L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

la wally a modena

Wally è ancora verista

 di Francesco Lora

La più nota opera di Catalani è in corso di rara ripresa nei teatri di tradizione emiliani: dopo le prime recite a Piacenza, è il turno di quelle a Modena. Si apprezza il nuovo allestimento con regìa di Berloffa, mentre la lettura musicale non supera il modello stilistico del secondo Dopoguerra.

MODENA, 24 febbraio 2017 – Si fa in fretta a dire repertorio operistico, alludendo a quel novero di capolavori ripresi con regolarità nei teatri e alla base di un confronto universale tra artisti e pubblico, melomani e musicologi. In verità il repertorio muta nel tempo, e a passi più svelti oggi che vent’anni fa. Per esempio, la renaissance belcantistica tiene tuttora accesa la curiosità per il titolo raro e ritrovato in faccia a quello non condizionato da interpreti d’eccezione e comodamente accessibile in disco. Scenario recente è poi quello dei teatri che faticano a vendere i biglietti: ma la formazione di un nuovo pubblico, in senso sia quantitativo sia qualitativo, ha strategie e risultati imprevedibili, e il pubblico vergine di musica d’arte e teatro d’opera, a maggior ragione se giovane, non preferirà a priori una Traviata di Verdi a Powder Her Face di Adès, né vi troverà necessariamente qualcosa di più pregnante per confrontarsi con sé stesso e il mondo.

L’appassionato ora tra i trenta e i quarant’anni, così, sarà cresciuto nella confidenza del Barocco italiano e francese, nei furori del teatro serio rossiniano, nella curiosità di Verdi e Puccini che revisionano le proprie opere; avrà forse ascoltato dal vivo, senza fatica, tre diverse intonazioni dell’Artaserse di Metastasio, ma gli sarà mancata l’occasione di incontrare a teatro non pochi titoli capitali che, da adolescente, i manualetti del melomane e gli anziani del loggione gli promettevano come moneta corrente: il caso del Mefistofele di Boito e della Gioconda di Ponchielli, titoli ieri areniani e oggi doppiati dall’Adriano in Siria di Pergolesi.

È questo il caso anche della Wally di Catalani, lavoro prediletto da Mahler e Toscanini, stabile nei cartelloni fino agli scorsi anni Settanta, curiosamente sopravvissuto o ripristinato nei teatri di area germanica ma di fatto scomparso in quelli di area latina e italiana in particolare. Riccardo Muti ha appena fatto sapere di volerla dirigere. Ma provvidenziale è già ora una cordata tra teatri di tradizione, al fine di riproporlo e su ben quattro piazze: due recite al Municipale di Piacenza (17 e 19 febbraio), due – qui recensite – al Comunale di Modena (24 e 26), due al Valli di Reggio nell’Emilia (3 e 5 marzo), altre ancora al Giglio di Lucca nella prossima stagione.

La parte migliore dell’operazione, dopo il proposito in sé, è forse nel nuovo allestimento con regìa di Nicola Berloffa, scene di Fabio Cherstich, costumi e di Valeria Donata Bettella e luci di Marco Giusti: una concezione sempre immediatamente leggibile, attenta alla chiarificazione di personaggi e situazioni, nonostante la modesta prospettiva psicologica nel testo; un apparato visivo a densità oleografica elevata e fuori moda, ma ben compenetrato con il semplice linguaggio dell’opera, e atto a renderne le complesse consegne scenografiche (valanghe e precipizi compresi).

Più debole è la parte musicale, anche poiché più responsabilizzata: si tratta di riabilitare un’opera ieri gongolante nella sua fortuna e oggi lampante nella debolezza drammaturgica. A viziare il lavoro svolto è il deliberato riferimento non alla partitura in quanto tale, con un salto al 1892 che ne vide l’esordio, bensì alla tradizione esecutiva come attestata negli anni di declino e scomparsa. Nella concertazione di Francesco Ivan Ciampa, alla testa dell’Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna, indi nella compagnia di canto così diretta, si trova cioè non il restauro delle musiche da croste e polvere, per farne risaltare le finezze di strumentazione e svelare un crinale privilegiato tra Verdi e Puccini, bensì il proseguimento del discorso in esasperato stile verista come sospeso ai tempi della Tebaldi e di Del Monaco. Sonorità generose, messaggio sfacciato, interesse richiamato più dall’esibizione muscolare che dall’analisi sottile.

In quest’ottica agisce animosa, tra taglienti ascese a voce piena e borbottanti affondi in pieno petto, la stessa Saioa Hernandez che cinque anni fa aveva colpito per promessa di facoltà belcantistiche nella Zaira di Bellini a Martina Franca; si ammira ora la sua resistenza fisica nel sostenere la parte di Wally con tanta entusiastica foga, e ci si rammarica nel contempo di aver perduto quel timbro esalante aromi maliosi o quel legato prima così duttile e sorvegliato. Accanto a lei tuona fibroso, in vista di ampio volume e poderosi acuti, il tenore Zoran Todorovich, già esperto dei panni vocali di Giuseppe Hagenbach ma poco interessato ai suoi risvolti affettuosi. Assai ben equilibrato tra proprietà vocale ed efficacia attoriale è invece Claudio Sgura, che come Vincenzo Gellner riconferma – la mente torna all’ultima Fanciulla del West alla Scala – la proterva attitudine al ruolo d’antagonista nell’opera a fosche tinte a cavaliere di Otto e Novecento. Impegnati a fondo, con bontà di esiti, i caratteristi nelle parti minori: Giovanni Battista Parodi come Stromminger, Carlotta Vichi come Afra, Serena Gamberoni come Walter, Mattia Denti come Pedone. Vivido il Coro del Teatro Municipale di Piacenza.