L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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alceste di Gluck a Ferrara

Alceste senza culmine

 di Francesco Lora

Al Teatro Comunale di Ferrara il capolavoro di Gluck gode di una solida direzione e di voci valide, ma patisce un grave colpo nell’ingiustificabile taglio delle sue scene culminanti tra gli atti II e III.

FERRARA, 5 marzo 2017 – Per l’Alceste di Gluck nella versione italiana di Vienna 1767, spettacolo unico di domenica 5 marzo, il Teatro Comunale di Ferrara aveva annunciato una semplice esecuzione in forma di concerto, poi promossa in locandina con una mise en espace, da valutare infine come uno spettacolo completo, di fatto non inferiore a uno con allestimento scenico regolamentare. Va da sé che continui a trattarsi di uno spettacolo minimale, ove al mito fatto libretto senza orpelli bastano qualche pedana, proiezioni sul fondo e quant’altro rasenti una pulita astrazione. Quest’ultima è tuttavia movimentata dai costumi asciuttamente orientaleggianti di Carlos Tieppo, mentre il regista Marco Bellussi cade sul solo vezzo di far agire anche in platea attori e coro, dando adito a sfasamenti con l’orchestra, imbarazzo gestuale dei cantanti e dimostrazione ravvicinata della modestissima qualità tecnica della compagine corale stessa, l’Accademia dello Spirito Santo.

Sorprese positive sono invece nelle file d’orchestra dell’ensemble Dolce Concento e nella concertazione loro impressa dal giovane Nicola Valentini. Dall’idea del direttore specialista alla materia degli strumenti d’epoca, si tratta di una lettura sempre vigile, mordente, pronta a far uscire dettagli pregnanti dalle sezioni di legni e ottoni come anche a illanguidirsi – senza per questo spegnersi – nella carezza rococò del cantabile. Peccato, allora, che una pesante ipoteca sia posta sul risultato finale da una sciocca offesa al testo: si allude all’enorme taglio che falcia via una metà della lunga ultima scena dell’atto II, e che prosegue stralciando di netto le altrettanto lunghe due prime scene dell’atto III; cade così il luogo culminante dell’opera, cui tutto ciò che precede fa lenta e dettagliata premessa e cui tutto ciò che segue fa da commisurato epilogo e scioglimento; vanno a farsi benedire le strutture calcolate dagli autori e spariscono senza scusante decine di minuti di grande musica.

Nel taglio cadono anche le parti vocali dei fanciulli Aspasia ed Eumelo, risparmiando l’ansia di reperire, educare e ascoltare le relative e scabrose voci bianche. Il resto è di pregio. Il soprano Asude Karayavuz ha smalto esotico e accento autorevole, e la stessa non completa padronanza della prosodia italiana – si tratta dell’unica non madrelingua nella compagnia – le fa chiudere la protagonista in un riserbo nobile, elegante ed enigmatico. Al suo fianco Leonardo Cortellazzi è un raro caso di tenore che, nell’alta tessitura vocale di Admeto, non s’impicchi come accade ai colleghi di origine britannica e germanica, e faccia invece valere la duttilità della pasta e la comunicativa latina del timbro. Nel contorno si ascoltano i bruschi baritoni Gian Luca Tumino e Marco Simonelli, l’uno come Sacerdote, Apollo e Oracolo, l’altro come Banditore e Nume infernale; puntuale il tenore Mark Sala come Evandro ed esemplare per cura di fraseggio il soprano Veronica Filippi come Ismene.

foto Marco Caselli Nirmal