro, istruito da Piero Monti.

L’allestimento riadattato dallo Sferisterio, dove è stato visto la scorsa estate, ha una sua cifra stilistica coerente. Il tandem di registi Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi, provenienti dalla prosa e quasi agli esordi nel teatro d’opera, ha saputo lavorare con solisti e masse muovendosi in un mondo popolato da fili, corde e stracci; una cifra ispirata alla poetica dell’artista sarda Maria Lai che si è articolata nell’essenziale scena fissa di Federica Parolini (fondali di corde e una sorta di trabattello a sinistra), nei costumi di Daniela Cernigliaro, nel disegno luci di Luigi Biondi (ancora perfettibile, ma con belle intuizioni nell’isolare i solisti in alcuni momenti chiave) e in un racconto intessuto anche ricorrendo a qualche elemento simbolico (un filo rosso che taglia la scena verso il cielo, ad esempio) carico di suggestioni arcaiche e comunque capace di una narrazione piana, ancorché privato di vischi e senza luna (in realtà con la presenza di cerchi a neon ne stilizzarne la presenza).

Sala gremita, pubblico festante, ancora due occasioni (il 26 e 28) per poter godere di una delle pochissime sacerdotesse del belcanto dei nostri giorni: chi può vada!

foto Rosellina Garbo