L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

simone alberghini, hasmik torosyan

La ricerca dell'ispirazione

 di Roberta Pedrotti

Dedicato alla memoria di Alberto Zedda, approda al Comunale di Bologna Il turco in Italia nella produzione pesarese curata da Davide Livermore la scorsa estate. Quasi completamente rinnovato il cast, ad eccezione del Geronio di Nicola Alaimo.

Leggi la recensione della prima a Pesaro

BOLOGNA, 14 marzo 2017 - Avrebbe dovuto dirigerlo Alberto Zedda, questo Turco in Italia, e quando viene annunciata la dedica dell’intera produzione alla sua memoria gli applausi commossi sommergono la frase prima che possa finire. Una manifestazione spontanea d’affetto che il fato sembra aver voluto proprio per il ritorno a Bologna dopo ventitre anni di un titolo del prediletto Rossini, proprio per la ripresa di una produzione nata nell’ultimo Festival pesarese impostato da Zedda prima di cedere il testimone a Ernesto Palacio.

Il testimone sul podio è invece raccolto, qui, da Christopher Franklin che, a dire il vero, non si copre propriamente di gloria con un fraseggio fin troppo rigido e squadrato, appesantito nell’incedere là dove la partitura richiederebbe tutta leggerezza e ambiguità, nonché una precisione affatto latitante, con concertati sempre a rischio di finire gambe all’aria, come avviene nella stretta del Quintetto del secondo atto. Della partitura, peraltro, si esegue tutto l’eseguibile (della musica scritta o ammessa da Rossini per quest’opera dovrebbe mancare solo la cavatina “Presto amiche, a spasso a spasso”, ma solo per quest’ultima è alternativa e non cumulabile con “Non si dà follia maggiore”): una scelta ormai di moda e solo apparentemente filologica, non sussistendo ragioni storiche e d’equilibrio drammaturgico per accumulare tutto questo materiale, anche quello che l'edizione critica pone in appendice, in una sola recita [per approfondire cfr. Il turco in Italia, Torino 2015]. Di fronte a quest’uso ormai invalso pare non si possa far altro che sperare, di volta in volta, di trovare uno spettacolo che sappia giustificare, nel cast e nella regia, il ripristino di arie alternative e di sorbetto. Paradossalmente quella che potrebbe essere una debolezza dell’impostazione teatrale di Davide Livermore si rivela, in questo senso, più che appropriata: ispirata a 8 e ½ e ad altre pellicole felliniane, la messa in scena si sviluppa infatti per quadri, immagini, citazioni più che in una vera e propria continuità narrativa, e dunque anche il surplus trova (come nel caso dell’arietta di Albazar, scena letteralmente usurpata da una “spalla” smaniosa dei suoi minuti di celebrità) una sua coerenza. Per il resto si riconferma l’impressione interlocutoria destata al debutto pesarese, ovvero di una semplice sovrapposizione fra l’opera di Rossini e Romani e il film di Fellini. È ben vero che la crisi creativa del regista-demiurgo Guido Anselmi, il percorso onirico in cui è a un tempo marionettista per i suoi personaggi e da essi dominato, in bilico fra vita e finzione, possono associarsi facilmente alle vicende del Poeta Prosdocimo che cerca ispirazione in una realtà che finisce che plasmare in commedia, tuttavia la suggestione pare fermarsi al gusto divertito per la citazione. Immaginiamo lo spasso del costumista Gianluca Falaschi nel ricreare (benissimo) la Cardinale, la Milo, la Falk, nel far comparire la Saraghina e Cabiria, e volentieri ci si presta al gioco d’individuare tutti i riferimenti, ma son tutti talmente evidenti che dopo pochi minuti già possiamo indovinarli tutti e avremo esaurito le sorprese, così come non avremo molto da scoprire in accostamenti drammaturgici che non si trasformano in vero dialogo. Il prologo recitato tratto dal film, poi, nulla aggiunge allo spettacolo se non qualche minuto in più e l’impegno superfluo, per i cantanti, di cimentarsi nel confronto la scena originale dei provini.

Rispetto a Pesaro, il gioco felliniano è affidato a una squadra quasi interamente rinnovata, con l’eccezione del Geronio di Nicola Alaimo, un buffo traboccante di sincera umanità, capace di alleggerire alla bisogna una vocalità importante là dove lo esiga la parola scenica.

Al Poeta di Pietro Spagnoli succede quello di Alfonso Antoniozzi e al colpo d’occhio d’un Mastroianni redivivo subentra il ricordo dei tratti fisici di De Sica, ma la sostanza artistica d’un grande attore dalla spiccata personalità non cambia: questo Poeta/Regista è abile motore dell’azione sempre presente teatralmente, nonché assai incisivo nella proiezione della voce.

Nei panni di un Selim/Sceicco Bianco a Pesaro avevamo visto Erwin Schrott sfogare tutta la sua vis istrionica anche a costo di forzar musica ed emissione, Simone Alberghini, reduce dalla splendida prova bavarese in Semiramide [leggi la recensione], può permettersi di giocare e alludere: non imita scopertamente il grande Alberto Sordi, ma ne evoca così la verve, con simpatia, gusto sorvegliato e buona forma vocale. Azzeccatissimo è poi il pretino sottile sottile in cui Maxim Mironov trasforma Don Narciso: timido e zelante, sospeso fra vocazione e turbamenti carnali, la voce suona lieve e adolescenziale come il personaggio, ma sorretta da ottimo gusto, fine musicalità, giusto accento. Il versante maschile si potrebbe dire completato dall’Albazar di Alessandro Luciano, se non fosse che Livermore immagina il personaggio come un’estrosa gitana en travesti.

Gli impegnativi panni di Fiorilla (ricordiamo che ventitré anni fa su questo stesso palco debuttò nel ruolo una certa Mariella Devia) sono oggi vestiti da Hasmik Torosyan, giovane di studi e debutti pesaresi: l’Accademia e Il viaggio a Reims prima, La gazzetta [leggi la recensione] poi. La formazione s’intende nel garbo, nella fresca disinvoltura, nell’attenzione complessiva allo stile, anche se l’involo di pagine come “Chi seguir non brama amore” o il virtuosismo spericolato di “Squallida veste e bruna” non hanno trovato subito una perfetta quadratura in questo debutto. Il peso leggero e un certo vibrato, oltre all’indole e a una confidenza con l’idioma adeguata ma non scioltissima ne fanno, complice anche la regia, più una ragazza volubile che una donna sposata sfrontatamente fedifraga ma dall’animo maturo e complesso.

Tanto fondamentale nella trama quanto inconsistente nella musica è la rivale Zaida, sicché risulta quantomeno curioso vedere nel ruolo Aya Wakizono, già altrimenti primadonna e primo uomo in importanti festival e teatri, prossima Clarice a Pesaro: ma, tant’è, il mezzosoprano giapponese se la cava bene e non scalpita per imporsi fuor di quello che la parte, nella vicenda, esige.

Il coro preparato da Andrea Faidutti partecipa con gusto alla sfolgorante sfilata del circo felliniano; l’orchestra fa del suo meglio (sappiamo quanto sia ardua questa partitura per corni e trombe) benché la bacchetta tenda a tarpare le ali.

Il pubblico, divertito, alla fine applaude e festeggia questo Rossini: sembra un paradosso mentre fatichiamo a realizzare la possibilità che, improvvisamente dopo anni, i complessi felsinei possano ritirarsi dalla storica collaborazione con il Festival di Pesaro.

foto Rocco Casaluci